Un palloncino non si gonfia all’infinito. È l’immagine che Walter Greco, docente di Sociologia politica all’Università della Calabria, usa per leggere i disordini che in tutta Italia – e in particolar modo a Milano - hanno coinvolto nell’ultimo periodo tanti giovanissimi, anche minorenni. Una mobilitazione nazionale contro carovita e spese militari che a Cosenza – così come nel resto della Calabria - ha avuto il suo culmine nella giornata di ieri, venerdì 30 ottobre. Una questione che, secondo l’esperto, non riguarda un presunto smarrimento generazionale. «Parlare di smarrimento – osserva – significa metterci nei panni dei giovani che sanno dove stanno e pretendere di giudicarli. Secondo me è semplicistico: ci sono motivi molto più profondi che determinano questo sbandamento. E ci tengo a evidenziare un’altra cosa: non voglio assolvere chi sbaglia perché le responsabilità individuali restano, ma bisogna capire perché ciò accade».

La disillusione di un’intera generazione

Il primo nodo è culturale, ancora prima che economico, perché come spiega Walter Greco «viviamo in una società che riesce a generare tantissimo desiderio». E desiderare, nella sua lettura, vuol dire voler entrare in un mondo che produce valori e codici. Anche uno smartphone o un oggetto di lusso diventano un modo per dire chi si è, dentro un universo simbolico in cui i ragazzi sono immersi fin da piccoli.

Il problema nasce quando quei desideri sbattono contro la realtà. «Tutti questi desideri – prosegue il docente – subiscono una cesura. Non è una barriera all’accesso, è una membrana sottile che scoppia». Da qui il valore simbolico delle vetrine dei negozi di lusso finite nel mirino a Milano. Senza attribuire un significato sociologico a ogni gesto e senza trasformare la distruzione in protesta legittima, c’è la distanza tra chi si sente parte di un mondo e chi scopre di esserne escluso. I giovani sono esposti di continuo a modelli di successo, mentre le possibilità di trasformarli in esperienze concrete restano molto diseguali. E la frustrazione, se non trova interlocutori, può prendere forme distruttive.

Una politica che non immagina più il futuro

La questione, ovviamente, non si ferma ai consumi. «Il ruolo della politica è immaginare il futuro, trovare soluzioni ai problemi e accompagnare la società per mano – sottolinea –. Oggi non ce l’ha più, questa capacità. Un tempo, con tutti i limiti, esisteva almeno una direzione: industrializzare la Calabria, puntare sul turismo». Oggi prevale la navigazione a vista, con il confronto sulle soluzioni strutturali sostituito da personalismi e contrapposizioni. «Se uno volesse essere veramente cattivo con un politico – aggiunge – dovrebbe chiedergli: mi dici come sarà la Calabria, come sarà l’Italia fra cinque o dieci anni?». Una domanda semplice solo in apparenza, perché per rispondere servono un progetto, investimenti, servizi e la capacità di ascoltare chi si affaccia alla vita adulta.

Il docente richiama i circa 230 miliardi del Pnrr, a suo avviso dispersi in mille interventi invece di concentrarsi su poche priorità, come gli alloggi per gli studenti universitari. «Non avremmo avuto cinquemila ragazzi che avevano cinquemila motivi in meno per andare a scassare le vetrine? – si chiede –. Probabilmente sì».

Intanto la speranza costa. Greco ricorda gli studenti che partono all’alba per raggiungere l’Unical, affrontano ore di viaggio e tengono duro nonostante tutto. Ma la speranza non è una risorsa inesauribile: dopo i sacrifici economici, il sonno sottratto e gli esami, resta da trovare un posto nel mondo del lavoro, e il titolo di studio non sempre migliora la vita. «Quanti giovani finiscono gli studi e vorrebbero impegnarsi, mettere a disposizione quello che hanno imparato? – ragiona –. Adesso il mondo delle favole è finito. Spesso le opportunità corrispondono lavorare a un call center o fare la cassiera in un supermercato».

Reprimere il sintomo non cura il disagio

Greco respinge anche l’idea di una generazione senza valori. Accanto a chi sbaglia ci sono i giovani che fanno volontariato, assistono gli anziani, stanno accanto ai senza dimora dopo una giornata di studio. «Non ci sono giovani cattivi – afferma –, ci sono giovani che rispondono alle cose in maniera diversa». E nemmeno i social sono l’origine di tutto il male: «Facilitano la comunicazione e passano dei modelli sbagliati. Ma siamo sempre noi che diamo i modelli».

Nessuna indulgenza per la violenza: «È da stupidi andare a fracassare una vetrina», dice, perché si finisce per rafforzare le risposte repressive e indebolire chi protesta pacificamente. Ma proprio per questo, avverte, non si può rispondere solo con la sicurezza. «Se tu a un malessere sociale che è innegabile dai delle risposte soltanto di tipo securitario – osserva – trovi una soluzione al problema o lo fai per parlare alla pancia del tuo elettorato?».

Lo stesso vale per l’ipotesi di portare tutti i minorenni davanti a un giudice. «Secondo me è folle – taglia corto –. Se mio figlio sbaglia, io da padre devo capire perché ha sbagliato». Capire, chiarisce, non significa sottrarre qualcuno alle conseguenze delle proprie azioni, ma evitare che la sanzione resti l’unico strumento e che un ragazzo venga marchiato senza chiedersi in quale contesto sia maturato il suo gesto. E non tutto va ricondotto alla sfera clinica: «Andiamo a vedere se veramente è nella psiche che si formano, oppure nell’incapacità di dare prospettive, di dare una vita più rilassata e più calma».

Per il docente, quei ragazzi in piazza volevano dire altro. «Erano lì per manifestare un disagio, per dire al mondo degli adulti: attenzione, ci avete rubato il futuro». Una frase che Greco lega alle scelte collettive, al definanziamento dell’università e ai debiti pubblici che ricadranno sulle generazioni successive. Una società che chiede ai giovani di studiare, essere flessibili e competitivi, senza garantire prospettive proporzionate agli sforzi, non può sorprendersi se la pressione si accumula. Il compito degli adulti non è aspettare che il palloncino scoppi per poi punire chi lo ha fatto esplodere. È capire quanta pressione si sta accumulando, da dove arriva e perché nessuno sia intervenuto prima.