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Pino Gentile diffamato, parla Occhiuto: «Scrissi quel post perché arrabbiato»

Pino Gentile diffamato, parla Occhiuto: «Scrissi quel post perché arrabbiato»

Il sindaco di Cosenza è imputato nel processo per diffamazione a seguito della denuncia sporta dall’attuale vicepresidente del Consiglio regionale. Oggi il primo cittadino in aula ha dichiarato che le sue esternazioni, quando parlava della famiglia Gentile, erano indirizzate a «Tonino, Katya e Pino». Nel 2017 requisitoria del pm e sentenza del giudice Claudia Pingitore.

«Quel post l’ho scritto in uno stato di ira, perché venni a conoscenza da un consigliere che avrebbe voluto appoggiare la mia candidatura a presidente della Provincia di Cosenza, che la famiglia Gentile stava facendo pressioni su di lui affinché ritirasse la sua firma». Pensieri e parole del sindaco di Cosenza Mario Occhiuto che, ieri mattina, accompagnato dalla scorta e dal capo della sua segretaria Vincenzo Cirò e dal dirigente Giovanni De Rose ha testimoniato in aula nel processo in cui è imputato per diffamazione ai danni di Pino Gentile, attuale vicepresidente del Consiglio regionale ed esponente di primo piano del Nuovo Centrodestra insieme al fratello Antonio, coordinatore regionale del partito fondato da ministro dell’Interno Angelino Alfano.

Occhiuto è stato sentito dal pubblico ministero Donatella Donato davanti al giudice Claudia Pingitore e subito dopo ha risposto alle domande dell’avvocato Guido Siciliano, costituitosi parte civile per conto di Pino Gentile, e infine del suo legale di fiducia Nicola Carratelli che ha concluso l’esame dell’imputato. Il processo è stato rinviato nel 2017 quando l’ufficio di procura diretto dal procuratore capo Mario Spagnuolo formulerà la sua richiesta in sede di requisitoria.

Il sindaco di Cosenza ha detto dunque che la frase scritta sul social network più famoso del mondo «“i consiglieri non possono essere trattati come pedine da spostare da una parte all’altra mortificando la propria dignità di persone e di amministratori. Bisogna opporsi ai sistemi di pressione mafiosa, se si vuole il bene della Calabria si deve avere il coraggio politico di rifiutare per le elezioni regionali i voti della mafia e di Gentile”» fu dettata da un momento di rabbia perché non condivideva che qualcuno potesse usare «quei metodi mafiosi che confermo nella sostanza» per obbligare una persona a non appoggiarla altrimenti sarebbero stati revocati dei finanziamenti destinati ad alcuni sindaci del Cosentino.

L’avvocato Guido Siciliano ha chiesto a chi si riferisse dei Gentile e il sindaco ha spiegato che le sue esternazioni erano indirizzate a «Tonino, Katya e Pino Gentile». Poi, rispondendo sempre all’avvocato di parte civile, ha aggiunto che «nel periodo in cui ero alleato dei Gentile non mi sono mai accorto di questi modi di fare che a me non piacciono, perché se avessi notato qualcosa di anomalo avrei denunciato tutto». Al suo avvocato di fiducia, il legale Nicola Carratelli, Occhiuto ha ribadito che il suo intento era quello di denunciare quello stato delle cose secondo quanto riferitogli dalle persone che lo chiamavano per dirgli che ritiravano la firma ma che lo avrebbero votato nel segreto dell’urna. «In effetti fui eletto presidente della Provincia di Cosenza».

Pino Gentile, sentito nell’udienza precedente, disse al giudice che «mi sono rivolto alla giustizia perché non mi piace l’accostamento alla mafia. Se io sono mafioso, Occhiuto è molto più mafioso di me perché è stato eletto sindaco con i miei voti e questo è stato il più grande errore politico che ho fatto».

L’udienza di oggi, tuttavia, si è conclusa con le testimonianze di De Rose e Cirò. Il primo ha dichiarato di essere a conoscenza che un sindaco del Cosentino ritirò forzatamente e quasi «piangendo» quella firma, mentre Cirò ha detto che «il sindaco Occhiuto era molto arrabbiato per quanto stava avvenendo e so che scrisse un post su Facebook». (a. a.)

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