Ci sono parole che, per troppo tempo, sono rimaste prigioniere dei luoghi comuni. Parole costrette a scontrarsi con l’ipocrisia (e l’ignoranza) popolare e con la fragilità di verità accidentate, funzionali alla conservazione di apparati di potere lontani da una visione democratica dell’esperienza umana.

Intelligence è una di queste. Per (troppi) decenni è stata associata esclusivamente ai servizi, alle operazioni cosiddette clandestine, alle spie e ai segreti inconfessabili di Stato. Un volto demoniaco del potere che non poteva essere disvelato.

Oggi, invece, proprio mentre il mondo attraversa una delle fasi più problematiche della sua storia recente (almeno dalla caduta del Muro di Berlino e dal collasso dell’Unione Sovietica), questa parola assume un significato nuovo. È, infatti, indispensabile per la costruzione di un nuovo alfabeto democratico, necessario per contrastare la quotidiana scarnificazione del linguaggio prodotta dalla rivoluzione elettronica e dai suoi strumenti di sorveglianza e controllo delle coscienze: i media (soprattutto i social) e l’IA.

Intelligence è, nella realtà odierna, soprattutto sinonimo di conoscenza, responsabilità, partecipazione, capacità di comprendere la complessità e favorirne le trasformazioni in senso democratico. E in Italia e in Europa, più di ogni altro studioso, a guidare questo cambiamento epocale sul piano culturale è stato Mario Caligiuri.

Professore ordinario all’Università della Calabria, presidente della Società Italiana di Intelligence e fondatore del primo Master universitario italiano dedicato all’intelligence, nato nel 2007 su impulso dell’allora Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, Caligiuri ha compiuto un’operazione intellettuale senza precedenti nel nostro Paese: ha sottratto l’intelligence al distorto immaginario cinematografico per restituirla pienamente alla sua autentica dimensione democratica.

La sua intuizione è copernicana: l’intelligence non è il potere dello Stato contro i cittadini, ma uno degli strumenti (invero, il principale) attraverso cui lo Stato protegge la libertà dei cittadini. Non è circoscritta agli apparati della sicurezza, ma impatta sulla qualità stessa delle relazioni democratiche, sulla capacità delle istituzioni di decidere sulla base della conoscenza e su quella dei cittadini di distinguere i fatti dalla propaganda, contrastando in tal modo la società della disinformazione.

Il recentissimo articolo pubblicato da Caligiuri sul Mattino, dedicato alla riforma dei servizi segreti tedeschi, coglie, ancora una volta, nel segno, restituendoci una visione trasformativa del presente attraverso l’intelligence. La Germania, osserva il docente UniCal, sta ripensando profondamente il proprio sistema di sicurezza per renderlo più adeguato dinanzi a quelle minacce che non conoscono più confini: terrorismo internazionale, cybersicurezza, guerra cognitiva, disinformazione, manipolazione digitale. Ma il punto centrale della riflessione del presidente della Società di Intelligence non è l’organizzazione dei servizi segreti. È un altro: la sicurezza non può più essere un tema da delegare in modo esclusivo agli specialisti.

Ha ragione da vendere Caligiuri quando sostiene che viviamo dentro “una guerra senza limiti” che si combatte non soltanto nel (consueto) spazio fisico, ma soprattutto nel territorio informativo e cognitivo. Nella sua sterminata produzione scientifica, l’accademico calabrese, nativo di Soveria Mannelli, avverte da tempo sui rischi della società della disinformazione: siamo bombardati da una quantità illimitata di dati, notizie, immagini e contenuti prodotti da piattaforme digitali e sistemi di intelligenza artificiale. Pertanto, il rischio, avverte Caligiuri, non è soltanto ricevere informazioni false, ma perdere progressivamente la capacità di riconoscere la verità.

L’intelligence, quindi, è prima di tutto educazione: questa è la rivoluzionaria intuizione di Mario Caligiuri. Non è un sapere elitario, riservato agli apparati dello Stato, ma un metodo culturale ed educativo che insegna a verificare le fonti, collegare i fatti, riconoscere la manipolazione e interpretare i segnali deboli della realtà. Una pedagogia della complessità, in poche battute, che ha compreso la più grande emergenza del XXI secolo: quella educativa, non soltanto economica, geopolitica o tecnologica.

La democrazia non viene minata soltanto dalle armi o dal terrorismo. Può essere fortemente indebolita dall’analfabetismo funzionale, dalle disuguaglianze, dall’incapacità di distinguere la realtà dalla sua rappresentazione. Per questo motivo Caligiuri sostiene da anni che l’educazione costituisce una componente essenziale della sicurezza nazionale. Una società che sa comprendere ciò che accade è una società molto più difficile da manipolare.

Dentro questo articolato sfondo interpretativo, Caligiuri sta lavorando anche a una pedagogia dello Stato. Lo Stato non coincide con i suoi apparati. È una comunità spirituale che costruisce strumenti di conoscenza per difendere la libertà, la Costituzione e il bene comune. L’intelligence, allora, è la condizione di possibilità dello Stato democratico, perché nessuna decisione pubblica può essere davvero giusta per i cittadini senza informazioni credibili, analisi rigorose e capacità di prevedere i cambiamenti.

Dagli inizi del nuovo millennio, Mario Caligiuri ha portato questa straordinaria visione dell’intelligence nelle università, nelle istituzioni, nelle forze armate e nelle scuole (anche di alta formazione), dimostrando che questo sapere appartiene pienamente alla cultura democratica e non alle zone d’ombra dello Stato.

La sicurezza nasce dalla conoscenza, che è il primo presidio della libertà: questa è la lezione di Caligiuri, che ci ha insegnato come l’intelligence sia la forma più alta di responsabilità sociale, perché non possiamo restare prigionieri delle apparenze e nutrirci di semplificazioni. Abbiamo il dovere di verificare i fatti, capire le questioni prima di lasciarci andare a mediocri e pericolosi giudizi. L’intelligence è, in definitiva, una pratica essenziale della cittadinanza democratica per orientare la vita sociale al bene comune e all’inclusione vera, non semplicemente enunciata.

L’intelligence riguarda tutti noi quando parliamo delle ragioni profonde dello Stato democratico e del vivere pacificamente in comunità; la formazione delle coscienze è davvero efficace se i cittadini sono capaci di pensare con la propria testa e agire secondo una visione pubblica, plurale e responsabile. Lo Stato siamo noi e l’intelligence è il vero antidoto a una società robotizzata (e disumanizzata) che sta sostituendo gli umani con gli umanoidi governati dall’IA.