Presentata sabato in sala consiliare l'associazione di promozione sociale che si costituirà formalmente venerdì. In programma sportello psicologico e legale, incontri nelle scuole, laboratori di lingua dei segni, alfabetizzazione digitale, un gruppo di lettura. Il sindaco Napoli: «Avete dimostrato di avere coraggio»
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Un tulipano non combatte per essere diverso da una rosa: nel giardino c'è posto per ogni fiore. Con questa immagine, presa in prestito da Marianne Williamson, la presidente Maria Ambriani ha chiuso sabato 7 novembre, nella sala consiliare di Marano Marchesato, la presentazione di «Voci di Donne», associazione di promozione sociale che sette socie fondatrici costituiranno formalmente davanti al notaio venerdì prossimo. La sala era piena, con l'amministrazione comunale presente quasi al completo, il sindaco Agostino Napoli in prima fila.
L'idea nasce da un'esperienza precedente: uno spazio femminista frequentato anni fa dalla presidente e da alcune delle socie, che ha lasciato, come ha detto una di loro, «un lutto» quando si è chiuso. «La coscienza individuale può e deve diventare coscienza collettiva», ha detto Ambriani, che ha scelto di non leggere e di tenere un discorso breve «perché stasera abbiamo tante voci di donne da ascoltare e ognuna merita il suo spazio». Il programma, rimandato allo statuto, prevede laboratori aperti a ogni forma di espressione, uno sportello di ascolto psicologico e di consulenza legale, eventi di formazione e sensibilizzazione rivolti soprattutto alle nuove generazioni. «Stasera presentiamo la nostra associazione, ma in realtà vorremmo costruirla insieme a tutte voi e a tutti voi».
La vicepresidente Michela Capizzano l'ha definita «una porta aperta, un luogo di ascolto, confronto e condivisione di idee, dove denunciare ciò che non va e costruire soluzioni concrete per la nostra comunità». La tesoriera, Benedetta Scornavacca, ha vent'anni ed è la più giovane delle fondatrici. Il suo intervento è stato il più concreto della serata: incontri nelle scuole su stereotipi di genere, relazioni sane e linguaggio; laboratori di lingua dei segni, «perché l'inclusione non deve essere solo un principio in cui credere»; corsi di alfabetizzazione digitale per donne di età diverse; un gruppo di lettura; e il recupero della cucina della tradizione come occasione per far sedere allo stesso tavolo donne di generazioni diverse. «Non dobbiamo aspettare di avere più esperienza, più anni o più certezze per iniziare a fare qualcosa in cui crediamo. Non so quanto crescerà Voci di Donne nel tempo, ma so da dove voglio partire: dall'ascolto».
I saluti dell'amministrazione li ha portati la consigliera Maddalena Molinaro, delegata a cultura, spettacolo e associazionismo, partita dalle sei donne elette governatrici negli Stati Uniti pochi giorni fa per tornare in Calabria: Caterina Tufarelli Palumbo, sindaca di San Sosti a ventiquattro anni nel 1946, una delle prime d'Italia; la contadina Giuditta Levato, uccisa nello stesso anno mentre difendeva il diritto alla terra; la giornalista e scrittrice Adele Cambria; e Paolina Ritacco, la maestra cosentina che nel 1905, sul giornale «Il Lavoro», scriveva del voto alle donne quarant'anni prima che arrivasse, e che Molinaro porterà in scena il prossimo anno. Con in mano «Una donna» di Sibilla Aleramo, uscito centovent'anni fa, la consigliera ha rovesciato il titolo: «Cosa succede quando quella donna non è più sola? Succede che una voce diventa un coro». E ha aggiunto un'avvertenza: «Un'associazione di sole donne non deve essere un'associazione che parla soltanto alle donne. Deve saper parlare a tutti: agli uomini, ai giovani, agli anziani, alle famiglie».
Due gli interventi di merito. L'assistente sociale specialista Antonella Adilardi, libera professionista dopo quindici anni nel terzo settore, prima educatrice e poi assistente sociale in una casa famiglia per minori, ha raccontato il mestiere a partire da «Brava» di Mina e ha portato un dato che pesa: in Calabria ha conosciuto assistenti sociali incaricate dai Comuni come consulenti «con orari di 36 ore settimanali e compensi di 400 euro al mese». «Non possiamo parlare di autonomia professionale quando il lavoro autonomo diventa uno strumento per coprire precarietà e sfruttamento». La chiusura ha corretto la canzone: «Non più io sono brava, ma siamo brave, siamo competenti, e possiamo farcela insieme».
La psicologa e psicoterapeuta Mariagrazia Martire ha costruito l'intervento sui tre verbi del manifesto dell'associazione, ascoltare, conoscere, cambiare, e ha messo in guardia le fondatrici: «È un'avventura coraggiosissima, perché il femminismo va di moda ma prenderete un sacco di mazzate, e le prenderete anche dalle donne, perché il patriarcato lo abbiamo introiettato anche noi». Il femminismo di cui ha parlato è quello intersezionale, «antiabilista, ambientalista, antirazzista, decoloniale, anticapitalista, antifascista». Alla domanda se basti essere donne per essere femministe ha risposto: «Non basta, ma è necessario». E agli uomini che chiedono se possono esserlo anche loro: «Non fate il nostro, fate il vostro. Il patriarcato ha fatto danni anche a voi».
Poi le letture delle socie, ciascuna con una frase scelta: Eleanor Roosevelt, Oriana Fallaci (letta dall'assessora Ida Guido: «La libertà non è un regalo, è un dovere, è una conquista»), Virginia Woolf con la stanza tutta per sé, Coco Chanel, Chimamanda Ngozi Adichie, Simone de Beauvoir e Michela Murgia: «Davanti a un'ingiustizia non esiste la neutralità: o la combatti o la sostieni».
Il sindaco Agostino Napoli, uno dei due uomini a prendere la parola, ha confermato la disponibilità dell'amministrazione: «Avete dimostrato di avere coraggio in questa nuova avventura». La quota associativa è di 15 euro l'anno; le prime tessere sono state sottoscritte in sala, prima del rinfresco.

