Ha raccontato l'epoca dal basso, attraverso il carattere degli uomini, il loro linguaggio, le loro paure, le loro vanità
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Una città consegna alla memoria i propri figli attraverso un monumento, una lapide, un nome inciso sulla pietra. Altre volte li consegna attraverso una voce. Cosenza ha fatto entrambe le cose con Michele De Marco, conosciuto da tutti come Ciardullo: un busto bronzeo in piazza XXV Luglio ne conserva le sembianze; la lingua del popolo, invece, ne conserva ancora l’eco.
Nato a Perito di Pedace il 17 marzo 1884 e morto a Cosenza il 10 marzo 1954, De Marco appartenne a quella singolare generazione di intellettuali meridionali per la quale la cultura non poteva ridursi a ornamento dell’esistenza.
Avvocato, insegnante, giornalista, poeta, autore teatrale, uomo politico nel senso più alto e civile dell’espressione, egli attraversò la prima metà del Novecento con una penna capace di mutare registro senza perdere identità: dall’italiano al dialetto, dalla lirica alla satira, dalla pagina giornalistica alla scena teatrale. Il nome con il quale sarebbe entrato nella memoria collettiva non apparteneva alla sua anagrafe. Ciardullo era il nome di una guardia comunale di Pedace, assunto da De Marco come pseudonimo e trasformato, attraverso la letteratura, in una sorta di maschera civile.
La scelta possiede qualcosa di profondamente teatrale: l’uomo colto, laureato in giurisprudenza a Urbino nel 1907, frequentatore dei circoli intellettuali cosentini, sceglie di affidare la propria voce a un nome popolare, quasi a voler dissolvere la distanza fra l’intellettuale e la strada, fra la biblioteca e la piazza. È precisamente in questa osmosi che va ricercata la grandezza di Ciardullo. Il suo dialetto non rappresenta una semplice trascrizione del parlato.
È una lingua letteraria del quotidiano, capace di accogliere il riso, l’invettiva, la malinconia, il sentimento della terra, la polemica sociale e persino una certa eleganza tragica. Nella Cosenza della prima metà del Novecento, il dialetto poteva ancora costituire uno strumento di riconoscimento collettivo, una lingua capace di nominare persone, mestieri, vizi, consuetudini e contraddizioni con una precisione che l’italiano ufficiale talvolta smarriva.
La città che Ciardullo racconta è una città minuta e monumentale insieme: quella delle botteghe e delle piazze, delle discussioni politiche e delle miserie quotidiane, del teatro e del caffè, della Sila e del centro urbano. È la Cosenza che gravita attorno al Teatro, al liceo Telesio, all’Accademia Parrasiana, al Renzelli, alle botteghe del corso; una città ancora raccolta entro una dimensione provinciale, e tuttavia attraversata da fermenti intellettuali, tensioni sociali, conflitti politici e nuove inquietudini. Ed è proprio il Caffè Renzelli a diventare, nella biografia di De Marco, quasi un osservatorio privilegiato sulla città.
Lì egli incontrava letterati, artisti, uomini politici, amici e semplici interlocutori; lì la conversazione poteva diventare materia poetica, satirica, giornalistica. La sua figura appartiene dunque anche a una civiltà della conversazione oggi quasi estinta: quella nella quale il caffè rappresentava una piccola agorà, il luogo in cui la città pensava ad alta voce. Ma ridurre il Ciardullo al poeta bonario della memoria cosentina sarebbe un errore interpretativo. La sua satira possiede un bersaglio preciso e una precisa responsabilità morale. Nel periodo fascista collaborò con il giornale umoristico «Fra’ Nicola», utilizzando il verso e l’ironia come strumenti di disvelamento del conformismo. Il suo giornale, «Ohè!», nato negli anni Venti e costretto all’interruzione dalle pressioni del regime, rappresentò una delle manifestazioni più significative del suo temperamento polemico. La pubblicazione sarebbe tornata nel 1946, quando la storia italiana aveva finalmente aperto una breccia nella lunga stagione dell’autoritarismo. Qui il poeta diventa necessariamente cittadino.
De Marco fu liberale, repubblicano, democratico e antimonarchico; la sua opposizione al fascismo ebbe conseguenze concrete sulla sua vita professionale. La rinuncia alla tessera fascista gli costò l'esclusione dall'esercizio dell'avvocatura, secondo una vicenda documentata dalle fonti biografiche; anche la sua esperienza nell'insegnamento fu condizionata dal clima politico del tempo. La sua libertà, dunque, non rimase confinata alla retorica della pagina. Persino la poesia dialettale, nella sua apparente leggerezza, poteva diventare una forma di resistenza. Il dialetto possiede infatti una virtù che il potere difficilmente riesce a disciplinare: appartiene alla memoria degli uomini prima ancora che alle istituzioni. Può essere censurato sulla carta, sorvegliato nella stampa, marginalizzato nei luoghi ufficiali; continua tuttavia a vivere nella bocca di chi lo parla. Ciardullo comprese questa forza e la trasformò in letteratura.
Nel 1940 apparve «Statti tranquillu... nun cce pensare», raccolta destinata a diventare una delle sue opere più note. La pubblicazione nacque in circostanze singolari: alcune poesie circolavano già attraverso amici e conoscenti, e don Luigi Nicoletti riuscì a raccoglierne una parte e a condurle alla stampa. Il volume ebbe una fortuna immediata a Cosenza e nella provincia, mentre nuove edizioni sarebbero apparse dopo la morte dell'autore.
Quel titolo, apparentemente domestico e quasi scherzoso, contiene già una tonalità caratteristica della poetica di Ciardullo: il sorriso che nasconde l'amarezza, l'apparente rassegnazione che lascia filtrare il dissenso, la bonomia che improvvisamente si trasforma in lama satirica. Il riso, in Ciardullo, raramente è innocente. Serve a mettere a nudo. La sua satira prende di mira l'ipocrisia, il conformismo, le piccole vanità, l'opportunismo, le storture della vita pubblica e privata. Gli studi sulla poesia dialettale calabrese hanno sottolineato proprio la necessità di leggere quella satira dentro il suo preciso contesto storico e sociale: i versi di Ciardullo non sono esercizi generici di comicità, bensì interventi rivolti a gruppi, comportamenti e fenomeni riconoscibili nella Cosenza del suo tempo. In questa prospettiva, il dialetto diventa una sorta di controcronaca. La storia ufficiale registra decreti, governi, istituzioni, avvenimenti.
La poesia popolare registra invece il modo in cui quegli avvenimenti penetrano nella vita quotidiana. Ciardullo appartiene precisamente a questa seconda forma di memoria: racconta l'epoca dal basso, attraverso il carattere degli uomini, il loro linguaggio, le loro paure, le loro vanità. Eppure la sua opera non può essere confinata alla satira. C'è un altro Ciardullo, più appartato e sentimentale, che emerge quando la penna si rivolge alla Sila, paesaggio ricorrente e quasi sacrale della sua immaginazione. La montagna, il bosco, l'ampiezza del paesaggio silano costituiscono per lui una geografia dell'anima: la natura diventa luogo della memoria, rifugio dall'artificio sociale, spazio nel quale la parola può recuperare una misura più autentica. La Sila attraversa anche la sua produzione giornalistica e narrativa, fino a «Lupi della Sila», pubblicato nel 1931, testo legato anche alla sua passione per il Cosenza calcio.
È un dettaglio apparentemente laterale, invece assai rivelatore. Ciardullo amava il Cosenza. Frequentava il Renzelli, discuteva di politica, letteratura e calcio, osservava la città e ne assorbiva il linguaggio. La sua cultura non possedeva l'alterigia dell'intellettuale separato dal popolo: scendeva deliberatamente nella concretezza dell'esistenza. Il poeta poteva occuparsi della Sila e del pallone, del teatro e della politica, della poesia e delle piccole miserie cittadine. La sua opera nasceva da una concezione integrale della cultura, intesa come esperienza quotidiana prima ancora che come disciplina accademica.
Anche il teatro occupa una posizione fondamentale nella sua eredità. Ciardullo scrisse drammi, farse e commedie in dialetto; l'intero corpus teatrale fu poi raccolto e curato da Antonio Piromalli nel 1984, insieme alle altre componenti della sua produzione. Il teatro, del resto, gli consentiva di portare sulla scena ciò che la poesia poteva soltanto evocare: il carattere, il gesto, la voce, il conflitto, il grottesco.
Nel dialetto il personaggio acquisiva una fisionomia immediatamente riconoscibile; la parola diventava gesto e il gesto si trasformava in ritratto sociale. Per questo Ciardullo appartiene tanto alla storia della letteratura dialettale quanto a quella della cultura civile cosentina. Dopo la caduta del fascismo, Pietro Mancini, prefetto di Cosenza, lo nominò sindaco di Pedace. Anche nell'amministrazione pubblica De Marco mantenne quella vocazione culturale che aveva accompagnato tutta la sua esistenza: si impegnò nella rinascita del paese e favorì la nascita di una compagnia teatrale giovanile da lui diretta. Nel dopoguerra fondò e diresse inoltre «Calabria Democratica» e riprese l'esperienza di «Ohè!», indirizzando la sua satira verso i nuovi bersagli della politica repubblicana. La coerenza della sua parabola sta proprio qui: cambiavano i regimi, gli schieramenti, gli interlocutori e persino i bersagli della satira; rimaneva l'esigenza di sottoporre il potere, qualunque fosse il suo colore, alla severità dello sguardo.
Michele De Marco morì a Cosenza il 10 marzo 1954, a settant'anni. I suoi funerali, celebrati nel Duomo due giorni più tardi, raccolsero una folla proveniente da tutta la provincia. A distanza di decenni, la sua memoria continua a vivere attraverso le raccolte poetiche, gli studi di Antonio Piromalli, le pubblicazioni dedicate alla sua opera, il Premio letterario a lui intitolato e soprattutto attraverso quel busto bronzeo che Giuseppe Rito realizzò e che oggi lo restituisce alla città in piazza XXV Luglio.
Michele De Marco comprese una verità che ogni letteratura autentica prima o poi incontra: la dignità di una lingua non dipende dalla sua collocazione nei manuali, dal prestigio accademico o dalla distanza che riesce a stabilire dal linguaggio comune. Dipende dalla capacità di dire qualcosa che altrimenti resterebbe indicibile. Ciardullo fece del dialetto uno strumento di conoscenza.
Lo usò per sorridere degli uomini, per ferirne le ipocrisie, per raccontarne le debolezze, per difendere gli ultimi, per cantare la Sila, per attraversare il dolore e per conservare, nella forma apparentemente umile della parlata popolare, la memoria di una città.
La sua Cosenza appartiene a un tempo remoto, eppure la sua voce possiede una singolare contemporaneità: quella di chi osserva il mondo con ironia senza rinunciare alla pietà, di chi conosce il potere del sarcasmo e insieme la responsabilità della parola. Forse è proprio questa la ragione per cui Ciardullo non è soltanto un poeta dialettale cosentino.
È uno degli uomini attraverso i quali Cosenza ha imparato a raccontarsi. E una città che sappia ancora riconoscersi nella voce dei propri poeti possiede, malgrado tutto, una memoria viva.

