Accanto ai nomi ormai consacrati di Alfonso Rendano, Ruggero Leoncavallo e, per affinità artistiche, Pietro Mascagni, esiste un musicista la cui vicenda appare oggi sorprendentemente sottovalutata
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La storia della musica calabrese è costellata di figure illustri che, pur avendo lasciato un'impronta profonda nella cultura europea, sono rimaste ai margini della memoria collettiva. Accanto ai nomi ormai consacrati di Alfonso Rendano, Ruggero Leoncavallo e, per affinità artistiche, Pietro Mascagni, esiste un musicista la cui vicenda appare oggi sorprendentemente sottovalutata: Emilio Capizzano.
Direttore d'orchestra di fama internazionale, compositore raffinato, interprete apprezzato persino da Giacomo Puccini e Arturo Toscanini, Capizzano fu uno dei principali ambasciatori della scuola musicale italiana nel mondo, riuscendo a costruire una carriera che dalla Calabria lo avrebbe condotto fino ai palcoscenici di New York e di Buenos Aires.
Eppure, il suo nome continua a vivere quasi esclusivamente nella memoria degli studiosi. Una dimenticanza che appare tanto più ingiusta se si considera il ruolo decisivo che egli ebbe nella rinascita della vita lirica cosentina nel primo dopoguerra.
Dalle strade di Rende ai grandi conservatori italiani
Emilio Capizzano nacque a Rende il 24 dicembre 1883 in una famiglia nella quale la musica rappresentava una naturale forma di espressione. Il padre Angelo, pur esercitando il mestiere di vasaio, era infatti un apprezzato trombettista della banda cittadina e trasmise al figlio le prime nozioni musicali. Ben presto il talento del giovane Emilio divenne evidente: ancora bambino si esibì come bombardinista durante un concorso bandistico a Cosenza, suscitando l'ammirazione del pubblico per una maturità interpretativa fuori dal comune.
Gli studi proseguirono al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, una delle istituzioni musicali più prestigiose d'Europa. Qui ebbe maestri straordinari come Giuseppe Martucci, tra i più importanti pianisti italiani dell'epoca, e Paolo Serrao, autentico artefice della scuola compositiva napoletana dalla quale sarebbero usciti anche Umberto Giordano, Francesco Cilea ed altri protagonisti del melodramma italiano.
Diplomatosi nel 1903, Capizzano scelse immediatamente la strada della direzione d'orchestra, una professione che proprio in quegli anni stava assumendo la moderna fisionomia del direttore-interprete, non più semplice accompagnatore ma autentico artefice della lettura musicale.
Una carriera internazionale
Appena ventunenne fu ingaggiato da una compagnia lirica italiana impegnata in una lunga tournée attraverso Egitto, Libano, Grecia e Turchia. Dirigere un'orchestra davanti al Sultano ottomano a Costantinopoli rappresentò uno dei primi grandi riconoscimenti internazionali della sua carriera. Negli anni successivi avrebbe calcato i principali teatri italiani, passando da Milano a Napoli, fino ad approdare oltreoceano grazie alla stima di Pietro Mascagni e di Umberto Giordano, che contribuirono alla sua affermazione negli Stati Uniti.
Nel 1920, dirigendo La Rondine al Teatro Dal Verme di Milano, ricevette i complimenti personali di Giacomo Puccini, presente in sala, che lo abbracciò al termine della rappresentazione: un gesto che valeva più di qualsiasi recensione. Poco dopo approdò al Teatro San Carlo di Napoli e quindi alla Manhattan Grand Opera Association di New York, dove il suo nome venne accostato a quello di Arturo Toscanini e dello stesso Mascagni.
Il Teatro Rendano e la rinascita della lirica cosentina
Ma è a Cosenza che Emilio Capizzano lasciò probabilmente il segno più profondo.
Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale la vita musicale cittadina attraversava una fase di evidente crisi. L'opera lirica sembrava aver ceduto definitivamente il passo all'operetta e agli spettacoli di varietà. Fu proprio Capizzano a comprendere come una città dalla gloriosa tradizione culturale non potesse rinunciare al melodramma, patrimonio identitario dell'Italia unita.
Nel 1920 accettò così l'incarico di maestro concertatore e direttore d'orchestra della stagione lirica del teatro cittadino, oggi intitolato ad Alfonso Rendano. Quella stagione rappresentò una vera rifondazione dell'attività musicale cosentina.
Ad inaugurarla fu Rigoletto di Verdi, accolto da un entusiasmo che restituì fiducia agli organizzatori e al pubblico. Seguirono La Traviata, Lucia di Lammermoor, Il Barbiere di Siviglia e Tosca, opere affrontate con organici spesso limitati ma guidati dalla straordinaria preparazione del maestro rendese. Se alcune produzioni soffrirono inevitabilmente tempi di allestimento ridotti, la qualità complessiva della stagione fu giudicata eccezionale dalla critica dell'epoca.
La memorabile "Lucia di Lammermoor"
Fra tutte le produzioni dirette da Capizzano, Lucia di Lammermoor occupa un posto particolare.
L'opera di Donizetti richiedeva un direttore capace di coniugare rigore stilistico e intensità drammatica. Capizzano ne offrì una lettura elegante, profondamente rispettosa del belcanto italiano ma al tempo stesso ricca di tensione teatrale. La critica sottolineò soprattutto l'equilibrio tra orchestra e palcoscenico, qualità che sarebbe diventata una delle caratteristiche distintive della sua direzione.
Quella Lucia contribuì a restituire al pubblico cosentino il gusto della grande tradizione operistica, dimostrando come anche una realtà periferica potesse ospitare produzioni artisticamente credibili quando guidate da musicisti di autentico valore.
L'esperienza cosentina non fu un episodio isolato, ma il simbolo della missione culturale di Capizzano: diffondere l'opera italiana ben oltre i grandi centri nazionali, convinto che il melodramma appartenesse a tutti.
Un direttore ammirato dai grandi
L'autorevolezza di Capizzano è testimoniata dai rapporti che intrattenne con alcuni fra i massimi protagonisti della musica italiana.
Pietro Mascagni lo stimava profondamente e arrivò perfino a indicarlo come proprio sostituto per un'importante stagione lirica americana, donandogli inoltre una bacchetta come segno di amicizia e riconoscenza. Umberto Giordano ne favorì l'ingresso nel circuito internazionale, mentre Arturo Toscanini ne apprezzò pubblicamente la direzione durante il periodo newyorkese.
Si tratta di attestazioni che collocano Capizzano ben oltre una dimensione provinciale: egli fu realmente uno dei direttori italiani più apprezzati della sua generazione.
"Amalia", il capolavoro incompiuto di una vita
Se la direzione d'orchestra gli assicurò fama internazionale, fu nella composizione che Emilio Capizzano riversò la parte più intima della propria personalità artistica.
Fra le sue opere, Amalia rappresenta il vertice assoluto.
Si tratta di un melodramma in tre atti e quattro quadri, concepito negli anni argentini e ispirato al celebre romanzo dello scrittore José Mármol, simbolo della letteratura nazionale argentina. Il libretto, scritto da Raúl Costa Oliviero, racconta la tragica vicenda di Amalia Sáenz de Olabarrieta ed Eduardo Belgrano, ambientandola durante la dittatura di Juan Manuel de Rosas, in uno dei periodi più drammatici della storia del Paese sudamericano. Il librettista modificò il finale del romanzo originale: mentre Mármol conduce entrambi gli innamorati alla morte, nell'opera di Capizzano sopravvive Amalia, destinata a vivere nel dolore della perdita dell'amato.
Dal punto di vista musicale, Amalia rivela una scrittura che guarda chiaramente al grande verismo italiano, ma senza mai cadere nell'imitazione. L'eredità di Mascagni e Leoncavallo è evidente nella forza teatrale e nell'intensità emotiva, mentre la raffinatezza dell'orchestrazione e l'eleganza melodica richiamano il miglior Puccini, soprattutto quello della Bohème. La partitura alterna episodi lirici di intensa cantabilità a pagine orchestrali di notevole modernità armonica, nelle quali Capizzano dimostra una piena maturità compositiva.
L'opera costituiva anche un omaggio alla sua patria d'adozione. Dopo avere trascorso molti anni in Argentina dirigendo stagioni liriche e concertistiche, il musicista volle restituire al popolo argentino un'opera profondamente radicata nella sua memoria storica. Non era soltanto un melodramma: era una dichiarazione d'amore verso il Paese che lo aveva accolto.
Il destino, tuttavia, si mostrò crudele. Il 29 ottobre 1942 Capizzano consegnò al Teatro Colón la partitura completa, la riduzione per canto e pianoforte e il libretto, preparando personalmente la prima rappresentazione. Ma il 23 settembre 1943, al termine di un concerto, fu colto improvvisamente dalla morte. La sua Amalia, l'opera nella quale aveva condensato tutta la propria esperienza artistica, non poté essere rappresentata secondo il progetto che aveva accompagnato gli ultimi anni della sua vita.
Restituire memoria a un protagonista della musica italiana
La vicenda di Emilio Capizzano racconta molto della storia culturale della Calabria. È la storia di un musicista nato in una piccola comunità che riuscì a conquistare il rispetto dei più grandi compositori del suo tempo, dirigendo nei principali teatri d'Europa e delle Americhe senza mai interrompere il legame con la propria terra.
Il suo contributo alla rinascita dell'opera a Cosenza, l'attività svolta nel Teatro Rendano, la prestigiosa carriera internazionale e la raffinata produzione compositiva ne fanno una figura che merita finalmente di essere ricollocata nel posto che gli spetta. Non come semplice curiosità erudita o gloria locale, ma come autentico protagonista della storia musicale italiana del Novecento.
Riscoprire Emilio Capizzano significa, in fondo, restituire voce a una Calabria che seppe parlare il linguaggio universale della grande musica.


