Le dichiarazione dell’avvocato Roberto Le Pera, presidente della Camera Penale di Cosenza, nell’incontro svoltosi all’Unical con Giuseppe Conte e Giorgio Mulè
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L'avvocato Roberto Le Pera e l'ex premier Giuseppe Conte, attuale presidente del M5S
Pubblichiamo l’intervento dell’avvocato Roberto Le Pera, presidente della Camera Penale di Cosenza, relatore del convegno Unical sull’intelligenza artificiale.
L’incontro di oggi è finalmente un incontro senza slogan. Siamo nel tempio della cultura, luogo in cui corrono e si confrontano idee che dovrebbero essere scevre da preconcetti ideologici.
Anche perché, lasciatemelo dire, finalmente, in questo luogo di libertà culturale, la riforma della separazione delle carriere, oggi proposta da una maggioranza di centrodestra, è stata, da sempre – per ultimo sino ai programmi di rappresentanza di segreteria del 2019 – di prerogativa del più importante partito di opposizione: il Partito Democratico.
E lasciatemi ricordare, in questo Ateneo che è modello nazionale ed europeo, che fu il ministro fascista Dino Grandi a sostenere l’unitarietà delle funzioni come unica scelta compatibile con il regime autoritario fascista.
Certo, non si vuol dire, con questo, che oggi, a Costituzione vigente, ci sia un regime autoritario con l’attuale sistema che si intende modificare con il referendum. Ma se pensiamo che non ci sia bisogno della separazione, si sbaglia gravemente.
L’organizzazione della magistratura è fatta da dipendenti pubblici che, però, a differenza di questi, hanno legittimamente dei superpoteri: sono indipendenti da ogni altro potere dello Stato, non operano sotto la direzione gerarchica amministrativa, si autogovernano; insomma, costituiscono un ordine a parte, con garanzie costituzionali legittimamente volte a tutelare l’indipendenza del giudizio.
Due supereroi, Giudice e Pubblico Ministero, con differenti finalità: uno accusa e l’altro giudica. E allora la prima domanda: non sembra strano che in un organo che la Costituzione prevede al di sopra di tutto e tutti e che è soggetto soltanto alla legge non separi chi giudica da chi accusa? Mi sembra più che logico che chi giudica non debba avere alcun riferimento con chi accusa. Ma, dice il presidente Conte nei pubblici interventi che tutti ascoltiamo, la separazione di fatto già esiste perché, a seguito delle riforme – ultima delle quali la Cartabia – è sempre più raro che si passi da giudice a PM e il contrario. Ma, vedete, la separazione non consiste nel fatto che un giudice non possa diventare più pubblico ministero e il contrario. Non è questa la separazione.
La separazione è la necessità che un indagato non debba più preoccuparsi di essere giudicato da un giudice la cui vita professionale dipende dal pubblico ministero che lo sta accusando. Perché è questa la riforma, non altro. Mi spiego.
Con l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura, un pubblico ministero decide se un giudice può avanzare professionalmente, se può essere trasferito a propria richiesta in altra sede giudiziaria, ma soprattutto decide se un giudice deve essere sanzionato disciplinarmente. Una follia.
Immaginate il giudice di un processo che è consapevole di giudicare su un’accusa promossa da un PM che diventerà, a propria volta, nel CSM, il giudice della sua vita professionale. È tutto vero.
Ma – per rispondere idealmente alla domanda che ho sentito formulare dal presidente Conte nelle trasmissioni televisive, in cui chiede che benefici apporterà ai cittadini – ora cerco di dimostrare che tutelando l’autonomia dei giudici si tutelano proprio i cittadini.
Può essere giusta una giustizia in cui il giudice giudica l’accusa consapevole che il supereroe dell’accusa, il pubblico ministero, sarà il suo giudice?
Ecco la ragione dei due CSM: un CSM dei giudici, un CSM dei pubblici ministeri.
Ma ancora altro. E questa volta mi ispiro proprio ai principi di trasparenza che muovono l’azione politica del presidente Conte, anche – mi permetto – nel Suo essere avvocato ancor prima che professore e presidente.
Trasparenza. Ebbene: possiamo ancora tollerare che l’autogoverno dei magistrati, il CSM, sia in mano alle correnti della magistratura?
Vogliamo dire agli studenti e ai cittadini oggi presenti, presidente Conte e Ch.ma professoressa, che i 2/3 dei componenti del CSM sono nominati da correnti della magistratura di cui è composta l’Associazione Nazionale Magistrati, a cui fanno parte le correnti della magistratura di centro, di destra e di sinistra: una sorta di Parlamento.
Ebbene, è giusto che questi supereroi che sono al di sopra di tutto si scelgano anche i loro giudici? Sembra giusto che si scelgano chi deciderà chi diventerà procuratore della Repubblica in tutte le procure d’Italia e chi diventerà presidente del tribunale in tutti i tribunali d’Italia? Perché oggi è così.
E allora, proprio per quei principi di meritocrazia a cui l’università educa le classi dirigenti del nostro Paese, vi sembra giusto, professoressa e presidente Conte, che un giudice che non appartenga a nessuna corrente della magistratura debba essere pregiudicato nel diventare presidente di un tribunale rispetto a un altro giudice che invece gode di un importante supporto “politico” all’interno della magistratura?
Insomma, è normale che un indagato, un imputato, una parte offesa, prima di affrontare un processo, debba informarsi se il suo giudice – il giudice che ne giudicherà, in molti casi, gli ambiti più importanti della propria vita – appartenga o meno alla stessa corrente della magistratura a cui appartiene anche il pubblico ministero? Con buona pace della separazione delle carriere e dell’autonomia del giudicante?
Ecco, presidente Conte: come lei ha sempre detto quando parla di trasparenza di organi dello Stato, apparire è più importante dell’essere. E quel magistrato supereroe, legittimamente supereroe, proprio perché supereroe deve apparire, ancor prima che essere, lontano da ogni forma di spartizione di potere. Perché nel CSM si esercita il potere di decidere della vita lavorativa dei giudici.
Cosa sta accadendo oggi? Che nel CSM, in quell’autogoverno dei giudici, si vanno a eleggere magistrati che necessariamente devono rispondere ai loro elettori, ossia agli stessi magistrati che li hanno indicati nel CSM.
Si crea un logico rapporto tra magistrato eletto e magistrato elettore. Con buona pace della separazione delle carriere.
Immaginiamo un giudice eletto nel CSM con i voti della corrente a cui appartiene il pubblico ministero che sta sostenendo l’accusa in un processo in cui quel giudice deve giudicare l’accusa. Ed ecco perché il sorteggio.
Spieghiamolo così, in modo tale che tutti possano comprendere. Non comprendo il motivo per cui dobbiamo dire che è sotto attacco l’autonomia dei magistrati qualora sorteggiati, se questi mantengono la maggioranza dei 2/3 all’interno di ogni CSM.
Presidente Conte, si ricorda: “uno vale uno”. E allora, qual è la preoccupazione che questi 2/3 dei magistrati siano sorteggiati?
Per quale ragione un magistrato, dopo aver vinto un concorso e aver terminato l’uditorato giudiziario, è abilitato – in nome del popolo italiano – a irrogare 10, 15, venti anni di pena carceraria, ma invece non deve essere idoneo a stabilire trasferimenti di sede di un giudice o di un pubblico ministero, oppure avanzamenti di carriera degli stessi?
Perché un cittadino può essere condannato all’ergastolo dai giudici sorteggiati della Corte di Assise e della Corte di Assise di Appello, e un giudice o un pubblico ministero non possono essere valutati professionalmente da giudici e pubblici ministeri sorteggiati?
Perché questa diffidenza verso giudici e pubblici ministeri che sarebbero sorteggiati? Qual è lo stigma da riversare sui magistrati sorteggiati? Perché le nomine dei componenti del CSM devono passare attraverso le correnti della magistratura mediante un rapporto diretto tra elettore ed eletto? Perché in questo i magistrati dovrebbero essere diversi dai comuni cittadini che sono processati dinanzi alla Corte di Assise e di Assise di Appello da parte di giudici popolari sorteggiati?
Perché un cittadino può essere condannato all’ergastolo da giudici della Corte di Assise sorteggiati e invece il trasferimento oppure il comportamento disciplinare di un magistrato non può essere valutato e giudicato da magistrati sorteggiati?
Mi do una risposta: perché un giudice e un PM sorteggiati non risponderebbero più a logiche di correnti. Non dovrebbero più rispondere al proprio elettore. Sarebbero come sono nella loro vita professionale: liberi.
E invece oggi, per mesi, non vengono nominati presidenti di tribunali e procuratori della Repubblica perché bisogna trovare prima gli accordi. Nulla di illecito, sia chiaro, ma questo sistema di correnti e di elettore ed eletto fa diventare quel supereroe, con quei superpoteri, un uomo normale che risponde a logiche di politica associativa dell’Associazione Nazionale Magistrati.
Presidente Conte e prof.ssa, vogliamo dire che la distribuzione degli incarichi viene svolta dalle correnti del CSM come un’attività che, se riferita alla sfera politica, si chiamerebbe attività clientelare o spartitoria? Quel giudice supereroe invece deve restare libero. Ecco perché il sorteggio tutela l’autonomia dei giudici.
Presidente Conte, me lo conceda: la tradizione politica del movimento di cui lei è l’alto esponente è proprio quella dell’uno vale uno. E allora le chiedo: qual è la ragione per cui un magistrato dovrebbe essere diverso da un altro magistrato? Per quale motivo un magistrato con venti anni di servizio e che esercita o ha esercitato nel consesso di legittimità non debba avere uguali prerogative di un magistrato che non è iscritto nelle correnti di ANM.
Il sorteggio evita una grande debolezza strutturale nell’ambito del CSM, che è costituito dal legame tra eletto ed elettore. Che è un legame tossico perché impedisce all’eletto di valutare con serenità quelli che sono i destini, le promozioni e i trasferimenti, proprio a causa del rapporto tra eletto ed elettore.
Pensiamo se un amministratore si potesse scegliere il giudice della Corte dei Conti che deve giudicare la propria opera: è molto difficile che questo giudice sia sereno.
Giuliano Vassalli disse che senza la separazione delle carriere il codice di procedura penale non funzionerà mai. Perché le carriere del giudicante e quella del PM sono reciprocamente influenzate. E ciò contrasta in un sistema nel quale il giudice e il PM dovrebbero essere assolutamente distinti.
Più sarà vicina la cultura del procuratore a quella del difensore, più il modello accusatorio tenderà a funzionare. E non si dica che nei modelli accusatori puri, quali lo statunitense, l’accusa assume la fisionomia del super-poliziotto: sappiamo che quei modelli sono lontani anni luce dal nostro, in cui il PM deve raccogliere gli elementi a favore dell’indagato.
E non si dica che se il professore Franco Coppi è per il No significa che tutti dobbiamo essere per il No. Perché non si terrebbe conto del presidente emerito e del giudice della Corte Costituzionale, rispettivamente Augusto Barbera e Sabino Cassese, che sono apertamente per la riforma e, soprattutto, si ignorerebbero quei 51 magistrati per il Sì che chiedono di essere veramente autonomi, terzi e indipendenti.
Infine, mi consentirete un invito rivolto a voi tutti: qui non si tratta di esprimere un voto a favore di Meloni o contro il campo largo. La politica non c’entra nulla.
Il voto al referendum è piuttosto uno degli strumenti tramite cui il cittadino esercita la sua sovranità. E chi ama la Costituzione deve tenerne conto.
Quando si va a eleggere il Parlamento si sceglie in base a opzioni politiche; invece qui, nel referendum, si legge il testo e si sceglie Sì oppure No.
Noi tutti cittadini dobbiamo farci un’opinione e votare a prescindere dalle appartenenze politiche. Dobbiamo andare a votare sentendoci liberi e non in base ai vincoli di partito. Dobbiamo andare a votare per rendere quei 51 magistrati veramente liberi dalle correnti.
Ah, dimenticavo: se voterete per il Sì e se per questo sarete chiamati malfattori, imputati, indagati o massoni deviati, non preoccupatevi: ci sarà sempre l’avvocatura pronta a difendervi.





