La monumentale fusione in bronzo deriva da un modello ligneo del 1910. Dal 2015 accompagna il passaggio quotidiano lungo corso Mazzini
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Nel cuore di corso Mazzini, tra le strade della Cosenza contemporanea, una figura femminile allungata e ieratica sembra sottrarsi al rumore della città. È la Testa di Cariatide di Amedeo Modigliani, una delle presenze più singolari del Museo all’Aperto Bilotti. Un’opera che porta nel centro della città dei Bruzi il respiro inquieto della Parigi delle avanguardie e, insieme, la memoria remotissima della classicità mediterranea. Amedeo Modigliani appartiene a quella ristrettissima costellazione di artisti la cui vicenda biografica è divenuta, nel tempo, quasi inseparabile dalla leggenda.
Nato a Livorno il 12 luglio 1884, in una famiglia di origini sefardite, Modigliani crebbe in un ambiente nel quale la cultura occupava un posto rilevante, nonostante le difficoltà economiche che accompagnarono l’esistenza familiare. La malattia avrebbe segnato precocemente il suo destino: pleurite, tifo, quindi la tubercolosi, quella stessa infermità che lo avrebbe accompagnato sino alla morte. La sua vocazione artistica maturò assai presto.
Nel 1898 entrò nell’atelier livornese di Guglielmo Micheli, mentre nel corso degli anni successivi frequentò gli ambienti artistici di Firenze e Venezia. Poi Parigi, nel 1906: la capitale francese era allora il laboratorio febbrile della modernità, una città nella quale linguaggi, culture e tradizioni lontanissime entravano quotidianamente in collisione, producendo una delle più straordinarie rivoluzioni della storia dell’arte.
Modigliani vi giunse portando con sé la tradizione figurativa italiana e finì per incontrare Picasso, Cézanne, Toulouse-Lautrec, i Fauves, Brâncuși e soprattutto quella vasta fascinazione per le arti africane e arcaiche che avrebbe contribuito a mutare radicalmente la grammatica della rappresentazione occidentale. È proprio nella Parigi dei primi anni Dieci che si colloca la stagione scultorea di Modigliani, spesso meno conosciuta dal grande pubblico rispetto alla sua celeberrima produzione pittorica. Tra il 1909 e il 1913 l’artista si dedicò infatti con particolare intensità alla scultura, lavorando prevalentemente la pietra e perseguendo una progressiva semplificazione delle forme. Le sue teste femminili diventano allora figure quasi archetipiche: colli smisuratamente allungati, volti ovali, occhi talvolta ridotti a superfici opache, bocche appena accennate, capelli e lineamenti ricondotti a una sintesi severa.
La figura umana perde ogni intento meramente naturalistico e diviene ritmo, verticalità, armonia. È in questo contesto che nasce la ricerca sulle cariatidi. Il termine conduce direttamente alla Grecia antica. La cariatide è, per definizione, una figura femminile concepita come elemento architettonico portante: una donna che, al posto di una colonna, sostiene idealmente il peso dell'edificio. Nell'immaginario occidentale il riferimento più celebre è quello delle Cariatidi dell’Eretteo sull’Acropoli di Atene. Modigliani recupera quell’antichissimo archetipo e lo trasporta dentro la modernità. La colonna diviene corpo; l’architettura diviene anatomia; la materia assume una dimensione quasi spirituale.
La Testa di Cariatide che oggi si trova a Cosenza deriva da un modello ligneo realizzato da Modigliani nel 1910, oggi conservato in Australia. La versione presente nel MAB è una fusione monumentale in bronzo, alta oltre due metri. Ed è qui che l’opera diviene particolarmente affascinante. La donna raffigurata appare severa, composta, quasi sottratta alla dimensione contingente dell’esistenza. Il volto, allungato sino a sfiorare l’astrazione, possiede una ieraticità quasi sacrale. Gli occhi, privi della consueta funzione mimetica, sembrano spalancarsi verso un altrove; il collo si innalza come una colonna; l’intera figura sembra aspirare verso l’alto. Non è il ritratto di una persona riconoscibile. È una forma. E proprio nella rinuncia alla fisionomia individuale risiede una parte essenziale della poetica di Modigliani: l’artista non cerca la riproduzione dell’essere umano, bensì la sua trasfigurazione.
La donna diviene archetipo, memoria, struttura. La figura si emancipa dalla carne e assume una dimensione quasi monumentale anche quando nasce da un corpo umano. La Testa di Cariatide è inoltre una sintesi esemplare delle diverse culture che attraversarono l’esperienza parigina di Modigliani. Vi confluiscono il retaggio della classicità, la tradizione figurativa italiana, l’interesse per l’arte africana e per le forme arcaiche, insieme alla tensione modernista delle avanguardie europee. In questa contaminazione sta forse il segreto della sua modernità. Modigliani non distrugge la figura per arrivare all’astrazione.
La sottopone piuttosto a una progressiva purificazione, sino a restituirla nella sua essenzialità. È una strada diversa rispetto a quella percorsa da molti suoi contemporanei: mentre l’arte europea tendeva sempre più verso la dissoluzione dell’immagine, Modigliani continuava a credere nella potenza della figura umana. La sua modernità nasce, paradossalmente, dalla capacità di attraversare il nuovo senza recidere il filo della memoria.
Perché proprio Cosenza?
La presenza dell’opera a Cosenza non è casuale e racconta una delle pagine più interessanti della politica culturale della città. Il MAB, Museo all’Aperto Bilotti, nacque dalla grande operazione di mecenatismo legata alla famiglia Bilotti e venne inaugurato nel 2006, trasformando corso Mazzini e le sue diramazioni in un autentico percorso museale a cielo aperto. Nel tempo vi sono confluite opere di alcuni tra i maggiori protagonisti dell’arte del Novecento, da Giorgio de Chirico a Salvador Dalí, da Mimmo Rotella a Giacomo Manzù, da Pietro Consagra sino allo stesso Modigliani.
La Testa di Cariatide giunse a Cosenza nel 2015. L’opera apparteneva alla collezione di Laure Modigliani Nechtschein, nipote dell’artista, e successivamente era entrata nell’orbita dell’Istituto Amedeo Modigliani. Fu Roberto Bilotti, componente del comitato scientifico dell’Istituto e legato alla famiglia che aveva dato origine al MAB, a sostenere il progetto di trasferimento dell’opera nella città calabrese. La scelta cadde su Cosenza perché il Museo all’Aperto Bilotti venne ritenuto un contesto particolarmente coerente con il valore e con la natura dell’opera. Prima di arrivare a Cosenza, la scultura aveva avuto una storia espositiva altrettanto significativa: era stata presentata a Roma, nel 2006, nel cortile di Sant’Ivo alla Sapienza, quindi trasferita in altri contesti della capitale, sino all’esposizione presso l’ospedale San Camillo-Forlanini. Nel 2015 fu destinata definitivamente al MAB. La scelta cosentina possiede dunque un significato che oltrepassa la semplice acquisizione di una scultura prestigiosa. Cosenza, con il MAB, aveva costruito una concezione diversa dello spazio museale: l’arte non confinata entro le pareti di un edificio, bensì restituita alla strada, alla quotidianità, al transito dei cittadini.
È una concezione che il Ministero della Cultura riconosce come una delle caratteristiche qualificanti del Museo all’Aperto Bilotti: corso Mazzini diviene così una sorta di grande galleria urbana, nella quale il visitatore può incontrare la storia dell’arte contemporanea senza varcare una soglia.
La Cariatide nel cuore della città
Oggi la Testa di Cariatide è collocata nel cuore del MAB, in corso G. Mazzini, nei pressi di piazza Kennedy, lungo quella grande isola pedonale che costituisce uno degli assi culturali più riconoscibili della Cosenza contemporanea. Ed è proprio il rapporto fra l’opera e il luogo a meritare una riflessione. Una cariatide, per sua natura, è una figura chiamata a sostenere un peso. La sua funzione architettonica consiste nel trasformare il corpo in sostegno, la persona in struttura, la materia in equilibrio. A Cosenza, tuttavia, la cariatide non sostiene un tempio. Sostiene simbolicamente la memoria dell’arte. È questo il cortocircuito affascinante prodotto dalla sua presenza lungo corso Mazzini: una figura nata dalla riflessione di un artista livornese sulla classicità, sull’arcaico e sulla modernità si trova oggi immersa nel paesaggio urbano di una città calabrese dalla storia millenaria. Attorno a lei scorrono automobili, voci, passanti, negozi, bambini, studenti.
La quotidianità procede secondo il proprio ritmo e la scultura rimane lì, immobile, come se appartenesse a un tempo diverso. Eppure è proprio questa apparente contraddizione a rendere il MAB qualcosa di più di una semplice successione di opere. La Testa di Cariatide non è soltanto un Modigliani a Cosenza. È un frammento della grande storia dell’arte europea innestato nel tessuto della città.
Una figura tra Oriente, Africa, Grecia e modernità
Guardandola attentamente, la scultura racconta anche il viaggio intellettuale compiuto da Modigliani.
La verticalità e la compostezza evocano la statuaria antica; la semplificazione dei tratti richiama le forme arcaiche; la fissità dello sguardo e la purezza delle superfici testimoniano la fascinazione esercitata sull’artista dalle culture extraeuropee. La Parigi di Modigliani era infatti una capitale nella quale l’arte africana e oceanica aveva cominciato a esercitare un’influenza profonda sulla ricerca delle avanguardie. Ma la Cariatide resta profondamente italiana. È questa, forse, la sua più sottile peculiarità. Modigliani attraversa la modernità senza rinnegare la propria genealogia culturale. La sua scultura può apparire primitiva e avanguardistica, arcaica e modernissima, africana e mediterranea, astratta e figurativa nello stesso momento. È un’opera di contaminazione, dunque, e la contaminazione è precisamente ciò che rende viva la cultura.
Modigliani, l’artista oltre la leggenda
Amedeo Modigliani morì a Parigi il 24 gennaio 1920, a soli trentacinque anni, dopo una vita segnata dalla malattia, dalla povertà e da una ricerca artistica condotta spesso in condizioni di estrema precarietà. La sua morte contribuì alla costruzione del mito dell’“artista maledetto”, una definizione che rischia tuttavia di oscurare la straordinaria lucidità della sua ricerca. La fortuna internazionale sarebbe arrivata dopo. I dipinti e le sculture che durante la sua vita erano stati venduti spesso per somme irrisorie sarebbero diventati, negli anni successivi, opere ricercatissime dai grandi musei e dai collezionisti di tutto il mondo. Ma ridurre Modigliani alla leggenda dell’artista tormentato sarebbe un errore critico. Dietro il mito dell’uomo fragile, povero e malato esiste infatti un artista rigorosissimo, capace di elaborare un linguaggio immediatamente riconoscibile e di trasformare il volto umano in una delle più alte forme di sintesi della modernità. La Testa di Cariatide di Cosenza ne è una testimonianza preziosa. Quando attraversiamo corso Mazzini, forse vale la pena rallentare. Perché quella figura altissima e silenziosa non è semplicemente una scultura che abbellisce una strada. È una pagina della storia dell’arte che è stata sottratta ai musei e restituita alla città.
La Testa di Cariatide porta a Cosenza la Parigi delle avanguardie, la Grecia degli archetipi, l’Africa filtrata dallo sguardo inquieto dell’Europa novecentesca, la tradizione italiana e la modernità di un artista morto giovanissimo e diventato immortale. C’è qualcosa di profondamente suggestivo nel fatto che una cariatide, figura nata per sostenere l’architettura, sia oggi chiamata a sostenere idealmente un’altra costruzione: quella, assai più fragile e necessaria, della memoria collettiva. In una città che possiede una storia stratificata attraverso secoli di civiltà, l’opera di Modigliani ricorda che la cultura non abita soltanto nei palazzi, nei musei o nei monumenti. Può abitare una strada. Può apparire improvvisamente davanti agli occhi di chi cammina.
Può diventare parte della vita quotidiana. Ed è forse questa la vocazione più autentica del MAB: fare della città stessa un museo, affinché l’arte non venga contemplata soltanto da chi la cerca, ma possa incontrare anche chi, semplicemente, sta attraversando Cosenza.

