Da due città calabresi arrivano segnali che lasciano ben sperare. In un’epoca in cui odio, violenza e spirito di rivalsa sembrano dominare il confronto pubblico, accadono piccoli gesti che meritano di essere letti con attenzione.

Parliamo delle ultime elezioni amministrative in Calabria, svoltesi in un clima spesso teso, segnato da scontri verbali e polemiche che, in alcuni casi, hanno sfiorato la rissa. Eppure, alla fine, sono arrivati due gesti capaci di indicare la necessità di percorrere una strada diversa.

A Castrovillari il candidato sconfitto di centrosinistra, Ernesto Bello, ha consegnato pubblicamente un mazzo di rose alla neoeletta sindaca di centrodestra, Anna De Gaio, la quale ha immediatamente risposto che sarà il sindaco di tutti. Un gesto e una risposta che dovrebbero essere scontati, ma che hanno assunto un valore importante, un significato potente.

A Cirò Marina, inoltre, la neoeletta sindaca Mariagrazia Panebianco ha affidato a un giovane assessore, Antonio Castiglione, una delega speciale: quella alla Gentilezza.

Non si tratta di una trovata comunicativa. La stessa sindaca lo ha spiegato bene: «La scelta di affidare la delega alla Gentilezza a un membro della mia Giunta nasce da una visione amministrativa molto precisa, che mira a rimettere al centro della vita pubblica di Cirò Marina la coesione sociale e il rispetto della comunità. Con questa nomina, Cirò Marina entra a far parte di una rete nazionale di oltre duecento Comuni italiani che credono nel valore istituzionale della gentilezza come motore di cittadinanza attiva».

La democrazia vive anche di comportamenti, di gesti e testimonianze concrete che rafforzano i principi di libero confronto. Accettare una sconfitta con dignità, augurare buon lavoro a chi ha vinto, significa contribuire a stemperare il clima avvelenato che troppo spesso accompagna le campagne elettorali. Sono gesti che restituiscono senso alla comunità e rafforzano la fiducia nelle istituzioni.

Nella storia delle democrazie non sono mancati gesti distensivi tra avversari. Basti pensare alla qualità umana e politica dimostrata dal senatore americano John McCain nel 2008, sconfitto da Obama alle presidenziali. Durante un comizio nell’ottobre di quell’anno a Lakeville, nel Minnesota, una sua sostenitrice prese la parola definendo Obama “un arabo di cui non potersi fidare”. McCain prese immediatamente il microfono per correggerla, definendo il suo avversario un “cittadino e padre di famiglia decente” con cui aveva solo divergenze politiche. Poi nel discorso della sconfitta, McCain esortò i suoi elettori a offrire al nuovo presidente la massima collaborazione e si impegnò a superare le divisioni nell’interesse della nazione.

Anche nella storia repubblicana italiana non sono mancati esempi di correttezza e rispetto tra avversari politici. Negli anni Novanta colpì l’atteggiamento della comunista Nilde Iotti nel suo ruolo di presidente della Camera: in poco tempo seppe conquistare la stima trasversale di maggioranza e opposizione. La stessa cosa è successa tempo dopo con Giorgio Napolitano: eletto a maggioranza al Quirinale, senza i voti del centrodestra, seppe conquistarsi l’apprezzamento e la stima di tutti, tanto che venne riconfermato nella carica, per la prima volta nella storia, con il voto quasi unanime del Parlamento. Così come potremmo ricordare il rapporto tra Aldo Moro e Enrico Berlinguer, fatto di contrapposizione, poi anche di condivisione, ma soprattutto di rispetto reciproco.

Perché il dissenso e la contrapposizione non devono trasformarsi in delegittimazione dell’altro. Non si diventa più forti umiliando l’avversario, ma riconoscendolo come parte della stessa comunità.

Purtroppo, un ruolo spesso negativo è oggi svolto dai social, dove lo scontro permanente sembra essere diventato la regola. I social premiano l’aggressività e la polemica continua, che addirittura incoraggiano. La democrazia, richiede fermezza nelle idee, ma soprattutto misura e rispetto nei toni. Che poi si traduce nel rispetto delle istituzioni. Che sono sacre.

Un mazzo di rose o una delega simbolica non risolvono i problemi di una comunità. Ma indicano uno stile e un modello di comportamento. Ricordano che il confronto può restare duro sulle idee senza mai trasformarsi in odio personale.

Paolo VI affermava che la politica è una delle più alte forme di carità, che poi si traduce come la più alta forma di servizio.

Un’affermazione che conserva ancora oggi una straordinaria attualità. La politica, quando è autentico servizio, presuppone il rispetto reciproco nella consapevolezza del valore delle istituzioni democratiche. Istituzioni che non ci sono state donate, ma sono state conquistate anche al costo della vita.

Abbiamo bisogno di una politica che costruisca e non che divida. Ecco perché vale la pena ripartire da questi gesti per restituire al confronto politico un forte senso di civiltà e responsabilità. Solo così la democrazia diventa più forte.