Ernesto Magorno, già parlamentare ed ex sindaco di Diamante, guida Sindaci d'Italia, il movimento che mette al centro amministratori locali e territori. In questa intervista annuncia la federazione con Sud chiama Nord di Cateno De Luca, l'ingresso nella coalizione di centrodestra con una lista propria e l'obiettivo di superare il 3% alle politiche. Parla anche di sicurezza, giovani del Sud e autonomia finanziaria dei Comuni, e dà una notizia: Sindaci d'Italia avrà una lista alle amministrative di Cosenza.

Dice che la sua bussola è il municipalismo di Don Sturzo e che una buca nella strada «non ha colore politico». Ernesto Magorno, già parlamentare ed ex sindaco di Diamante, oggi presidente di Sindaci d'Italia, ha appena ufficializzato la federazione con Sud chiama Nord di Cateno De Luca. Lo ha fatto durante una convention a cui hanno partecipato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente del Senato Ignazio La Russa e i ministri Piantedosi, Crosetto e Pichetto Fratin. In questa intervista spiega l'alleanza con il centrodestra, l'obiettivo elettorale e le riforme che chiede per i Comuni. E annuncia una novità che riguarda direttamente la Calabria.

Presidente Magorno, lei dice che Sindaci d'Italia vuole superare destra e sinistra. Ma può davvero esistere un movimento politico nazionale senza una precisa collocazione? E qual è il vostro obiettivo alle prossime elezioni?
«La nostra identità sono i territori. Chi amministra un Comune sa che una buca, una scuola da mettere in sicurezza o una famiglia in attesa di una casa non hanno colore politico. Alla nostra convention c'erano sindaci che hanno votato a destra, altri a sinistra, civici e moderati, uniti dallo stesso mestiere e dalle stesse difficoltà. Il nostro riferimento è il municipalismo di Don Sturzo.

Questo però non significa rinunciare a una scelta. Un movimento che vuole contare deve dire con chi intende portare in Parlamento le battaglie dei Comuni: più poteri ai sindaci, autonomia finanziaria, attenzione agli enti locali. Su questi temi abbiamo trovato ascolto nel centrodestra. Per questo Sindaci d'Italia e Sud chiama Nord si presenteranno in tutta Italia con una propria lista all'interno di quella coalizione. È un'alleanza sui contenuti, non un'appartenenza di bandiera: la nostra lista resta identitaria e il nostro punto di riferimento resta il territorio.

L'obiettivo è chiaro e lo abbiamo ribadito più volte: superare il 3% alle prossime politiche. Partiamo già da una base dell'1,5% e ci siamo appena presentati, ma molti osservatori riconoscono il nostro potenziale. Con la rete di amministratori che stiamo costruendo da Nord a Sud supereremo abbondantemente quella soglia».

Ha annunciato la federazione con Sud chiama Nord di Cateno De Luca. Qual è il progetto politico? Una federazione dei territori o il primo passo verso una nuova forza politica nazionale?
«È prima di tutto l'incontro tra storie di amministratori locali. Sud chiama Nord nasce da sindaci, assessori e consiglieri siciliani stanchi di sentirsi periferia di Roma, e Cateno De Luca è prima di tutto un sindaco. Noi siamo un movimento nazionale: partiamo dalle nostre esperienze di amministratori e condividiamo l'idea di un Sud che chiama il Nord non per chiedere assistenza, ma per costruire insieme un'Italia dei territori.

Lo abbiamo annunciato alla convention, a cui hanno partecipato esponenti di primo piano del governo e delle istituzioni, a partire dalla presidente Meloni, che ha definito i sindaci "eroi". Per noi è motivo d'orgoglio, come la presenza della seconda carica dello Stato, il presidente Ignazio La Russa, e dei ministri Piantedosi, Crosetto e Pichetto Fratin. È stata una vera consacrazione: un movimento nato da poco che, insieme alla storia di Sud chiama Nord, ha già una platea e una visibilità così grandi. Tutti i telegiornali hanno parlato di noi, e questo dimostra l'importanza e la serietà del progetto.

Non è un'operazione di palazzo, è un cammino comune che rispetta le identità di entrambi. Se ne nascerà qualcosa di più grande lo diranno i fatti e le nostre comunità, non una decisione calata dall'alto. E, come dicevo, i dati in nostro possesso ci confortano».

Ha parlato di fermezza sulla sicurezza, ma anche di integrazione, periferie e disagio sociale. Come si tiene insieme la "tolleranza zero" con la necessità di capire la rabbia e la marginalità di tanti giovani?
«Sono due doveri diversi, e uno non cancella l'altro. La violenza non ha mai giustificazioni: aggredire un poliziotto o un carabiniere, bruciare auto, distruggere il bene comune non è protesta, è solo violenza. Da ex sindaco so cosa significa chiamare le forze dell'ordine alle due di notte: se non ci sono loro, non c'è il Comune.

Chi amministra però deve anche prevenire: non lasciare sole le periferie, togliere i ragazzi dalla strada, costruire un'integrazione che passi dal rispetto delle regole, perché senza regole non c'è comunità. La povertà si combatte con la scuola, il lavoro e la solidarietà, non spaccando tutto. Capire il disagio non vuol dire giustificare la violenza: servono fermezza sulle regole e presenza sul territorio.

Come Sindaci d'Italia e Sud chiama Nord ci batteremo perché i sindaci abbiano più poteri. Innanzitutto sulla sicurezza, per rafforzare sempre di più la polizia locale, ma anche sulla sanità, per un controllo più diretto. I sindaci non devono essere meri esecutori senza strumenti, ma una parte sempre più attiva. Su questo abbiamo chiesto attenzione nell'alleanza con il centrodestra, e l'abbiamo trovata».

Ha indicato nella scuola il vero ascensore sociale e ha parlato di un Patto tra Comuni, imprese e scuole. Come si convince concretamente un giovane del Sud a restare, quando mancano lavoro qualificato, servizi e prospettive?
«Non con gli slogan, ma con un'occasione vera. Il nostro più grande fallimento non è una buca nella strada: è una scuola che cade a pezzi e un ragazzo di diciott'anni che prende il treno e non torna più. Per questo proponiamo un Patto tra Comuni, imprese e scuole: scuole sicure che formino competenze, e imprese che offrano lavoro vero sul territorio. Non giovani parcheggiati nel sussidio, ma giovani formati che trovano un futuro a casa loro. I Comuni possono mettere in rete scuole e imprese e garantire servizi, ma non basta: servono anche scelte dello Stato su infrastrutture e servizi. È un lavoro lungo, ma è l'unico che regge.

E a proposito di Comuni e amministrazioni, le do una notizia: presenteremo una lista alle amministrative di Cosenza. Sarà una lista molto competitiva, e nelle prossime settimane ne sveleremo tutti i dettagli».

Il Sud deve "chiamare il Nord" non per chiedere assistenzialismo, ma per costruire insieme un'Italia dei territori. Che cosa deve cambiare nei rapporti tra Stato, Regioni e Comuni perché il Mezzogiorno non continui a perdere giovani e competenze?
«Deve cambiare lo sguardo. Troppo a lungo i territori sono stati trattati come periferia, e nei piccoli Comuni del Sud lo si vede: una scuola che chiude, un reparto che si svuota, un collegamento che non c'è più. Il Sud non chiede favori, chiede strumenti e fiducia.

Il primo strumento è l'autonomia finanziaria, perché un sindaco che non sa su quali risorse potrà contare non può costruire il futuro della sua comunità. Poi servono più funzioni ai Comuni, nel segno della sussidiarietà, e basta con le tendenze neocentralistiche, di Roma come delle Regioni. Infine l'uguaglianza dei diritti: scuola, sanità e trasporti non possono dipendere dal codice postale, perché un ragazzo resta dove trova servizi e prospettive. E aggiungo una regola semplice: chi governa il territorio va ascoltato prima delle decisioni, non dopo».

Ha ricordato Don Sturzo e l'autogoverno locale. Ma i sindaci rispondono ai cittadini senza risorse e strumenti sufficienti. Qual è la riforma più urgente che lo Stato dovrebbe concedere ai Comuni?
«Rispondo con due parole: autonomia finanziaria. Da ex sindaco so bene che davanti ai cittadini si risponde di tutto, ma spesso senza i mezzi per farlo. Fare il sindaco non è una carica, è una vita: niente orari, niente sabati e domeniche, il telefono che squilla di notte perché è crollato un muro, la fila davanti al Comune alle sette del mattino.

Servono insieme una riforma dello status dell'amministratore locale, con indennità adeguate, permessi e tutele previdenziali e di fine mandato, e più risorse e competenze ai Comuni. Don Sturzo diceva che la vera democrazia si fonda sull'autogoverno locale: senza risorse e strumenti, resta solo una formula».