Al termine del convegno dedicato ai temi della legalità, dell’educazione e del recupero sociale dei giovani, svoltosi presso l’Aula Caldora dell’Università della Calabria, il procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri ci ha rilasciato un’intervista.

All’incontro hanno preso parte la professoressa Maria Mirabelli, direttrice del Dices Unical, la professoressa Teodora Pezzano, direttrice dei Master Unical, la dottoressa Gabriella Agrusti, presidente della Siped (Società Italiana di Pedagogia).

Il convegno ha visto una larga partecipazione di studenti universitari, docenti, autorità locali e numerosi ragazzi provenienti dai licei del Cosentino e dell’area urbana di Rende.

Nel corso del confronto, legato anche al libro “Come radici. Una storia sulle seconde possibilità”, scritto insieme ad Antonio Nicaso, il magistrato ha parlato del recupero dei giovani coinvolti in percorsi criminali, del futuro del Sud e delle profonde disuguaglianze che ancora dividono l’Italia.

Cominciamo subito sulle baby gang. Cosa sta accadendo?

«Man mano che passano gli anni, i mesi, si abbassa sempre più il livello morale ed etico, e si abbassa sempre più l’età dei soggetti che commettono reati. Reati che fino a qualche anno fa venivano commessi da adulti, oggi vengono commessi da ragazzini anche di 12, 13, 14 anni, che arrivano persino a commettere omicidi.

È un fenomeno che sta crescendo e che sta sfuggendo di mano, perché bisogna intervenire contestualmente su più fattori. Non ultimo quello di fare investimenti di medio e lungo periodo: investire nell’istruzione, fare una scuola a tempo pieno, investire nel terzo settore. Anche il volontariato ha un costo: serve una struttura, bisogna pagare la luce, bisogna sostenere spese. Quindi bisogna intervenire su più settori, perché la violenza è il risultato di una serie di concause».

Di quali strumenti ci sarebbe bisogno per poter fare al meglio le indagini e quindi combattere la ’ndrangheta e la mafia con maggiore forza?

«Per sintetizzare in mezzo minuto: tutte le riforme fatte dal governo precedente e da quello attuale non servono assolutamente a nulla. Non servono a velocizzare i processi, non servono a dare risposte alla gente. Tranne la riforma sulla cybersicurezza, che consente di intercettare un hacker, arrestarlo e farlo diventare anche collaboratore di giustizia. Il resto c’entra poco o nulla con quelli che sono i bisogni della giustizia».

In una delle ultime inchieste si è riscontrato un forte legame fra camorra e ’ndrangheta.

«Sì. Abbiamo aperto la procura perché c’erano migliaia di file “lucchettati”. Abbiamo triplicato le rogatorie internazionali, ci siamo aperti al mondo sul piano investigativo e abbiamo accelerato i rapporti con le altre procure. Abbiamo visto che la camorra è collegata e noi facciamo indagini con quasi tutte le procure d’Italia, anche con Catanzaro e Reggio Calabria. Abbiamo notato questa interazione soprattutto nel traffico di droga tra Calabria e Campania».

Seconda possibilità: si può sbagliare? Ci si può rialzare?

«Sì. Abbiamo scritto questo libro, “Radici”, proprio per dare questo messaggio: la seconda possibilità è possibile ed è giusta, soprattutto per i giovani, per i ragazzi che hanno sbagliato, che sono nelle comunità o in carcere. Assolutamente sì, bisogna fare di tutto».

Procuratore, le radici in Calabria spesso suonano come una condanna.

«No. Il posto più bello è il posto dove si è nati. Io sono fortunato perché sono nato in un paese bellissimo, ma anche nei posti difficili, nelle lande desolate, quello resta sempre il posto delle radici, dove si sono creati i sentimenti veri: l’amicizia, l’infanzia. Pensare alla Calabria, anche se si è lontani, è una cosa positiva. Bisogna avere sempre la speranza e il desiderio di tornare per contribuire a migliorare il territorio».

Se lei potesse cambiare qualcosa, cosa cambierebbe? E che consiglio darebbe a un giovane?

«Direi di studiare tanto, per superare il gap rispetto a un giovane del Nord che ha maggiori opportunità e infrastrutture. Quando si parla di autonomia differenziata, io non sono d’accordo: prima devi dare le stesse infrastrutture di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, poi se ne può parlare. Altrimenti è come una gara dei 100 metri in cui uno parte 10 metri avanti. Noi vogliamo un’Italia unita, non ulteriormente divisa, né sostanzialmente né formalmente».