La relazione della Prefettura di Cosenza ricostruisce presunti legami con ambienti criminali, interferenze amministrative e irregolarità nelle procedure dell’ente locale
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Il Comune di Altomonte
La relazione prefettizia che ha portato allo scioglimento del Comune di Altomonte restituisce il quadro di un ente ritenuto esposto a forme di condizionamento mafioso, con presunti collegamenti diretti e indiretti tra amministratori locali e ambienti della criminalità organizzata operante nell’area ionica cosentina. Un contesto nel quale, secondo quanto evidenziato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, sarebbero emersi elementi tali da compromettere la libera determinazione degli organi elettivi, l’imparzialità dell’azione amministrativa e il corretto funzionamento dei servizi pubblici.
Nel solco di tale ricostruzione, la relazione dedica un passaggio specifico a immagini che ritrarrebbero il sindaco Gianpietro Coppola, munito di fascia tricolore, insieme al vicesindaco, in compagnia di un imprenditore indicato come espressione e riferimento della criminalità organizzata locale. Parliamo di Giuseppe Borrelli, in passato legato sentimentalmente a una donna imparentata con un soggetto ritenuto vicino al clan Forastefano.
Il prefetto di Cosenza Maria Rosa Padovano, sottolinea la “portata simbolica” di tali incontri, ritenendo che essi possano rappresentare quantomeno una forma di tolleranza, se non di buoni rapporti, tra il vertice politico-amministrativo dell’ente e il soggetto considerato controindicato. Un significato che, si evidenzia, assume particolare rilievo in un territorio segnato dalla presenza mafiosa e che, secondo la relazione, «non può sfuggire a un amministratore di lungo corso che abbia almeno una conoscenza basilare delle dinamiche del proprio territorio».
Sul punto viene richiamata la lunga esperienza politica del sindaco di Altomonte, che per oltre vent’anni ha ricoperto ruoli di primo piano nell’amministrazione comunale, svolgendo più volte la funzione di primo cittadino negli anni 2004-2014 e nelle ultime due consiliature. Proprio tale esperienza, secondo l’organo ispettivo, avrebbe dovuto tradursi non solo in scelte politico-amministrative improntate a prudenza, ma anche, sul piano delle relazioni personali, in una chiara presa di distanza dai locali ambienti controindicati.
La compromissione dell’apparato politico-amministrativo emergerebbe anche dalla decisione del prefetto di Cosenza di richiedere, oltre allo scioglimento dell’ente per condizionamenti mafiosi, l’applicazione delle misure previste dall’articolo 143, comma 5, del Testo unico degli enti locali nei confronti di un dipendente comunale, stretto familiare del defunto capo cosca locale.
La relazione prefettizia si sofferma diffusamente sulla figura di tale dipendente, descritto come divenuto nel tempo il «fulcro dell’attività amministrativa dell’ente in termini totalizzanti», a prescindere dalle competenze formali dei singoli uffici. Un ruolo di fatto che avrebbe trovato riscontro anche nelle dichiarazioni rese in sede di audizione davanti alla commissione d’indagine. Viene inoltre evidenziato un atteggiamento ritenuto prevaricante, capace di incidere direttamente sugli esiti di procedure di gara nelle quali il dipendente rivestiva il ruolo di responsabile unico del procedimento e, in almeno un caso, anche in assenza di qualsiasi incarico formale.
In tale contesto la commissione d’accesso richiama, in particolare, due procedure di gara nelle quali il dipendente avrebbe svolto il ruolo di responsabile unico del procedimento nonostante, in entrambi i casi, sussistesse un obbligo di astensione. Tra i candidati da selezionare per l’assunzione di tre operatori socio-sanitari e tra i dipendenti di una delle ditte partecipanti – poi risultata affidataria del servizio mensa – figuravano infatti suoi parenti, in violazione della normativa vigente e delle deliberazioni dell’Anac.
Ulteriori profili di criticità vengono segnalati in relazione alle procedure di reclutamento di personale specialista di vigilanza, culminate nell’assunzione e nella successiva nomina a comandante della polizia municipale di Altomonte di un ex amministratore dell’ente, anch’egli imparentato con il suddetto funzionario e con il presidente del consiglio comunale. La relazione evidenzia, in primo luogo, una discrasia tra l’oggetto della delibera di giunta, che prevedeva un concorso pubblico per titoli ed esami, e la successiva determina dirigenziale, nella quale si faceva invece riferimento a una procedura selettiva per soli esami. Anche in questo caso, il responsabile del procedimento sarebbe stato il medesimo dipendente comunale, che avrebbe modificato l’iter concorsuale senza che vi fosse alcun intervento correttivo da parte dell’amministrazione.
Le verifiche disposte dalla commissione d’indagine avrebbero inoltre rivelato che il candidato poi assunto risultava il “meno titolato” rispetto agli altri concorrenti e non idoneo al conseguimento della qualifica di pubblica sicurezza per pregresse pendenze giudiziarie, peraltro non dichiarate negli atti concorsuali. Il mancato riconoscimento del titolo di pubblica sicurezza, si osserva nella relazione, non consente al dipendente assunto di svolgere pienamente tutte le mansioni previste dal ruolo.
Nel complesso, l’attività ispettiva avrebbe restituito un quadro di sostanziale compromissione dei principi di buon andamento e imparzialità dell’ente locale. L’organo ispettivo parla di un sistematico inquinamento delle procedure di affidamento dei pubblici appalti, spesso orientate al soddisfacimento di interessi riconducibili a soggetti vicini alla criminalità organizzata, nei confronti dei quali l’amministrazione avrebbe mantenuto «quantomeno un atteggiamento cedevole», a discapito delle funzioni pubbliche da esercitare a tutela delle istituzioni.
Tra le principali criticità vengono segnalati il frequente ricorso ad affidamenti diretti privi di adeguate motivazioni tecnico-giuridiche, l’omessa effettuazione di ricerche di mercato e di procedure comparative sulla convenienza economica delle offerte, la mancata applicazione della normativa antimafia e dei controlli preventivi sui soggetti affidatari, nonché la concessione di proroghe reiterate al di fuori dei casi previsti dall’articolo 106, comma 11, del decreto legislativo n. 50 del 2016.
A titolo esemplificativo, la relazione richiama alcune procedure di gara indette dal Comune di Altomonte, nelle quali sarebbero state riscontrate irregolarità negli affidamenti concessi a una società di fatto riconducibile all’imprenditore indicato come referente delle locali cosche criminali. L’amministrazione avrebbe continuato a elargire commesse pubbliche alla stessa ditta nonostante fosse destinataria, già dal marzo 2022, di un’interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Cosenza. Viene infine rilevato che la società, sin dalla sua costituzione, non risulta avere dipendenti e che, secondo quanto emerso in sede di audizione, il personale impiegato nei cantieri sarebbe stato composto da familiari del medesimo imprenditore.

