La Commissione Affari Istituzionali ha licenziato la prima bozza che ora è attesa al dibattito alla Camera, ma le posizioni fra FdI da una parte e Lega e Forza Italia dall’altra restano distanti. Eppure servono nuove regole per garantire stabilità a un Paese che nei sondaggi sembra esattamente diviso a metà
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Tajani, Meloni e Salvini
Sono ore di grande fibrillazione nei corridoi della politica romana. Le diplomazie sono infatti al lavoro per trovare la quadra sulla nuova legge elettorale. Come noto, il punto di rottura nella maggioranza riguarda la reintroduzione delle preferenze, caldeggiata da Fratelli d’Italia accolta quanto meno in maniera tiepida da Lega e Forza Italia.
Le preferenze furono abolite sulla scorta dei referendum abrogativi proposti dal Partito Radicale nel 1993. Siamo in piena Tangentopoli e il voto al candidato è visto come il male assoluto della politica italiana, motore di clientele se non di accordi inconfessabili. Da qui la necessità di introdurre un sistema diverso di selezione della classe dirigente, un sistema che magari permettesse anche a chi non aveva i voti, ma le competenze, di lavorare all’interno delle istituzioni. Sappiamo tutti com’è finita. I partiti hanno utilizzato a loro vantaggio l’attuale legge elettorale per cui i parlamentari oggi non hanno quasi più alcun legame con il territorio e nemmeno lo cercano visto che la candidatura si conquista nelle segreterie romane. A seconda delle entrature che si hanno nel partito centrale si può aspirare ad un posto blindato nel listino proporzionale o in un collegio uninominale più o meno sicuro. Ma come ha detto la stessa premier Giorgia Meloni è abbastanza assurdo che gli italiani debbano scegliere con il voto i rappresentanti nei consigli comunali e regionali e poi avere scelte obbligate per il Parlamento.
Tornare alle preferenze, però, si è rivelato più complicato del previsto. Una frattura che rischia di rallentare, se non addirittura bloccare, una riforma destinata a incidere profondamente sugli equilibri della prossima legislatura che si annuncia probabilmente come una delle più incerte degli ultimi decenni. I sondaggi continuano a descrivere un Paese sostanzialmente diviso in due grandi blocchi, con margini ridottissimi tra centrodestra e centrosinistra. In uno scenario così competitivo, anche pochi seggi possono determinare la nascita o meno di una maggioranza stabile.
A rendere ancora più imprevedibile il quadro c’è poi la cosiddetta “variabile Vannacci”. La crescita del generale Roberto Vannacci, nonostante le defezioni di massa che si sono registrate proprio in queste ore in Calabria, capace di intercettare una parte significativa dell’elettorato di destra, sta modificando gli equilibri interni alla stessa coalizione di governo. Proprio questa evoluzione, secondo diverse ricostruzioni politiche, avrebbe reso ancora più delicato il confronto sulle preferenze, considerate da alcuni partiti un possibile fattore di ulteriore competizione interna.
È risaputo infatti che la legge elettorale non rappresenta soltanto una riforma tecnica. È la regola del gioco con cui verranno eletti i futuri parlamentari e, molto probabilmente, anche il governo della prossima legislatura. Da sempre è così e su ogni livello. Un esempio? Quando in Calabria la maggioranza di centrodestra nel 2014, allora guidata da Giuseppe Scopelliti, mise mano alla legge elettorale introdusse una soglia di sbarramento per le coalizioni altissima: 8%. Erano i tempi in cui il M5s era in grande ascesa, ma era ancora intriso dei principi di Grillo che prevedevano nessuna alleanza con nessun partito. La soglia dell’8% allora li avrebbe tagliati fuori dal consiglio regionale per diversi anni.
Normale quindi che il confronto sulle regole del gioco sia così acceso: chi riuscirà a scriverle potrebbe influenzare in maniera decisiva gli equilibri politici dei prossimi cinque anni. Non è un caso che negli ultimi due decenni quasi tutti i governi hanno provato a introdurre una nuova legge elettorale. Ci ha provato Silvio Berlusconi nel 2005 con il cosiddetto Porcellum, poi Matteo Renzi nel 2015 con l’Italicum, poi nel 2017 con il Rosatellum che è ancora in vigore. Si basa su un sistema misto: circa un terzo dei parlamentari viene eletto in collegi uninominali maggioritari, mentre i restanti con metodo proporzionale e liste bloccate, senza possibilità di esprimere preferenze.
Vedremo cosa partorirà questa maggioranza con il testo della nuova legge appena licenziato dalla commissione Affari Costituzionali e ora atteso alla discussione alla Camera. Nelle ultime ore sta prendendo corpo una possibile mediazione. L’ipotesi sulla quale gli sherpa della maggioranza stanno lavorando prevede il mantenimento dei capilista bloccati, scelti direttamente dai partiti, ma con il ritorno delle preferenze per tutti gli altri candidati inseriti nelle liste. Una soluzione che consentirebbe a Fratelli d’Italia di rivendicare il ripristino del rapporto diretto tra elettori ed eletti, senza costringere Lega e Forza Italia a rinunciare completamente al controllo della composizione dei gruppi parlamentari.
Resta però una proposta che, almeno per ora, non convince tutti gli alleati. Così avanzano i soliti maliziosi che dicono che alla fine tutto resterà com’è sul fronte delle preferenze e la nuova legge elettorale introdurrà semplicemente un premio di maggioranza più consistente di quello attuale in nome della stabilità di governo. In fondo quale partito ha interesse a perdere il controllo sugli eletti e rafforzare quest’ultimi sui territori?


