Il direttore del Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza “Giovanni Anania” dell’Unical commenta il dato guardando al futuro: «Ampliare il numero delle imprese esportatrici e rafforzare il peso dei settori a più elevata produttività e capacità competitiva»
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La Calabria supera per la prima volta il miliardo di euro di esportazioni. Un risultato che riaccende il dibattito sulle reali prospettive dell’economia regionale. È un traguardo simbolico o l’inizio di una fase di sviluppo? Quali settori stanno trainando la crescita? E quali ostacoli restano da superare per rendere più competitiva la regione sui mercati internazionali? Ne parliamo con il professor Francesco Aiello, economista e direttore del Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza “Giovanni Anania” dell’Università della Calabria, per analizzare numeri, opportunità e strategie necessarie a trasformare l’export in un motore stabile di crescita, innovazione e occupazione.
Professore, il superamento del miliardo di euro di esportazioni rappresenta davvero un unto di svolta per l’economia calabrese o è ancora presto per parlare di cambiamento strutturale?
Il superamento del miliardo di euro di esportazioni rappresenta certamente un risultato positivo, soprattutto perché non è l'effetto di un boom improvviso, ma l'esito di una tendenza che si è progressivamente consolidata negli ultimi anni e che nel 2025 ha consentito alla Calabria di raggiungere una soglia dal forte valore simbolico. Parlare di cambiamento strutturale richiede, tuttavia, maggiore cautela. La Calabria continua ad avere un'incidenza delle esportazioni sul PIL molto inferiore alla media nazionale e una base esportatrice ancora relativamente ristretta. Il dato del 2025 è il segnale che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta. La vera sfida sarà consolidare questa dinamica, ampliando il numero delle imprese esportatrici e rafforzando il peso dei settori a più elevata produttività e capacità competitiva.
Perché cresce l’agroindustria?
L'agroindustria cresce perché combina almeno tre fattori. Il primo è la disponibilità di risorse distintive del territorio: produzioni agricole di qualità, biodiversità, tradizioni alimentari e marchi riconoscibili. Il secondo è la capacità di trasformare queste materie prime in prodotti a più elevato valore aggiunto, collocandosi nelle fasce più remunerative della filiera. Il terzo è l'evoluzione della domanda internazionale, sempre più orientata verso prodotti alimentari nei quali qualità, tracciabilità, origine e identità territoriale costituiscono elementi di differenziazione competitiva. I dati confermano questa evoluzione. Tra il 2016 e il 2024 le esportazioni agroalimentari calabresi sono passate da circa 108 a oltre 362 milioni di euro, più che triplicando il loro valore. È un risultato che evidenzia il progressivo rafforzamento della competitività internazionale dell'agroindustria regionale.
Quali sono gli ostacoli all’export?
I principali sono tre. Primo, la dimensione media delle imprese, ancora molto contenuta, che limita la capacità di investire, innovare e presidiare con continuità i mercati esteri. Secondo, la disponibilità di capitale umano altamente qualificato. In molti comparti, e in particolare nell'agroindustria, la domanda di figure specialistiche cresce più rapidamente dell'offerta. Le imprese hanno bisogno di esperti in regolamentazione internazionale, certificazione della qualità, marketing internazionale, digitalizzazione, controllo della qualità e gestione delle filiere, ma queste competenze sono ancora insufficientemente diffuse. Terzo, occorre rafforzare il contesto nel quale operano le imprese: logistica, ricerca applicata, servizi per l'internazionalizzazione e trasferimento tecnologico. La Calabria esporta di più, ma per consolidare questa dinamica deve aumentare il numero di imprese capaci di competere stabilmente sui mercati internazionali.
Ruolo dell’Università della Calabria?
L'Università della Calabria non è soltanto un luogo di formazione, ma uno dei principali investimenti strategici della regione. La sua funzione è contribuire ad accrescere la dotazione territoriale di conoscenza, formando capitale umano qualificato e sviluppando competenze scientifiche e tecnologiche al servizio dello sviluppo regionale. Vi è però anche un'altra dimensione del suo ruolo. L'Università deve rappresentare un modello di organizzazione, cultura del merito e responsabilità istituzionale, capace di diffondere nel territorio metodi di lavoro fondati sulla qualità, sulla responsabilità e sulla valutazione dei risultati. Lo sviluppo economico non dipende soltanto dalla disponibilità di risorse finanziarie, ma anche dalla qualità delle istituzioni e dai comportamenti organizzativi che esse sono in grado di diffondere nella società.
Gioia Tauro e logistica?
Gioia Tauro può rappresentare un asset decisivo, ma solo se l'area portuale e retroportuale diventa parte integrante di una strategia di sviluppo regionale. Un grande porto non genera automaticamente crescita diffusa, soprattutto quando la sua attività è concentrata prevalentemente sul transhipment. Gli effetti economici aumentano quando il porto si integra con le filiere produttive del territorio. Per l'agroalimentare ciò significa poter contare su servizi doganali efficienti, piattaforme logistiche moderne, collegamenti intermodali, logistica del freddo e un approvvigionamento energetico affidabile, competitivo e sostenibile, indispensabile per le attività di trasformazione industriale. Il porto deve diventare non soltanto un'infrastruttura di transito dei container, ma una leva di competitività per le imprese calabresi. La vera sfida è sfruttare la posizione strategica della Calabria al centro del Mediterraneo per ridurre i costi di approvvigionamento delle materie prime e rendere più efficiente e meno oneroso l'accesso delle produzioni regionali ai mercati internazionali.
Agroalimentare come volano principale?
L'agroalimentare può rappresentare una delle leve dello sviluppo,ma non può essere l'unico. L'agroindustria è importante perché coniuga risorse del territorio, manifattura ed export. Ma la vera sfida è più ampia: avere il coraggio di modificare la composizione strutturale dell'economia regionale, oggi ancora troppo sbilanciata verso attività poco esposte alla concorrenza e caratterizzate da una bassa produttività, favorendo, invece, la crescita di settori disciplinati dal mercato e capaci di generare innovazione, esportazioni e salari più elevati.
Se dovesse indicare alcune priorità di policy per rafforzare la competitività del settore agroalimentare calabrese, quali sceglierebbe?
Indicherei tre priorità. La prima è rafforzare la ricerca applicata e l'innovazione, orientandole sempre più ai fabbisogni tecnologici delle imprese agroalimentari. Oggi la collaborazione tra università e sistema produttivo è ancora troppo spesso episodico e non sempre orientato alla soluzione dei problemi concreti delle imprese. Il trasferimento tecnologico deve diventare un processo stabile, capace di trasformare la ricerca in innovazione di prodotto, di processo e dei modelli organizzativi. La seconda è investire nel capitale umano altamente specializzato, rafforzando gli ITS e l'offerta di Master post-laurea per formare figure professionali in grado di accompagnare le imprese nell'innovazione dei processi produttivi, nel controllo e nella certificazione della qualità, nella gestione efficiente delle produzioni, nella digitalizzazione e nei processi di internazionalizzazione. La terza è costruire un ecosistema competitivo a supporto dell'intera filiera, potenziando logistica, servizi all'export, infrastrutture e collegamenti con il porto di Gioia Tauro, trasformandolo in un vero hub della trasformazione industriale e dell'accesso ai mercati internazionali. L'obiettivo non è semplicemente aumentare le esportazioni, ma rafforzare la capacità delle filiere regionali di incorporare valore aggiunto nei beni destinati ai mercati internazionali.


