Il ruolo attribuito a Rocco Azzaro e la vicenda di Apollinara: riconosciuti indizi sulla guardiania, ma è stata respinta la richiesta di misura cautelare. Nelle carte anche un presunto summit di mafia e gli “ospiti” provenienti dal Reggino
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«Abbiamo messo questo ragazzo come guardiano». È la frase che un carabiniere in pensione riferisce di aver ascoltato da Rocco Azzaro, arrivato nel terreno che l’uomo coltivava ad Apollinara insieme a Luigi Sabino. Poco prima, secondo il racconto della persona offesa, Sabino si era presentato come il figlio del precedente guardiano, ricevendo una risposta netta: «Faccio il guardiano da trent’anni e quindi non mi serve un guardiano».
La vicenda entra nell’ordinanza dell’inchiesta Ginestra, nel capitolo dedicato all’articolazione coriglianese e al sistema delle presunte imposizioni sui terreni agricoli. Ma la valutazione del gip distingue le diverse parti della ricostruzione accusatoria: riconosce gravi indizi di tentata estorsione per la richiesta di guardiania del 2018, a carico di Azzaro e Sabino, mentre ritiene insufficienti gli elementi per attribuire agli indagati i successivi danneggiamenti e per qualificare come estorsive le proposte di acquisto del fondo. Per Sabino, inoltre, esclude la gravità indiziaria della partecipazione mafiosa. Quanto al fatto del 2018, la richiesta di misura cautelare è stata respinta per la mancanza di esigenze cautelari attuali.
È dentro questi confini che si sviluppa il racconto contenuto nel provvedimento, nel quale dichiarazioni dei collaboratori, intercettazioni e servizi di osservazione vengono esaminati per ricostruire il ruolo attribuito ad Azzaro e i suoi rapporti.
Da Galassia a Santa Tecla
L’ordinanza parte dai precedenti accertamenti sull’esistenza della cosca coriglianese, richiamando le sentenze delle operazioni Galassia e Santa Tecla. Il giudice precisa però che quei riconoscimenti richiedono, nel nuovo procedimento, una verifica della perdurante operatività dell’organizzazione e dei ruoli assunti nella sua riorganizzazione.
Secondo l’accusa, Damiano Pepe, già condannato definitivamente per partecipazione al locale di Corigliano e per il ruolo di promotore della cosca Pepe-Abbruzzese, avrebbe assunto dal 2016 una posizione di vertice: impartire direttive, raccogliere e distribuire proventi illeciti, sostenere detenuti e familiari, intervenire nelle controversie e mantenere rapporti con imprenditori vicini al gruppo.
Ad Azzaro viene invece attribuito il ruolo di organizzatore e referente dell’area compresa tra Apollinara, Cantinella e San Nico, soprattutto per le attività estorsive, fino al suo arresto del 16 ottobre 2023. Ruoli direttivi e organizzativi sono contestati anche a Natale Perri, Carmine Ginese e Vincenzo Guidi (per il quale la richiesta di misura cautelare è stata rigettata).
La ricostruzione riunisce il lavoro del Ros, del Nucleo investigativo di Cosenza e del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano, con acquisizioni provenienti anche da altri procedimenti su omicidi e traffici di droga. Nell’inquadramento dell’accusa, agricoltura, turismo ed edilizia rappresentano i settori economici sui quali si eserciterebbe il controllo attraverso le estorsioni.
Per Azzaro, l’ordinanza ripercorre una lunga storia giudiziaria. Dal primo arresto del 1992 e dalla successiva condanna per sequestro di persona, lesioni e detenzione illegale di armi, passa alle condanne per associazione mafiosa maturate nei procedimenti Set Up, Sybaris e Santa Tecla. Per quest’ultimo, il provvedimento ricorda la pena definitiva di sei anni e otto mesi per associazione mafiosa ed estorsione continuata e la scarcerazione a Natale del 2015. Richiama anche l’assoluzione pronunciata nel 2010 nel processo Timpone Rosso per l’omicidio di Giorgio Salvatore Cimino. Un successivo periodo di detenzione per la vicenda Sybaris si conclude il 26 aprile 2021.
Per verificare la continuità del rapporto con l’organizzazione dopo il 2015, il gip valorizza soprattutto le dichiarazioni di Ciro Nigro sul sostegno economico ricevuto durante la detenzione.
Nell’interrogatorio del 30 novembre 2021, Nigro racconta di essere stato affiliato da Francesco Abbruzzese, detto “Dentuzzo”, e di aver operato a Corigliano insieme a Perri e Azzaro. Dopo l’arresto del luglio 2009, sostiene, alla sua famiglia sarebbero arrivati 1.300 euro mensili, inviati da Pietro Longobucco e materialmente consegnati da Azzaro attraverso i familiari.
«Azzaro Rocco mandava una volta un figlio, una volta vedeva mio genere o mio figlio», riferisce il collaboratore, ricordando l’indicazione che accompagnava il denaro: «Porta questo a tua madre». Nigro colloca la provenienza dei fondi nella cassa dell’organizzazione: «La “bacinella” era a Corigliano».
Lo stesso collaboratore attribuisce ad Azzaro anche la consegna, nel luglio 2016, di 15mila euro come anticipo per un ricorso a Strasburgo, su un compenso complessivo indicato in 30mila euro. Precisa di aver appreso il pagamento dai familiari. Le dichiarazioni sulle modalità del sostentamento vengono ribadite il 4 dicembre 2021.
Le attività tecniche incontrano intanto un limite nel modo in cui Azzaro utilizza il telefono: poche chiamate, soprattutto per fissare appuntamenti immediati, e un apparecchio privo di connessione a Internet, sul quale non è possibile attivare l’intercettazione attraverso un captatore informatico.
Gli investigatori individuano quindi Andrea La Grotta (anche in questo caso la misura è stata rigettata), che accompagna abitualmente Azzaro, sprovvisto di patente. Vengono monitorati il suo telefono e la Fiat Panda utilizzata per gli spostamenti. L’intercettazione sull’auto subisce però un’interruzione dopo il tentato omicidio di La Grotta del 24 maggio 2022, quando viene raggiunto da colpi d’arma da fuoco mentre è alla guida e riesce a mettersi in salvo.
Tra le conversazioni richiamate c’è quella del 27 luglio 2022 sulla scarcerazione di un soggetto dopo una lunga detenzione per omicidio. Azzaro domanda al nipote: «Hai saputo che è uscito compa’ Na’?». L’interlocutore risponde che le porte del carcere si sono appena aperte. Azzaro propone di raggiungerlo più tardi, mentre nella stessa telefonata fa anche riferimento alla necessità di andare dal barbiere.
Un altro filone riguarda gli incontri con un dipendente di un istituto di vigilanza privata. Il 9 marzo 2022, dopo contatti nei quali si parla di una «situazione nostra», la polizia giudiziaria documenta un incontro di circa dieci minuti con Azzaro e La Grotta a Cantinella.
Il 7 aprile segue un appuntamento analogo in un bar. Successivamente La Grotta accompagna Azzaro a casa, raggiunge la zona dell’abitazione di Pepe a Lattughelle, torna ad Apollinara e poi si reca nuovamente da Pepe, fermandosi brevemente.
L’intimidazione a Cantinella
In questo contesto viene esaminato anche l’incendio che il 6 gennaio 2022 aveva danneggiato diversi mezzi di un’azienda agrumicola a Cantinella. Le intercettazioni e le dichiarazioni dei responsabili dell’impresa non avevano fornito elementi utili a chiarirne le responsabilità.
Gli imprenditori avevano descritto precedenti rapporti con istituti di vigilanza, contratti interrotti e nuove offerte commerciali. Un’impresa aveva rinunciato al servizio dopo due furti; un’altra stava valutando un preventivo per vigilanza, videosorveglianza e allarme. L’ordinanza riferisce anche dell’arrivo, l’11 gennaio 2022, di un furgone aziendale presso l’abitazione di Pepe, dove il conducente avrebbe consegnato una cassetta presumibilmente contenente agrumi. Queste circostanze vengono riportate senza sciogliere i dubbi sulla natura dei rapporti.
Più articolata è la sequenza del 18 maggio 2022. Mentre La Grotta è con Azzaro, riceve una telefonata da un familiare di quest’ultimo: ad attenderli c’è «un amico di Siderno». La Grotta riferisce il messaggio ad Azzaro, che gli dice di raggiungere il luogo dell’appuntamento.
Dopo l’incontro, il nome pronunciato in auto e le successive verifiche sulle immagini di un bar consentono agli investigatori di individuare un uomo ritenuto vicino alla ’ndrina Costa di Siderno e collegato agli Ursino di Gioiosa Jonica, arrivato con un accompagnatore incensurato.
La Grotta lascia Azzaro al bar e si reca da Pepe. Non trovandolo, torna indietro e successivamente raggiunge ancora l’abitazione. Al rientro, Azzaro gli domanda se Pepe fosse arrivato. La Grotta risponde e aggiunge: «Se li è presi e se ne sono andati dentro». Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe accompagnato da Pepe le persone incontrate quella mattina.
Gli spostamenti sul territorio
Anche su questa sequenza il gip pone un limite: l’attività di autista svolta da La Grotta non basta a dimostrarne l’appartenenza all’associazione. Agevolare gli spostamenti di Azzaro, scrive il giudice, non equivale di per sé a una disponibilità verso la cosca. Né gli incontri e gli accessi a casa di Pepe consentono una conclusione diversa, non essendo stato accertato che riguardassero affari illeciti.
La vicenda della guardiania nasce invece dalle denunce del carabiniere in pensione che coltiva il fondo di Apollinara. Il terreno, secondo gli accertamenti riportati, apparterrebbe all’Opera Valorizzazione Sila. La disponibilità era passata attraverso una compravendita priva di documentazione al suocero del denunciante, che lo aveva coltivato per anni. Quando le condizioni di salute non gli avevano più consentito di occuparsene, intorno al 2005-2006, era subentrato il genero. Agli occhi degli interlocutori, osserva il provvedimento, quest’ultimo rappresentava comunque il titolare al quale rivolgersi.
Tra settembre 2020 e febbraio 2021 l’uomo denuncia ripetuti danneggiamenti: cancello e impianto di irrigazione rotti, con un danno stimato in 700 euro; l’incendio del ricovero degli attrezzi, contenente anche 400 cassette di plastica, per circa 7mila euro; il cancello nuovamente divelto; un noce secolare tagliato con la motosega; quattro mandarini recisi alla base; infine altri cinque agrumi danneggiati e il cancello riposizionato all’ingresso, chiuso con catene e lucchetto.
Nell’ultima denuncia decide di raccontare anche gli episodi precedenti, spiegando di averli inizialmente taciuti per paura di conseguenze più gravi.
Il primo risale al marzo 2018: un giovane, successivamente riconosciuto in Luigi Sabino, si presenta come il figlio del guardiano e dichiara di occuparsi della sorveglianza dei giardini. Il pensionato interpreta quelle parole come una richiesta di denaro e rifiuta. Secondo il primo racconto, dopo circa un’ora Sabino torna con Azzaro, che pronuncia la frase sulla scelta del nuovo guardiano. Nell’escussione del 2023 il denunciante non ricorderà con precisione se il ritorno fosse avvenuto nello stesso giorno o in quello successivo, confermando però il contenuto dell’incontro.
Per rendere evidente il proprio rifiuto, racconta di aver detto che avrebbe potuto lasciare cancello aperto e motosega a disposizione, così da consentire di tagliare tutti gli alberi. Azzaro, secondo la sua testimonianza, avrebbe risposto: «Noo! Per amor di Dio… le piante sono sacre!».
Seguono le proposte di acquisto. Nell’estate del 2019 Azzaro gli dice di aver saputo che voleva vendere. Il pensionato nega e Azzaro lo invita a fargli sapere se avesse cambiato idea. Nell’ottobre 2023 il denunciante precisa che l’interlocutore non aveva utilizzato toni aggressivi o minacciosi.
Un’altra richiesta arriva dal figlio di Azzaro, proprietario di terreni vicini e che il provvedimento descrive come non inserito nei circuiti della criminalità organizzata locale. Secondo il racconto, propone di acquistare il fondo per unirlo ai propri e realizzare un accesso all’argine. Anche questa volta la risposta è negativa.
Il denunciante inizialmente colloca l’incontro nell’agosto 2020, prima della serie di danneggiamenti. Sentito nuovamente nel 2023, precisa però di non poter confermare la scansione temporale e di ricordare alcuni danni già subiti quando il figlio di Azzaro si era presentato.
Le parole di Nigro
Racconta inoltre che, nell’aprile 2022, un lavoratore aveva prima accettato e poi rifiutato di effettuare la fresatura del fondo, adducendo la mancanza di carburante. Nel vicinato, sostiene, circolava la voce che qualcuno volesse far «seccare» il giardino. L’uomo non è stato identificato e il pensionato non sa indicare la fonte della voce, riconoscendo di non avere elementi per attribuire quella decisione alla famiglia Azzaro.
Sulla guardiania, gli investigatori richiamano anche Nigro. Il collaboratore distingue l’attività da una cooperativa di servizi nella quale Sabino avrebbe operato con Filippo Solimando e racconta che, dopo la morte del padre Francesco, Luigi sarebbe stato scelto su indicazione di Azzaro per raccogliere i pagamenti dai possessori dei terreni.
Secondo Nigro, si trattava di somme anche di 50 o 100 euro, senza un’effettiva prestazione di sorveglianza; per i grandi proprietari le richieste sarebbero state più consistenti e i proventi destinati alla cassa del gruppo. Il pensionato, da parte sua, riferisce che il suocero versava al precedente guardiano 600mila lire annue, divise tra agosto e dicembre.
Le dichiarazioni di Nicola Acri e il summit
Nicola Acri parla invece del padre di Luigi Sabino, indicato come “Ciccillo”, descrivendone l’attività di guardiano e l’utilizzo dell’abitazione per incontri tra associati. Nel ricostruire vicende omicidiarie del passato, riferisce anche di una pistola con silenziatore fatta arrivare ad Azzaro attraverso Annibale Matalone e affidata a Francesco Sabino perché la custodisse.
Per Luigi Sabino vengono infine documentati dodici accessi all’abitazione di Pepe tra gennaio e ottobre 2023. Il 29 marzo, in particolare, la sua presenza coincide con quelle di Leonardo Abbruzzese, Giuseppe Sammarro, un soggetto, un uomo e Vincenzo Sibarella: un incontro che la Procura considera un summit.
Le valutazioni del gip
Nelle valutazioni conclusive, tuttavia, il gip Fabiana Giacchetti separa gli elementi. La richiesta di guardiania, il rifiuto e il successivo arrivo di Azzaro fondano, secondo il giudice, la gravità indiziaria della tentata estorsione con metodo mafioso. Vengono valorizzati il ruolo e la notorietà di Azzaro e il contenuto della frase «abbiamo messo questo ragazzo come guardiano», ritenuta espressiva di una pretesa sostenuta dall’organizzazione.
Quanto ai danneggiamenti, manca invece un collegamento sufficientemente solido con gli indagati: il giudice non individua una stretta successione temporale che, in assenza di altri elementi, permetta di affermare il nesso prospettato dalla Procura antimafia di Catanzaro. Anche le richieste di vendita, nelle parole utilizzate da padre e figlio, non contengono riferimenti a pretese estorsive o alla ’ndrangheta e appaiono legate a interessi personali.
Per Sabino, il singolo episodio della guardiania non dimostra inoltre una stabile appartenenza alla cosca. Le visite da Pepe e la presenza al presunto summit non colmano la lacuna, perché non sono stati accertati né l’oggetto dell’incontro né il contributo che avrebbe fornito.
Infine, il gip distingue gli indizi dalle esigenze cautelari: la condotta contestata risale al 2018 e non presenta, nella valutazione del giudice, esigenze cautelari attuali. Su questo fatto viene quindi rigettata la richiesta di applicazione della misura. Le valutazioni restano quelle proprie della fase cautelare e non costituiscono un accertamento definitivo di responsabilità.

