Superare i luoghi comuni - sui giovani, sul Sud, sulla partecipazione - è il primo passo per ripensare un’offerta politica che chiede di essere rinnovata
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Uno dei più diffusi preconcetti era quello che rappresenta i giovani come disinteressati, apatici, chiusi in un mondo virtuale che li allontana dalla partecipazione civile. Il risultato del referendum racconta una realtà diversa, più complessa e, per certi versi, più incoraggiante. Una parte significativa delle nuove generazioni ha preso posizione, ha partecipato, ha contribuito in modo concreto all’esito della consultazione. Questo dato finora sottovalutato, ma già visto nelle marce per la pace, rivela una grande partecipazione dei giovani che sentono il rischio di nuove guerre individuandone i responsabili in totem come Trump, Putin o Nethaniau.
Così come nei “Fridays for future”, i giovani si mobilitano quando percepiscono che le questioni in gioco incidono davvero sul loro presente e sul loro futuro. Altro stereotipo messo in discussione dai dati referendari è quello di Sud apatico e rassegnato, che tiene inchiodata ai minimi l’asticella dell’affluenza al voto.
Superare i luoghi comuni - sui giovani, sul Sud, sulla partecipazione - è il primo passo per ripensare un’offerta politica che chiede di essere rinnovata e centrata più sulle persone che sui tatticismi di Palazzo. Ben al di là del quesito referendario, il voto diventa un messaggio politico e sociale, una forma di espressione collettiva che segnala un’esigenza di ascolto. In questo senso, può essere interpretato come un vero e proprio grido di allarme, un SOS rivolto alle istituzioni e ad una classe politica troppo spesso inadeguata e insensibile.
Un messaggio che non può essere ignorato, ma che deve essere compreso nella sua richiesta di coinvolgimento su obiettivi sociali, per esempio come quello di venire incontro al loro bisogno di agevolazioni per una casa esentasse a credito agevolato od in cooperativa o di edilizia economica e popolare come fu il piano Ina case nell'immediato dopoguerra. E poi la necessità di un lavoro stabile, che consenta di avviare un progetto di vita autonoma, con borse di alta formazione professionale e rientro nella propria regione. Certo, occorre sapere utilizzare i mezzi finanziari dell'UE con progetti e intese a dimensioni interregionali contrastate dalla Lega nel corso della sua storia!
Un nuovo dualismo territoriale sta nascendo fra città e campagne, metropoli e borghi. Il ruolo dello Stato è perciò indispensabile non solo per rilanciare la debilitata economia di mercato prossima allo zero ma per colmare divari generazionali. Le privatizzazioni non hanno funzionato in meglio, anzi hanno accentuato divari insopportabili di reddito tra pochi gruppi privati, come quelli bancari, e ceto medio che si è impoverito e proletarizzato, riducendo i diritti sociali o rendendoli non universali ma settoriali e territoriali.
I giovani hanno detto basta e ci hanno dato fiducia, non disperdiamola nella solita politica del "tutto cambi perché tutto rimanga come prima" e del “vengo anch’io, no tu no”! Non a caso la stampa di destra, timorosa di una seria alleanza intergenerazionale senza vassallaggi, descrive una coincidenza degli opposti e profetizza un contatto precario già reversibile tra movimenti e campo largo.
E’ questa la frontiera politica su cui concentrarsi, senza attardarsi in dibattiti intestini tra oligarchi su primarie e organigrammi di potere, per non rischiare il crollo, forse, dell'ultima risorsa del sistema democratico contro autarchie di cumulo familistico, che poi predicano il rinnovamento... secondo il tipico modello dileggiato a Sanremo: ”Italian starter pack”!
*Bianca Rende, consigliera comunale di Cosenza

