Mentre l’Aula Magna si riempie di matricole e di aspiranti medici, l’Università della Calabria apre la seconda porta delle magistrali. Stessa collina, due generazioni che cercano di restare
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L’Aula Magna odorava di scarpe nuove e di ansia appena smorzata. Questa mattina, mentre il sole di settembre tagliava netto le vetrate del Campus di Arcavacata, centinaia di ragazzi e ragazze si sono infilati nei banchi come chi entra per la prima volta in una casa che non è ancora sua. Stefano Curcio ha parlato ai precorsi. Poi è toccato ai novecento del Semestre Aperto di Medicina e Chirurgia.
Il rettore Gianluigi Greco ha sorriso e ha detto che il Campus è vivo. Vivo, sì. Ma fuori da quell’aula, nello stesso preciso istante, si è aperta un’altra porta. È partita la Fase 2 per le lauree magistrali. Trentanove corsi. Più di mille posti ancora disponibili. I candidati hanno tempo fino al dieci settembre.
La prima fase aveva raccolto 1534 domande. Un numero che parla chiaro, tanta gente vuole restare o arrivare qui dopo la triennale. Greco e Curcio parlano ai nuovi arrivati del primo anno. Intanto l’Ateneo allarga la maglia per chi deve proseguire. Anche i laureandi possono candidarsi. Basta che prendano il titolo entro una sessione del 2025/2026. Fino a quel giorno non sostengono esami della magistrale. Continuity nuda e cruda. Niente buchi. Niente attese inutili.
Questa università non è nata per caso. Alla fine degli anni Sessanta, quando la Calabria sembrava destinata a restare terra di partenza e di rimpianto, qualcuno scommise su un modello americano conficcato tra le colline di Rende. Un campus residenziale. Alloggi, mense, aule, tutto insieme. L’idea era semplice e quasi spudorata. Trattenere i cervelli invece di regalarli al Nord o all’estero. Beniamino Andreatta, primo rettore, ci mise la faccia. Gli studenti arrivavano con le valigie di cartone e la voglia di non tornare indietro. Quella generazione ha cambiato il tessuto sociale della regione più di molte riforme scritte a Roma. Ha prodotto farmacisti, ingegneri, economisti, sociologi, insegnanti che sono rimasti. Ha creato una classe media locale che prima non esisteva. Oggi quella stessa macchina prova a tenere i laureati triennali e ad attirarne di nuovi con un’offerta che non si limita al dialetto accademico italiano.
Otto corsi interamente in inglese. Sei con almeno un curriculum in inglese. Non è un adesivo da appiccicare sui depliant. È un tentativo concreto di parlare con chi arriva da fuori o vuole uscire. La selezione passa dal curriculum. A volte da una prova scritta, a volte da un colloquio. Spesso online, per non costringere chi vive lontano a fare quattrocento chilometri per un’ora di domande. L’inglese si dimostra con certificazione, con l’attestato del Centro Linguistico di Ateneo o con un test. Chi non ce l’ha lo affronta. Punto. E per chi lavora o ha già una vita che non sta dentro lo schema standard c’è l’iscrizione non a tempo pieno: esami spalmati su quattro anni e contributo annuale dimezzato. Una concessione che sa di realismo, non di benevolenza.
I precorsi di matematica, logica e comprensione del testo partono subito. Intensivi. Gratuiti. Obbligatori per chi ha debiti formativi. Una cura preventiva per le matricole. Parallelamente le magistrali aprono la seconda finestra. Due movimenti che si toccano senza confondersi. Da una parte chi inizia e non sa ancora se resterà a Medicina dopo i tre mesi di biologia, chimica e fisica. Dall’altra chi ha già tre anni sulle spalle e cerca specializzazione.
Il Campus resta un corpo a sé. Dieci quartieri residenziali. Migliaia di posti letto. Una città dentro la città. Chi ci vive impara in fretta che l’università non è solo lezioni. È la mensa alle sette di sera, le scale che salgono verso i cubi, il vento che arriva dalla Sila e scuote gli alberii. Chi arriva da fuori provincia o da fuori regione scopre una Calabria diversa da quella dei telegiornali. Una Calabria che pensa, che studia, che compete. Che a volte se ne va comunque, ma almeno parte con un titolo e non con le mani vuote. C’è una tensione sottile in queste giornate di settembre. L’entusiasmo dei nuovi iscritti si scontra con la consapevolezza che il posto non è garantito.
Soprattutto a Medicina. I novecento sanno di essere tanti. Sanno che la selezione arriverà a dicembre e a gennaio. Intanto occupano l’Aula Magna, ascoltano, si guardano intorno. Alcuni hanno già trovato il loro posto nei precorsi. Altri ancora cercano la mappa del Campus e l’aula giusta. Accanto a loro, in silenzio digitale, scorrono le domande della Fase 2. Curriculum caricati. Colloqui da fissare. Certificati di inglese da produrre. Il Rettore ha detto di vedere il futuro. Forse. O forse vede semplicemente un’altra generazione che prova a restare, o a partire meglio di come sono partiti i genitori. Una generazione che trova, almeno sulla carta, corsi pensati per specializzare e non solo per riempire aule. L’odore di scarpe nuove e di ansia non se ne andrà subito. Resterà fino a quando le lezioni non diventeranno routine e i volti non smetteranno di sembrare di passaggio. Allora il Campus tornerà a essere quello di sempre: un luogo dove la storia sociale della Calabria continua a scriversi, un pezzo alla volta, tra un esame del semestre aperto e una domanda di magistrale inviata prima della mezzanotte del dieci settembre.
*Documentarista

