Approfondimenti

Giorgio Ottavio Barbieri, un'assoluzione lunga oltre due anni e mezzo

Giorgio Ottavio Barbieri, un’assoluzione lunga oltre due anni e mezzo. Già nel gennaio del 2017 era tutto chiaro. Tranne per i magistrati.

Lo diciamo subito a scanso di equivoci. Giorgio Ottavio Barbieri non è un buon imprenditore. Ha voluto fare il passo più lungo della gamba, non aveva la possibilità di costruire tutte quelle opere pubbliche che si era messo in testa di fare in provincia di Cosenza e, senza alcun dubbio, si è circondato di persone che invece di aiutarlo, lo hanno buttato nella fossa. Detto ciò, Giorgio Ottavio Barbieri non è un mafioso. Non poteva esserlo. Era già scritto nel decreto di fermo del 19 gennaio del 2017, quando si evinceva che il costruttore romano, cosentino d’origine, avesse subito un’intimidazione sul cantiere di Scalea dal clan di Cetraro guidato da Luigi Muto. E non solo. Era costretto a pagare i bodyguard a un prezzo superiore rispetto al mercato e v’è di più. Doveva difendersi a destra e a manca per non pagare il “pizzo” per la realizzazione di piazza Bilotti a Cosenza.

Cassazione inascoltata…

Uno che era vittima di ciò, poteva mai essere accusato di associazione mafiosa, con l’aggravante di essere considerato finanziatore del clan Muto di Cetraro? Cosenza Channel lo aveva scritto il 21 gennaio 2017 (l’approfondimento), mentre la Cassazione lo ha ribadito più volte quando la Dda di Catanzaro ha insistito nel volerlo arrestare. Tutti ricorsi bocciati con una precisa indicazione: Barbieri era vittima dei Muto. Una ricostruzione che era nelle carte, non solo del processo “Frontiera”, ma soprattutto in quelle di “Lande desolate”. Il nostro portale, in esclusiva, aveva riportato la notizia dell’assunto accusatorio formulato dalla Finanza che inquadrava Barbieri quale soggetto “estorto” dal clan Muto. Questo avveniva prima ancora che i Ros e i finanzieri pedinassero Massimo Longo nei suoi viaggi in quel di Cetraro.

Quel “vecchio” non è mai esistito

Le indagini su Giorgio Ottavio Barbieri sono “forzate”. Se parliamo di mafia, questa accusa non regge. Era chiaro da oltre due anni e mezzo e oggi il tribunale collegiale di Paola ha sancito, e cristallizzato, una situazione già nota agli addetti ai lavori dopo aver letto migliaia di atti. Va dato merito agli avvocati Nicola Rendace e Marco Facciolla di aver avuto pazienza e di aver creduto nell’innocenza del loro assistito. Il processo ha confermato le loro convinzioni, così come ha evidenziato una volta per tutte che quel “Vecchio”, citato dalla pubblica accusa nelle indagini e nel corso della requisitoria e presente nelle trascrizioni delle intercettazioni fatte da vari consulenti di parte, in realtà non esisteva. Quel “vecchio” a cui dare i soldi non era Franco Muto.

Giorgio Ottavio Barbieri è stato dipinto in tutti i modi possibili. Chi era contrario al sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, lo accusava di aver realizzato un parcheggio “mafioso”. Anche questa “leggenda” va in archivio. Nessuno è stato condannato per la tentata estorsione di piazza Bilotti, nessuno può sostenere oggi che l’imprenditore sia il referente economico del clan di Cetraro. Semmai era una vittima. (Antonio Alizzi)

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Antonio Alizzi

Giornalista professionista dal 13 giugno del 2012. Dal 2002 al 2006 ho lavorato con "La Provincia Cosentina", curando le pagine del calcio dilettantistico. Nel 2006 passo al quotidiano regionale "Calabria Ora", successivamente "L'Ora della Calabria", in servizio presso la redazione sportiva. Mi sono occupato del Cosenza calcio e delle notizie di calciomercato. Nel 2014, inizio l'avventura professionale con il quotidiano nazionale "Cronache del Garantista", scrivendo per la cronaca giudiziaria nel Distretto di Catanzaro. Ora collaboro con Cosenza Channel e due riviste nazionali.

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