Tra affitti insostenibili, lavoro precario, caro vita e servizi che non rispondono, gli universitari raccontano paure e incertezze. Una generazione che ormai fa fatica a immaginare il domani: «Noi vogliamo vivere, non sopravvivere»
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Nei giorni delle proteste contro il carovita, ho fatto le stesse domande a decine di ragazzi tra i 19 e i 26 anni alla Sapienza: quanti anni hai, cosa ti aspetti, cosa ti preoccupa. Le risposte raccontano una generazione che sa ancora cosa desiderare ma non riesce più a prevedere niente.
Sperare e aspettarsi sono due verbi diversi. Il primo riguarda quello che vorresti. Il secondo quello che pensi accadrà. Tra gli studenti che ho intervistato, il primo resiste. Il secondo si è quasi spento.
Diciannove anni. Venti. Ventidue. Venticinque. Ventisei. La prima domanda era la più semplice, e le risposte arrivavano una dopo l’altra, veloci. Poi chiedevo cosa si aspettassero dal futuro, e lì il ritmo cambiava.
«Il futuro è un argomento che spaventa molto», mi ha detto una ragazza. «Non so esattamente cosa aspettarmi. So cosa sperare, ma aspettarmi non lo so».
Un’altra ha fatto un passo indietro nel tempo per rispondere. «Se me l’avessi chiesto qualche anno fa, magari avrei risposto in modo più positivo. Adesso non so più cosa aspettarmi dal futuro. Non mi aspetto più niente».
Ho raccolto queste voci nei giorni in cui l’Italia guardava le piazze. Il 16 ottobre circa 10mila studenti hanno sfilato a Roma dall’Esquilino fino al ministero dell’Istruzione di viale Trastevere. A Milano, dopo i violenti scontri in piazza Duomo, decine di ragazzi hanno sfondato vetrine e pensiline in via Torino. A Bologna una manifestazione contro il carovita vicino alla stazione è finita con scontri, e centinaia di persone, molte a volto coperto, hanno spaccato oggetti e vetrine. Le immagini dei negozi devastati hanno occupato telegiornali e prime pagine.
Gli studenti che ho incontrato quelle immagini le conoscevano, e quasi tutti volevano parlare d’altro. Uno ha tagliato corto: «Sinceramente delle vetrine non me ne frega un ca**o, soprattutto se sono vetrine di aziende multimilionarie». Un altro ha usato parole più misurate per dire una cosa simile: «Penso sia più importante la vita rispetto alla vetrina rotta». Una ragazza ha provato a spiegare il meccanismo: «I telegiornali si focalizzano sugli atti piuttosto che sulla ragione dietro quegli atti. Nessuno parla del perché la gente scende in piazza».
Non tutti difendevano la rabbia. Un ragazzo ha detto che bisogna protestare in un altro modo: «Proponendo idee, proponendo concetti, proponendo soluzioni». Un altro ha definito i danni la conseguenza di una rabbia «isterica», accumulata nel tempo e rimasta senza risposta dalle istituzioni. Sul perché quella rabbia esista, però, erano tutti d’accordo.
Il perché ha cifre precise. «L’impossibilità di vivere da studente fuori sede, di pagare 600 euro al mese, di non avere un lavoro», ha elencato uno. Una studentessa arrivata dalla Toscana mi ha raccontato la sua ricerca di una stanza: «Trovare qualcosa sotto i 500 è veramente impossibile. Ti offrono spazi angusti dove non c’è proprio un diritto di viverci». Un ragazzo che lavora per mantenersi ha descritto un conto che non torna: «Faccio due lavori e comunque uso i soldi che guadagno per fare benzina».
La benzina tornava spesso. In quelle settimane il prezzo dei carburanti era diventato il centro della crisi. Un decreto del 17 settembre aveva ridotto temporaneamente l’accisa sul gasolio fino al 5 ottobre, senza poi prorogarla. Dalla mezzanotte del 16 ottobre gli autotrasportatori hanno avviato un fermo di 120 ore con presidi e rallentamenti, e il Sud si è svuotato. A Bari, il 18 ottobre, in un supermercato mancavano pesce e merce fresca, e prodotti come latte e farina erano in esaurimento. Ancora il 23 ottobre molti distributori restavano a secco e i supermercati, svuotati di gran parte dei prodotti, ricominciavano solo allora a rifornirsi.
Uno studente che segue la politica da vicino mi ha detto di aver notato un cambiamento proprio lì: «Anche le persone che di solito sono disinteressate alla politica adesso stanno cominciando a capire cosa significa trovare gli scaffali vuoti, pagare la benzina a 2,20 euro al litro». Poi ha parlato di sé: «Quello che vivo ogni giorno adesso è un perenne stato di incertezza.» È fuorisede, la madre gli manda i soldi ogni mese. Spera di trovare un lavoro che gli permetta di restare a Roma.
Un ragazzo pugliese ha scelto di raccontarmi una storia di famiglia. Al nonno è stato diagnosticato un tumore alla vescica. Sono passate due settimane prima di una prima risposta sulla natura della malattia, altre due per sentirsi dire che i risultati non erano ancora arrivati. «Gli hanno prescritto una TAC. Questa TAC la potrà fare solo nel 2027».
L’ospedale più vicino è a mezz’ora di macchina dalla casa dei nonni. «E ad oggi, nella mia città, tutti i distributori di carburante sono a secco». Ha usato la parola «vergognoso» tre volte di fila. Poi ha aggiunto: «Persone che si sono fatte il mazzo tutta la vita adesso si ritrovano a chiedere pietà».
C’è una frase che descrive il punto d’arrivo di tutte queste storie, e me l’ha detta uno studente che parlava piano: «Alla base di quelle piazze c’è una società che non riesce più a guardare al domani».
Guardare al domani, per molti, significa guardare altrove. «In Italia siamo pochi, e quelli bravi che ce la fanno se ne vanno», mi ha detto un ragazzo. Alla domanda sulla casa, un altro ha risposto con un calcolo di tempi: per comprarne una servono risparmi e una stabilità lavorativa «non indifferente». E ha concluso: «Rimanendo in Italia, dubito fortemente».
La preoccupazione più grande, per una studentessa, era proprio questa: «Non riuscire a costruirmi un futuro nel Paese in cui vivo». I dati europei descrivono lo stesso percorso rallentato. Secondo il rapporto Eurostat pubblicato il 15 settembre 2026, in Italia si lascia la casa dei genitori in media a 30,2 anni, quasi quattro anni dopo la media europea di 26,3. Tra i 20 e i 29 anni il tasso di occupazione italiano si ferma al 47,6%, contro il 65,5% europeo.
Poi c’è una fatica che non si vede nelle piazze. Due ragazze mi hanno parlato della terapia senza che glielo chiedessi. Una va dallo psicologo da tre anni, l’altra da cinque. «Mi rendo conto che è una cosa molto da privilegiati», ha detto la seconda. «Dovrebbe essere un diritto umano di base.» Lo strumento pubblico pensato per questo copre pochissimi. Il bonus psicologo 2025 è stato riconosciuto a 6.300 persone su oltre 360mila domande, il 2,58% dei richiedenti. Per il 2026 i fondi scendono da 9,5 a 8,5 milioni di euro. Un’altra studentessa ha descritto il problema dall’interno: «Non riusciamo più a gestire questa pressione, questo carico di pressioni sociali che ci vengono imposte».
Il momento in cui qualcosa si è incrinato, molti lo collocano nella capacità stessa di immaginare. «Ci stanno togliendo anche solo la possibilità di immaginarci un futuro», mi ha detto una ragazza. Si è fermata, ha cercato la parola giusta. «Proprio i sogni. Ci stanno togliendo i sogni, e questa cosa è veramente orribile».
Nessuno di loro, però, mi è sembrato rassegnato. La rabbia aveva ancora una direzione. «Siamo noi, in maniera attiva, che possiamo cambiare le cose, perché sennò non lo fa nessun altro al posto nostro», ha detto uno. Un altro ha guardato indietro di cinquant’anni, al Sessantotto e agli anni Settanta, e ha concluso che da allora le cose si sono fermate: «Succede tutto lentamente, poi tutto insieme». Una studentessa ha sintetizzato la richiesta di tanti in una frase che circolava già nei cortei: «Noi vogliamo vivere, non sopravvivere».
A un certo punto ho smesso di chiedere cosa si aspettassero e ho chiesto cosa sperassero. Le risposte sono diventate concrete, quasi modeste. Un governo che risponda alle esigenze basilari dei cittadini. Arrivare a fine mese. Potersi permettere da mangiare e da vivere. Una casa. Nessuno ha parlato di ricchezza o di successo.
Un ragazzo di vent’anni ha risposto così: «Spero di essere felice. Non mi interessa neanche uno stipendio altissimo. Io voglio essere felice. Condizioni favorevoli, niente di più, niente di meno».

