Antifascista, costituente e autore dei decreti agrari del 1944: il legame con Cosenza plasmò una figura centrale della Repubblica
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Nella storia politica italiana del Novecento il nome di Fausto Gullo occupa un posto che meriterebbe, soprattutto in Calabria, una memoria assai più vigile. Ministro dell'Agricoltura negli anni difficilissimi della guerra e della ricostruzione, padre dei provvedimenti che portarono per la prima volta la questione contadina dentro l'azione concreta dello Stato, protagonista dell'antifascismo, dell'Assemblea Costituente e della nascita della Repubblica, Gullo rappresenta una delle più alte personalità politiche espresse dal Mezzogiorno. Eppure, per comprenderne davvero la statura, occorre tornare a Cosenza. Perché se Fausto Gullo nacque a Catanzaro nel 1887, la sua appartenenza civile, culturale e politica fu profondamente cosentina.
A Cosenza si formò, qui esercitò l'avvocatura, qui costruì una parte decisiva della propria esperienza pubblica e qui maturò quel rapporto diretto con il mondo contadino e con la questione meridionale che avrebbe poi trasferito, molti anni dopo, nelle stanze del governo italiano. È da questa prospettiva che la sua figura torna oggi ad assumere un rilievo particolare. Raccontare Fausto Gullo significa infatti raccontare una stagione nella quale dalla provincia calabrese potevano nascere idee capaci di incidere sull'intero ordinamento nazionale; significa ripercorrere la vicenda di un uomo che conobbe la povertà delle campagne, la violenza del fascismo, la repressione politica e la guerra, fino a diventare uno dei protagonisti della ricostruzione democratica del Paese. E significa, soprattutto, restituire a Cosenza uno dei suoi uomini politici più importanti.
Nato a Catanzaro il 16 giugno 1887 per circostanze legate al lavoro del padre, ingegnere temporaneamente trasferito nel capoluogo regionale. Gullo fu figlio di una famiglia cosentina, si formò politicamente e culturalmente a Cosenza, vi esercitò l'avvocatura, vi costruì il proprio radicamento civile e da quel territorio trasse la materia viva della sua battaglia politica. Parlare di Fausto Gullo significa dunque parlare, in larga misura, di Cosenza: della sua borghesia intellettuale, delle sue contraddizioni sociali, delle campagne che la circondavano, della Presila, di quel mondo contadino che per decenni avrebbe conosciuto nell'avvocato comunista uno dei suoi interpreti più tenaci e autorevoli.
La sua è una figura che meriterebbe di essere sottratta alle semplificazioni commemorative. Ridurlo all'etichetta, pur celebre e storicamente fondata, di «ministro dei contadini» significherebbe infatti circoscrivere una personalità politica assai più vasta: giurista, avvocato, parlamentare, costituente, dirigente comunista, ministro dell'Agricoltura e delle Foreste, poi ministro della Giustizia; soprattutto, uomo capace di trasferire dentro le istituzioni dello Stato italiano una questione che per secoli era rimasta confinata nelle campagne, nei latifondi, nelle rivendicazioni dei braccianti e nella silenziosa miseria del Mezzogiorno. Cosenza, la vera città della sua formazione.
Il rapporto fra Fausto Gullo e Cosenza costituisce uno degli elementi decisivi per comprenderne la vicenda. La sua famiglia era originaria del Cosentino e, dopo la morte dei genitori, il giovane Gullo si trasferì a Cosenza, mantenendo al tempo stesso un legame strettissimo con Macchia di Spezzano Piccolo, oggi nel territorio di Casali del Manco. Fu proprio attraverso questa duplice appartenenza — la città e la campagna, il foro e il mondo rurale — che maturò la sua peculiare sensibilità politica. Cosenza rappresentò per lui assai più di un luogo di residenza. Fu il laboratorio della sua formazione pubblica. Qui studiò negli anni giovanili, qui tornò dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita a Napoli nel 1909, qui esercitò la professione di avvocato, qui intensificò il proprio impegno socialista e successivamente comunista, qui entrò nelle grandi controversie politiche e sociali del suo tempo. La città dei Bruzi, allora, era attraversata da tensioni profonde.
Da una parte la presenza di una borghesia professionale e intellettuale di antica tradizione; dall'altra, l'immensa questione delle campagne, dell'arretratezza economica, della proprietà concentrata nelle mani di pochi, dell'assenza di prospettive per migliaia di contadini. Gullo comprese molto presto che il destino del Mezzogiorno non poteva essere affrontato attraverso la retorica meridionalistica o attraverso generiche promesse di progresso. Occorreva intervenire nei rapporti di proprietà, nella distribuzione delle risorse, nelle condizioni concrete di chi lavorava la terra. Dall'avvocatura alla politica: la scoperta della questione sociale. Gli anni napoletani avevano contribuito a definire la sua struttura intellettuale. La formazione giuridica si intrecciò con una forte impronta laica e con l'influenza del pensiero socialista, in particolare attraverso il confronto con Antonio Labriola.
Quando tornò in Calabria, tuttavia, quelle elaborazioni teoriche incontrarono la realtà concreta di una regione segnata da disuguaglianze antiche e da una questione agraria che sembrava sottratta a ogni autentica soluzione. Gullo scelse di stare dentro quella frattura. Nel 1914 venne eletto consigliere provinciale per il mandamento di Spezzano Grande, conducendo una campagna politica fortemente centrata sulle condizioni delle classi popolari e sullo sfruttamento del Mezzogiorno.
Negli anni successivi, la sua attività nel Consiglio provinciale di Cosenza mostrò già alcuni dei caratteri che avrebbero contraddistinto tutta la sua vita pubblica: attenzione alle istituzioni, sensibilità per i servizi e, insieme, radicalità nell'affrontare le disuguaglianze economiche. Il suo impegno non rimase confinato nelle assemblee. Fu avvocato e difensore di uomini coinvolti nelle lotte sociali; partecipò alla vita politica provinciale; collaborò alla stampa socialista; entrò in rapporto diretto con il mondo dei braccianti e dei contadini. Quella Calabria rurale non costituiva per lui un'astrazione sociologica. Era il paesaggio umano dentro il quale si era formata la sua coscienza politica. Dal socialismo al comunismo, passando attraverso le grandi lacerazioni del Novecento.
La vicenda di Fausto Gullo attraversa una delle stagioni più drammatiche e decisive della storia italiana. Dopo l'esperienza socialista, maturò la propria adesione al Partito Comunista d'Italia nato dalla scissione di Livorno del 1921. Iniziò così un percorso politico che lo avrebbe posto al centro della costruzione dell'organizzazione comunista nel Cosentino e in Calabria. Fu il primo segretario della federazione cosentina del nuovo partito e comprese immediatamente l'importanza della battaglia culturale e dell'informazione. Fondò e animò esperienze giornalistiche come Calabria proletaria e, successivamente,
L'Operaio, utilizzando la stampa come strumento di organizzazione politica e di denuncia sociale. Le campagne calabresi, le condizioni dei lavoratori agricoli e la violenza politica del fascismo divennero temi centrali della sua attività. Il fascismo segnò inevitabilmente anche la sua esistenza. La sua opposizione al regime lo espose alla repressione e alla sorveglianza.
Eppure, come accadde a molti protagonisti dell'antifascismo italiano, la marginalizzazione politica degli anni della dittatura non cancellò il suo ruolo: lo preparò, semmai, alla stagione nella quale le energie dell'Italia antifascista sarebbero state chiamate a ricostruire lo Stato. Ed è dopo la caduta del fascismo che Fausto Gullo entra definitivamente nella storia nazionale. Il ministro dell'Agricoltura e l'Italia da ricostruire: Il 22 aprile 1944 Gullo fu nominato ministro dell'Agricoltura e delle Foreste nel secondo governo Badoglio. Mantenne la responsabilità del dicastero nei governi successivi fino al primo governo De Gasperi. Era una fase straordinariamente complessa: l'Italia era un Paese spezzato dalla guerra, devastato economicamente, attraversato dalla fame e dalla precarietà, con vaste aree ancora sospese fra la liberazione e la ricostruzione. In quel contesto, Gullo comprese che l'agricoltura non poteva essere considerata una questione settoriale. Era il nodo attraverso il quale passavano la sopravvivenza materiale di milioni di persone, la pace sociale, la ricostruzione economica e il futuro stesso del Mezzogiorno.
Nacquero così quelli che sarebbero passati alla storia come i Decreti Gullo. Si trattò di un insieme di provvedimenti che intervennero sui rapporti agrari con un'impostazione profondamente innovativa. Le norme limitarono la possibilità di modificare o disdire i contratti agricoli in senso sfavorevole ai lavoratori, intervennero nei rapporti fra proprietari e coloni, favorirono l'assegnazione delle terre incolte e introdussero meccanismi più favorevoli a mezzadri, compartecipanti e contadini.
Particolarmente significativa fu la possibilità per cooperative e organizzazioni di contadini di ottenere terreni non coltivati. La portata di quelle scelte fu enorme, soprattutto sul piano storico e simbolico. Per la prima volta, lo Stato repubblicano in formazione cominciava a riconoscere il contadino non semplicemente come forza lavoro subordinata, bensì come soggetto portatore di diritti e di una precisa dignità economica e civile. Da qui nacque il soprannome che lo avrebbe accompagnato per sempre: il ministro dei contadini.
La terra come questione di libertà: Il punto più alto della riflessione di Gullo sta probabilmente nella capacità di aver compreso che la questione della terra era, in realtà, una questione di libertà. Chi non possiede nulla, chi lavora senza sicurezza, chi dipende integralmente dalla volontà economica di altri, possiede una cittadinanza incompleta. Per il ministro calabrese, intervenire nella struttura dei rapporti agrari significava dunque intervenire nella struttura stessa della democrazia. È questa la ragione per cui la sua azione conserva ancora oggi una sorprendente attualità.
La battaglia di Gullo non riguardava soltanto la produzione agricola. Riguardava il rapporto fra Stato e periferie, fra centro e Mezzogiorno, fra proprietà e lavoro, fra istituzioni e classi popolari. In una parola: riguardava la possibilità di rendere la democrazia italiana realmente accessibile anche a coloro che per secoli ne erano rimasti ai margini. Per la Calabria, quella politica ebbe un valore ancora più profondo.
Le campagne della regione erano il luogo dove la storia sembrava essersi sedimentata in forme quasi immutabili: grandi proprietà, povertà, dipendenza economica, emigrazione. I provvedimenti di Gullo non risolsero definitivamente quella questione, e sarebbe ingenuo attribuire loro un'efficacia taumaturgica; tuttavia contribuirono a spezzare un'immobilità secolare, offrendo al movimento contadino strumenti giuridici e politici nuovi.
Il Costituente e l'uomo delle istituzioni: Fausto Gullo fu anche deputato dell'Assemblea Costituente, partecipando a quella stagione irripetibile nella quale l'Italia dovette immaginare se stessa dopo il fascismo e la guerra. Il suo contributo non fu marginale. Intervenne nel dibattito sui grandi principi della nuova architettura costituzionale e mantenne sempre una particolare attenzione al rapporto fra democrazia, autonomie, giustizia e organizzazione dello Stato.
La sua formazione giuridica, unita all'esperienza politica maturata in decenni di conflitti sociali, gli consentiva di guardare alle istituzioni con una prospettiva tutt'altro che astratta. Per Gullo, lo Stato non doveva essere una costruzione lontana, un organismo separato dalla vita reale dei cittadini. Doveva rappresentare lo strumento attraverso il quale la collettività poteva rendere più giusti i rapporti sociali.
Dopo l'esperienza all'Agricoltura, fu ministro della Giustizia tra il 1946 e il 1947. La sua parabola istituzionale dimostra, anche in questo passaggio, la vastità della sua competenza: dall'avvocatura alla questione agraria, dalla politica meridionale alla Costituente, fino alla guida di uno dei dicasteri più delicati della Repubblica.
Un uomo della Calabria, un uomo di Cosenza, un protagonista dell'Italia: Forse è proprio questo il punto sul quale Cosenza dovrebbe interrogarsi con maggiore consapevolezza. Fausto Gullo è una figura nazionale.
La sua biografia appartiene alla storia dell'antifascismo, del movimento comunista, della Costituente e della riforma agraria italiana. Eppure la sua dimensione nazionale non cancella affatto le sue radici: al contrario, nasce da esse. La sua esperienza politica è incomprensibile senza Cosenza. È nella città e nella sua provincia che maturò la conoscenza diretta delle disuguaglianze meridionali; è nel mondo cosentino che costruì la propria rete politica; è qui che esercitò l'avvocatura; è qui che organizzò il partito e la stampa militante; è qui che il rapporto fra città e campagne assunse, nella sua formazione, una forza decisiva.
Perfino la memoria della sua attività continua a essere custodita profondamente nel territorio cosentino. Cosenza conserva documenti e archivi legati alla sua figura, mentre la sua eredità civile continua a riaffiorare nella memoria pubblica della città e della provincia. Ancora oggi, il nome di Gullo identifica luoghi, istituzioni e iniziative culturali che testimoniano quanto la sua presenza sia rimasta radicata nel tessuto storico del territorio.
L'eredità di un protagonista ancora da riscoprire: Raccontare Fausto Gullo oggi significa, in definitiva, interrogarsi su una stagione nella quale la politica pretendeva di misurarsi con le grandi questioni strutturali del Paese. La terra. La povertà. Il Mezzogiorno. La giustizia sociale. La costruzione dello Stato democratico. Sono parole che rischiano di apparire lontane, appartenenti a un lessico del Novecento. Eppure, sotto la superficie delle trasformazioni storiche, continuano a indicare interrogativi tutt'altro che esauriti. Il divario territoriale, la marginalità delle aree interne, lo spopolamento della Calabria, la fragilità economica di intere comunità rappresentano, con forme nuove, questioni che richiedono ancora una politica capace di guardare oltre l'immediatezza. Fausto Gullo apparteneva a una generazione che aveva conosciuto la guerra, il fascismo, la repressione, la fame e la ricostruzione.
Da quella esperienza aveva tratto una convinzione fondamentale: la democrazia non può vivere soltanto nelle dichiarazioni di principio, perché ha bisogno di entrare nella vita concreta delle persone. Fu questa, forse, la vera grandezza del «ministro dei contadini». Aver portato dentro lo Stato la voce di chi, per troppo tempo, era rimasto fuori dalla stanza nella quale lo Stato decideva. Cosenza, che fu la città della sua formazione, della sua professione e della sua più intensa costruzione politica, può ancora riconoscere in Fausto Gullo una delle proprie figure più alte: un uomo che dalla Calabria seppe parlare all'Italia intera, senza mai smarrire la memoria della terra da cui proveniva.

