Pullman e auto da tutto il Sud per la manifestazione promossa dalla Cgil dopo l’omicidio dei quattro lavoratori migranti lungo la Statale 106
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«Mai più» lo slogan scelto dai manifestanti. In migliaia, provenienti da tutto il Meridione a bordo di pullman organizzati e vetture private, si sono dati appuntamento ad Amendolara per prendere parte al corteo promosso dalla Cgil all’indomani del tragico assassinio di quattro braccianti consumatosi in una stazione di servizio lungo la Statale 106 il primo giugno scorso. Una delle vittime era afgana, tre del Pakistan. Del Pakistan erano originari anche i loro due presunti carnefici, già individuati, sottoposti e fermo e rinchiusi in carcere.
Se vi sia l’ombra del caporalato, o della criminalità organizzata oppure altro all’origine del pluriomicidio lo stabilirà la magistratura. Nel frattempo però, l’onda mediatica e pure quella dell’indignazione scaturita dalla particolare efferatezza dell’episodio, ha dato uno scossone ai livelli politici ed istituzionali, locali e nazionali.
Ad una classe dirigente che davanti all’odioso fenomeno dello sfruttamento dei migranti, per colpa o per dolo rimane sostanzialmente assopita e indifferente. E che nelle ultime ore, prima inondando le redazioni di comunicati stampa contenenti dichiarazioni bellicose e al tempo stesso scandalizzate, poi appunto, ritrovandosi in piazza a sfilare reclamando il rispetto dei lavoratori, di tutti i lavoratori, senza distinzione di pelle, nazionalità, età, sesso, al di là dei buoni propositi finisce con l’alimentare quel fiume di ipocrisia che accompagna anche le iniziative di contrasto alle morti bianche, senza produrre azioni consequenziali.
Da queste parti ci sono le aziende agricole in regola, che rispettano le leggi e pagano il giusto. E ci sono padroni di casa coscienziosi che affittano appartamenti muniti di certificazioni di abitabilità riscuotendo un affitto ragionevole. E poi ci sono i profittatori, gli opportunisti, i parassiti. Quelli che stipano a peso d’oro una decina di poveri cristi in qualche magazzino, abusando della loro condizione di precarietà e debolezza sociale, quelli che offrono pochi spiccioli per passare ore e ore nei campi sotto il sole, quelli che lucrano sul lavoro degli altri. E ci sono i distratti: quelli che vedono questo andirivieni di minivan, di catorci perfettamente candidabili alla rottamazione, sfilare sotto il proprio naso. E che non muovono un dito.
Nell'era dello Spid, del digitale, dell'intelligenza artificiale, il 30 percento dei braccianti agricoli in Italia, lavora in nero. Uno su tre. Non solo migranti, ma anche donne e uomini delle periferie più remote che si arrangiano alla giornata.
L'incrocio dei dati tra Inps, Agenzia delle Entrate, Anpal, Centri per l'Impiego, dovrebbe, se non fare emergere del tutto le situazioni di irregolarità, almeno circoscrivere le aree più a rischio in cui approfondire i controlli. Ma forse manca la volontà, perché governare una questione così complessa impone un impegno serio, costante. Insomma comporta fatica, un dispendio di energie notevolmente maggiore del fare chiacchiere. L'unica cosa in cui davvero in questo Paese si eccelle ad ogni latitudine.










