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L’estate è cominciata da meno di un mese e ad Amantea fa caldo. Il 12 luglio del 1981, tre amici siedono su una panchina in via Dogana, davanti a una pescheria. Uno di loro è il titolare dell’attività. Si chiama Francesco Africano detto Ciccio e ha 43 anni. Parla del più e del meno con i suoi compagni quando, intorno a mezzanotte, un’Alfetta blu passa davanti a loro e dall’abitacolo partono quattro colpi di pistola. Nessuno dei proiettili va a segno e mentre l’auto assassina scompare nella notte, il terzetto brinda allo scampato pericolo. L’obiettivo era proprio Africano, ma per lui l’appuntamento con il destino è solo rimandato.
Sei mesi dopo, il posto è sempre quello. Cambia l’orario e il clima. Fa freddo ad Amantea, alle 18.30 piove ed è già buio. Il 23 dicembre le attività fervono nella pescheria, perché l’indomani è giorno di vigilia. Africano è sempre in compagnia. Con lui ci sono Emanuele Osso e Domenico Petrungaro. Quest’ultimo è stato appena scarcerato in anticipo sui tempi grazie a un indulto. Osso è andato a prenderlo a Colle Triglio e insieme sono andati a far visita al vecchio amico. Una decisione che, in quell’anno orribile, può risultare fatale.
La scena si ripete, come a luglio. Stavolta, però, non è un’Alfetta, bensì una Fiat 127 rossa che si ferma proprio davanti alla pescheria. I sicari sono attrezzati meglio della volta precedente. Hanno un fucile a canne mozze e una Colt 357 magnum. Africano ha in tasca lo stesso revolver, con sei colpi nel tamburo. L’attentato estivo lo ha messo sul chi va là, ma non fa in tempo a estrarre l’arma. Una fucilata, un proiettile e tre corpi giacciono esanimi sull’asfalto.
Il vero bersaglio era lui, Africano. Gli altri due muoiono per caso. I carabinieri, giunti poco dopo sulla scena del crimine, lo intuiscono fin da subito: la strage rientra nel contesto della guerra di mafia in corso in quei mesi. Ci vuole poco per capirlo. Sanno che il titolare della pescheria è da tempo sospettato di essere il boss di Amantea. Sanno anche che è alleato di Franco Perna, a sua volta impelagato in una sanguinosa faida nella città di Cosenza contro il gruppo di Franco Pino. Fanno uno più uno e tirano le somme: il movente dell’omicidio sta tutto qui.
Non sbagliano quei carabinieri, ma come avviene spesso all’epoca, le intuizioni investigative sono destinate a non trovare riscontri giudiziari. Il caso, dunque, finisce in archivio senza che siano individuati i responsabili. Per quelli bisognerà attendere venticinque anni. L’avvento dei collaboratori di giustizia, infatti, consente di ricostruire cause e pretesti della carneficina natalizia di via Dogana, con relativo collegamento all’antefatto estivo. Il 12 luglio, a San Lucido, cade in un conflitto a fuoco Giovanni Drago, pezzo grosso del clan Pino nonché cognato del capo in persona. Quella sera stessa i suoi compagni, accecati dalla rabbia, si lanciano all’assalto di Amantea. Ritengono – in modo erroneo – che i killer di Drago siano partiti proprio da lì. Falliscono la prima missione, ma sei mesi più tardi centrano il bersaglio, prendendosi anche la vita di due innocenti.
«Per Perna fu un brutto colpo. Come se gli avessero tagliato un braccio». Nicola Notargiacomo rievoca così quei giorni ruggenti. Nel contesto della guerra, Amantea rivestiva un ruolo strategico. Perna poteva recarvisi liberamente, certo della propria incolumità proprio grazie alla presenza di Africano. «Era un nemico assoluto» racconta di quest’ultimo Franco Pino, con una chiosa fatalista: «Ormai lo avevamo puntato, era solo questione di tempo». Il commando parte da San Lucido con la regia di Nelso Basile. Regia efficiente. «A San Lucido – aggiunge ancora Pino – bastavano cinque minuti per organizzare un omicidio. Le auto rubate e le armi erano costantemente a disposizione, gli uomini sempre disponibili». In più c’era anche un’arma da onorare.
Si tratta della 357 magnum che apparteneva a Drago. Dopo la sua morte, l’arma torna in possesso di Pino e da lui passa a Basile che ne fa un vero e proprio feticcio. Vuole utilizzarla per vendicare il proprietario, suo grande amico, e riuscirà in quell’intento sinistro. «Stavamo per fare la stessa fine, l’abbiamo evitata per un pelo». Quella sera in via Dogana, ci sono anche altri due soggetti temibilissimi: Giuseppe Vitelli e Angelo Santolla. Insieme, formano il gruppo di fuoco del clan Perna. Quella sera, però, non sono ad Amantea per uccidere qualcuno, ma per ritirare una cassetta di pesce dall’amico Africano. Dopo aver caricato il loro cenone della Vigilia del cofano, hanno appena percorso pochi metri quando, alle loro spalle, sentono le pallottole fischiare. Filano via a tutto gas e salvano così la pelle. «Poche ore prima, Africano era stato a Cosenza a portarci del pesce». Francesco Tedesco, un altro fedele a Perna, ha ancora davanti agli occhi il passaggio dell’amanteano in piazza Piccola, punto di ritrovo principale della sua banda.
Da lì, il commerciante si sposta poi a Colle Triglio, portando un carico di alici e gamberi anche ai detenuti del gruppo Perna. «Forse ha attirato su di sé l’attenzione proprio in quel giorno» completa il discorso Tedesco. Fatto sta che dalle mura porose del vecchio carcere la voce circola. Tempo cinque minuti e San Lucido è pronta a colpire. All’epoca, Franco Pino si trova dietro le sbarre in quel di Napoli. Lì riceverà un telegramma con gli omaggi dell’amico Basile. «Tanti saluti», soltanto quello. È un messaggio in codice utilizzato già in altre occasione. Vuol dire che un nemico è caduto.

