C’è una linea, sostiene Laboratorio Civico di rende, che separa l’interesse pubblico dalla convenienza privata. Ed è proprio quella linea che, secondo il movimento, sarebbe stata superata con il progetto “Smart City Life”, presentato dall’amministrazione come risposta innovativa al fabbisogno abitativo degli studenti ma considerato, nei fatti, “l’ennesima operazione di trasformazione urbana piegata a logiche speculative”.

La critica è netta e investe innanzitutto la coerenza politica. “Per mesi abbiamo ascoltato questa amministrazione ergersi a paladina del principio del consumo di suolo zero – si legge nella nota – ma oggi scopriamo che quel principio non era una visione, bensì un orpello retorico, utile alla propaganda e facilmente aggirabile quando si tratta di autorizzare interventi economicamente appetibili”.

Il punto, secondo Laboratorio Civico, non è solo urbanistico ma sostanziale. Le aree interessate dal progetto erano infatti destinate a servizi pubblici. “Una previsione chiara, precisa, che indicava una funzione collettiva, non orientata al profitto. Trasformarle in residenze a mercato e spazi commerciali significa cambiare la natura stessa di quei suoli, tradendo lo spirito della pianificazione originaria”.

Da qui l’accusa più dura: “Non è consumo di suolo zero, è consumo di città pubblica”. Una formula che sintetizza la critica politica: non si sottrae terreno agricolo, ma si riconverte ciò che era destinato alla collettività in funzione della rendita immobiliare.

Il movimento non nega il problema abitativo legato alla presenza universitaria. “Nessuno mette in discussione il fabbisogno degli studenti – si legge ancora – ma proprio per questo il tema non può essere lasciato nelle mani del mercato senza regole”. Il rischio, evidenziano, è quello già visto in molte città italiane: “Aumento dei prezzi, esclusione sociale, polarizzazione”.

Un rischio che a Rende, secondo la denuncia, sarebbe già in atto. “In città stanno sorgendo numerosi altri palazzi, con costi al metro quadro paragonabili, se non superiori, a quelli di grandi metropoli come Milano”. Un’anomalia per un contesto locale che potrebbe generare “una bolla immobiliare”, con edifici nuovi ma “destinati a restare in larga parte vuoti perché fuori dalla portata reale della domanda”.

La prospettiva delineata è quella di una città universitaria sempre più selettiva. “Studentati di fascia alta, accessibili solo a chi può permettersi canoni elevati, mentre una larga parte della popolazione studentesca sarà spinta ai margini”. Una dinamica che, secondo Laboratorio Civico, rischia di trasformare Rende in “una città divisa tra chi può pagare e chi resta fuori”.

Accanto al tema economico, emerge anche quello della pressione urbanistica. “La cementificazione non si misura solo in metri quadri di suolo nuovo, ma anche nella densità e nella qualità degli interventi”. Il timore è quello di un “aumento della volumetria e della pressione edilizia” in un territorio già fragile.

Infine, la questione del metodo. “Decisioni strategiche che ridisegnano interi pezzi di città vengono assunte senza un reale confronto pubblico”. Un’accusa che richiama la mancanza di trasparenza e partecipazione nelle scelte urbanistiche.

La conclusione è politica e senza sfumature: “Questa non è innovazione urbana, non è visione. È una scelta che privilegia la rendita rispetto al diritto alla città”.

Da qui l’invito finale: “Se davvero si vuole affrontare il tema dell’abitare studentesco, lo si faccia con strumenti pubblici, con politiche di calmierazione dei prezzi, con un’idea di servizio e non di profitto. Altrimenti si abbia almeno il coraggio di chiamare le cose con il loro nome”.