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I verbali di Daniele Lamanna: «Dovevamo assaltare i furgoni portavalori, altro che droga ed estorsioni…»

I verbali di Daniele Lamanna: «Dovevamo assaltare i furgoni portavalori, altro che droga ed estorsioni…»

Le dichiarazioni di Daniele Lamanna finora sono state utili per la pubblica accusa, in alcune inchieste antimafia che sono state portate avanti dalla Dda di Catanzaro. A cominciare dall’indagine sul clan Muto di Cetraro, passando per il presunto voto di scambio a Castrolibero, fino agli arresti di Francesco Patitucci e Roberto Porcaro per il delitto di Luca Bruni. 

L’esecutore materiale dell’omicidio dell’ultimo boss dei “Bella bella” di Cosenza, ai magistrati Pierpaolo Bruni, Vincenzo Luberto e Andrea Mancuso ha raccontato gli episodi criminali che riguardavano direttamente la presunta cosca Rango-zingari, riconosciuta come tale sia dal gup Distrettuale Tiziana Macrì sia dal tribunale collegiale di Cosenza.

Ha spiegato alla Dda di Catanzaro i motivi per i quali nel 2014 aveva deciso di uscire dalla scena criminale, allontanandosi dal gruppo che aveva contribuito a costituire all’epoca dell’alleanza tra i Bruni e gli “zingari” di via Popilia e ha fatto una netta distinzione tra il suo essere mafioso, in qualità di “italiano”, e i comportamenti assunti da Rango e soci che quasi sempre, a detta sua, non condivideva.

Quando fu arrestato dalla Squadra Mobile di Cosenza pare abbia detto che l’arma che portava con sé serviva per difendersi da eventuali ritorsioni dai suoi “ex” amici, e che nei mesi precedenti all’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare “Nuova Famiglia” si era recato in Toscana per stare lontano dal gruppo che in quel momento era guidato da Maurizio Rango, vista la carcerazione di Franco Bruzzese.

Ha chiarito, inoltre, l’estorsione consumata ai danni di una pizzeria che si trovava a pochi metri dalla sua nuova abitazione. E ha dichiarato che in realtà il primo tentativo di richiesta del “pizzo” non era andato buon fine, rivelando un retroscena abbastanza curioso, ovvero che il titolare del locale, vittima poi di un’altra tentata estorsione che vi abbiamo raccontato nei giorni scorsi, ricevendo Mario Perri, che «non era un nostro sodale, ma era un ragazzo a disposizione dell’organizzazione», mandò i saluti agli “amici” che a loro volta gli avevano chiesto un “regalo”. Soldi che in quella occasione furono negati.

«Chiesi a Perri se conoscesse il soggetto senza ricorrere alle solite intimidazioni, danneggiamenti etc…». Perri così avrebbe detto: «Ti mando a dire gli amici se gli fai un regalo» e avendo la risposta dei «saluti». «Questa risposta – dice Lamanna – suscitò una certa ilarità da parte mia. Dico: “Pensa tu che paura che gli hai fatto”. Insomma no? Perché una risposta del genere. “O praticamente è stata la tua presenza oppure effettivamente paga a qualcun altro, è coperto in qualche altro modo”. Quindi stop qui. Non è vero che ci sono state frasi: “Mettiti a posto”». Un anno dopo, Lamanna coinvolge Pasquale Bruni. «Io ero disperato per quanto riguardava i parcheggi sotto casa, in pratica pagando il condominio non riuscivo a parcheggiare», ma il pentito aggiunge che non era sua intenzione chiedere «la tangente, non ci pensavo proprio».

Prima di chiamare Bruni, Lamanna ne parla con Adolfo Foggetti al quale avrebbe detto di prendere «tre magnum», ovvero i fuochi di artificio, pensando «di metterlo sotto una macchina vicino là», a cinquanta metri di distanza dove vi era un meccanico che lasciava fuori le auto «semidistrutte». Il “biondo”, dal canto suo, avrebbe replicato così: «”No, c’è troppa gente, rischio che mi vedano”». Entra Pasquale Bruni che «abitava nelle vicinanze. “Lo puoi fare?” Mi guarda e si mette a ridere: “Non ti preoccupare che ci penso io” ma non mi spiega». Il pm Bruni, quindi, chiede: «Lui invece va e spara?». E Lamanna risponde: «Lui va, va e… tarda sera, erano». Ma in realtà il pentito avrebbe redarguito il soggetto che non tenne conto del fatto che la pizzeria era molto frequentata e avrebbe potuto assassinare qualcuno, addirittura i suoi familiari che spesso andavano lì a prendere le pizze da asporto.

L’estorsione si consuma, spiega il collaboratore di giustizia, quando un parente del titolare avrebbe avuto un incontro con Luciano Impieri, che si sarebbe dissociato lo stesso giorno di Lamanna durante la famosa riunione avvenuta nell’estate del 2014 in via Popilia. «Lo zio» del titolare «dice: “Dobbiamo risolvere questo fatto qui”» e «ed esce in pratica, nasce così l’estorsione». Glielo avrebbe riferito poi Impieri, ma Lamanna non conosce la somma di denaro ricevuta dal suo “vecchio” amico.

Quando Lamanna è chiamato a parlare della nascita dell’alleanza tra i Bruni e gli “italiani”, è inevitabile che i suoi racconti finiscano nel descrivere anche le conoscenze con il gruppo guidato da Ettore Lanzino, e il modo con cui ha conosciuto Francesco Patitucci. Fu «invitato da lui a cena in un ristorante» di San Lucido dopo essere uscito dal carcere.

Il rapporto tra i Bruni e gli “italiani” è stato sempre travagliato e insanguinato da delitti eccellenti che hanno caratterizzato la storia criminale della ‘ndrangheta cosentina. La pax mafiosa viene stretta, quando ognuno «si piange i suoi morti e si addebita gli omicidi eseguiti», facendo prevalere gli affari: estorsione, usura, traffico di droga e rapine. Poi arriva la rottura.

Il suo allontanamento dal gruppo viene definito «morale», ma anche «fisico», dal momento che il pentito temeva per la sua incolumità. Infatti, a fine novembre del 2014 scatta il blitz “Nuova Famiglia”, ma in realtà Lamanna era sparito da un po’. «E’ normale, è normale.. Perché una volta che io ti vengo a dire.. a parte il fatto, questo è un motivo, la mancanza delle macchine, cioè tu sai che io non riesco a vivere perché non te ne chiedo soldi, perché la mia dignità è quella… cioè dovresti essere tu a dirmi: “Ma ti servono soldi?”. No che metti tutto quanto in tasca tu e chi…», riferendosi a Maurizio Rango.

I componenti della presunta cosca avrebbero preso per pazzo Daniele Lamanna. E disse: «”Vi do pure le chiavi di casa perché qua non ci voglio abitare, cioè proprio in via Popilia non ci voglio stare”». Le dichiarazioni di Lamanna, a questo punto, si mutuano in sfogo personale: «Un furgone, un furgone ci serviva, dopodiché noi con queste persone qua.. né droga, né estorsioni, né cose, né quello, né quell’altro. Noi i furgoni portavalori dovevamo fare». (Antonio Alizzi)

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