Un pezzo dell’inchiesta sui presunti permessi di soggiorno “pilotati” finisce a Castrovillari. Per alcune delle ipotesi di reato contestate nel fascicolo aperto a Matera, infatti, il gip Roberto Scillitani ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura di Castrovillari per competenza territoriale, insieme a quelle di Bari e Potenza.

L’indagine, coordinata dal pubblico ministero Angela Continisio della Procura di Matera e condotta dalla Guardia di finanza di Matera, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare: undici persone sono finite ai domiciliari. L’inchiesta complessiva conta 36 indagati, accusati – a vario titolo e secondo le rispettive responsabilità – di 13 episodi di concorso in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

L’ipotesi investigativa: “braccianti agricoli” solo sulla carta

Secondo la ricostruzione accusatoria, un gruppo composto da consulenti del lavoro e agenti assicurativi avrebbe predisposto centinaia di pratiche ritenute fittizie da presentare alle Prefetture di Bari, Potenza, Matera e Milano. Il fine, sempre secondo l’accusa, sarebbe stato quello di favorire il rilascio di permessi di soggiorno a cittadini extracomunitari qualificati come braccianti agricoli, utilizzando le procedure previste dalla normativa sui flussi di ingresso per lavoro in modo strumentale e per finalità illecite.

Nel quadro delineato dagli investigatori, alcuni indagati avrebbero avuto il compito di procacciare cittadini stranieri interessati «ad ottenere un titolo legittimante per l’ingresso nel territorio dello Stato», mentre alcuni professionisti pugliesi e lucani avrebbero curato la predisposizione della documentazione «attestante falsamente la sussistenza dei requisiti di legge». In questa prospettiva, risulterebbe centrale anche il ruolo di titolari di imprese agricole, alcune delle quali – secondo l’ipotesi accusatoria – sarebbero state costituite ad hoc per attestare esigenze di manodopera.

Aziende “inermi” e imprese non operative

Gli inquirenti ritengono che in alcuni casi sarebbero state coinvolte aziende del tutto estranee, con il nome utilizzato all’insaputa dei titolari. In altre ipotesi, invece, sarebbero state impiegate imprese non operative o comunque non in grado di sostenere reali assunzioni.

La Procura descrive un sistema «strutturato, volto a procurare indebitamente titoli di ingresso nel territorio dello Stato», con un duplice obiettivo: consentire agli interessati di ottenere illegittimamente visto e ingresso in Italia e, allo stesso tempo, generare un profitto economico attraverso il pagamento di somme di denaro per la gestione delle pratiche.