Tutte 728×90
Tutte 728×90

ESCLUSIVO | Quando (per chi lo accusa) Barbieri era vittima dei clan

ESCLUSIVO | Quando (per chi lo accusa) Barbieri era vittima dei clan

L’inchiesta che ricostruisce le attività investigative nei confronti di Giorgio Ottavio Barbieri, imprenditore nel mirino della Dda di Catanzaro.

C’è una data che lega le ultime inchieste della Dda di Catanzaro sui rapporti tra l’imprenditore Barbieri e il clan Muto e sugli interessi di altri costruttori, ritenuti vicini alle cosche cosentine, sulla realizzazione di piazza Bilotti. Tutto inizia il 21 settembre 2015.

Non è un caso, infatti, che le operazioni contro Barbieri, Muto e in ultimo il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, siano convenzionalmente denominate “Cinque Lustri-Lande Desolate I” e “Cinque Lustri-Lande Desolate II”. Le due indagini sono unite e viaggiano di pari passo anche se in contesti diversi, ma che ci sia dietro qualcosa di illecito porta la Guardia di Finanza a monitorare ciò che succede sin dal giorno in cui Barbieri si aggiudica l’appalto per la grande opera pubblica di Cosenza sino al momento in cui la procura di Cosenza archivia il procedimento penale, non ravvisando alcuna ipotesi di reato nella costruzione dell’ex piazza Fera. Questo è solo l’aperitivo di una storia giudiziaria che, leggendo le carte, deve ancora scrivere altri capitoli. 

Giorgio Ottavio Barbieri al centro di tutto

Nel settembre del 2015, la Guardia di Finanza di Cosenza sollecita gli inquirenti a mettere sotto controllo undici numeri telefonici intestati, tra gli altri, a Giorgio Ottavio Barbieri, Francesco Tucci e Gianluca Guarnaccia, mentre chiede di attivare un ambientale nei confronti di un imprenditore che, da quanto risulta alle Fiamme Gialle, lavora sia a Cosenza sia a Rende. Nella lista, inoltre, ci sono anche altri costruttori. 

ESCLUSIVO | Quando (per chi lo accusa) Barbieri era vittima dei clan
L’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri

Il teorema accusatorio, oltre a cercare di capire quali siano i contatti di Barbieri, si concentra per pochi mesi sul fatto che alcuni subappaltatori siano in realtà imprese vicine ai clan di Cosenza. Un indizio che scuote gli uffici giudiziari di Catanzaro al punto che si indaga a 360° e nel mirino finiscono i vertici di Palazzo dei Bruzi. Il risultato finale, però, non dimostra ciò che si pensava e quindi il primo filone d’inchiesta viene accantonato e si prosegue su Barbieri.

Da questo momento, fino al giorno del decreto di fermo firmato dal procuratore capo Nicola Gratteri che avviene nel gennaio del 2017, nei radar della Guardia di Finanza entra il clan Muto di Cetraro e il braccio destro di Barbieri, Massimo Longo.

Dalle intercettazioni alle foto

Il primo passo che compiono gli investigatori è quello di intercettare i telefoni di Barbieri e Longo. Sono frequenti e ambigui, riferiscono gli inquirenti, i contatti tra il gestore del centro scommesse, Massimo Longo, e alcuni dipendenti dell’Eurofish di Cetraro, società una volta intestata alla famiglia Muto e in quel periodo gestita da tre amministratori giudiziari. C’è un movimento di denaro molto sospetto, tanto che i finanzieri si appostano nei pressi dei cancelli dell’azienda che commercializza il pesce fresco e fotografa tutti i movimenti, tra i quali l’ingresso e l’uscita sia di Longo sia di Franco Muto. E si posizionano anche davanti alla sala scommesse, scrutando ogni momento: dalle visite di Piromallo a quelle di Giorgio Morabito.

Cosa sostengono i magistrati nel processo “Cinque Lustri”

I magistrati ritengono che Barbieri sia referente del clan di Cetraro. Cercano conferme a sostegno del loro intuito investigativo e captano un’intercettazione nel corso della quale emergerebbe che il clan Lanzino di Cosenza avrebbe tentato di estorcere denaro a Barbieri per i lavori di piazza Bilotti. L’altro elemento chiave è una mail inviata da Longo a Barbieri che quel giorno si trovava in Paraguay. Il braccio destro del costruttore di origini romane pochi minuti prima, scrivono i finanzieri, aveva ricevuto la visita di un esponente del clan Lanzino.

ESCLUSIVO | Quando (per chi lo accusa) Barbieri era vittima dei clan
La Guardia di Finanza

Il tentativo di estorsione non va a buon fine, aggiungono i finanzieri, perché il figlio di Muto, Luigi, spiega ai cosentini che l’imprenditore è un «amico» di famiglia e non può essere toccato. E di questa storia ne parlano diversi pentiti, ad esempio Adolfo Foggetti, Daniele Lamanna e Luciano Impieri, i quali non forniscono elementi forti tali a rendere prorompente l’accusa nei confronti di Giuseppe Caputo e Mario Piromallo, indagati per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Vengono fermati, poi scarcerati e definitivamente rimessi in libertà dal Riesame di Catanzaro per mancanza dei gravi indizi di colpevolezza. Così la Dda di Catanzaro sospende l’azione penale nei loro confronti. 

Barbieri prima vittima e poi associato?

Le indagini rivelano che «nei primi giorni di ogni di ogni mese, Massimo Longo è solito recarsi in Cetraro per incontrarsi con il noto pregiudicato Francesco Muto (da Longo appellato anche con lo pseudonimo de “il ragioniere”) oppure con un suo luogotenente». E secondo la Finanza sarebbe Longo la persona delegata da Barbieri per intrattenere i rapporti con i Muto. Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali emerge che «Massimo Longo riferiva a Giorgio Barbieri di avere avuto una richiesta estorsiva proveniente dal clan Muto per il cantiere dell’aeroporto di Scalea (in cui il Gruppo Barbieri è impegnato nei lavori di costruzione dell’aviosuperficie), nella misura di 10-15.000 euro».

ESCLUSIVO | Quando (per chi lo accusa) Barbieri era vittima dei clan
aula di tribunale

Dalla medesima conversazione «si evinceva che il gruppo Barbieri sta già subendo da Franco Muto una richiesta estorsiva per i lavori in corso a Lorica, cioè quelli relativi all’ammodernamento degli impianti sciistici della Sila cosentina, nella misura di 70-80mila euro. I passaggi di denaro dal gruppo Barbieri al clan Muto avvengono per contanti e sono giustificati contabilmente attraverso compensazioni infragruppo».

In questa fase investigativa, dunque, le Fiamme Gialle approfondiscono la pista che lega Barbieri a Cetraro e scoprono, in corso d’opera, ciò che avviene alla Regione Calabria per gli appalti pubblici di Scalea e Lorica, collegando l’operato del Governatore Oliverio a quello dei dirigenti regionali, nonché alle richieste di Barbieri e ai suoi contatti con la politica regionale.

L’annotazione di polizia giudiziaria

Ma tornando indietro, quello che colpisce è sicuramente il fatto che chi oggi accusa l’imprenditore Barbieri di essere referente del clan Muto, e di agevolarne la disponibilità finanziaria con investimenti nei grandi appalti pubblici, il 16 settembre del 2015 annotava in riferimento ai contatti tra Longo e i dipendenti dell’Eurofish di iscrivere nel registro degli indagati «Francesco Muto, per il reato di cui agli artt. 629 c.p. 56 c.p., aggravato dall’art. 7 L. 152/91, in relazione alle pretese estorsive avanzate da Francesco Muto nei confronti di Giorgio Ottavio Barbieri sulle attività imprenditoriali svolte da quest’ultimo nella provincia di Cosenza, nelle località di Scalea e Lorica». E a Scalea fu messa una bottiglia incendiaria a scopo estorsivo.

ESCLUSIVO | Quando (per chi lo accusa) Barbieri era vittima dei clan
La Cassazione

Ciò conferma quanto sostenuto dalla Cassazione nei ricorsi presentati dalla Dda per il processo “Frontiera” e ciò che ha deciso di recente il Riesame di Catanzaro nel processo “Lande desolate”, ovvero che Barbieri non è associato di alcun clan cosentino, semmai è vittima degli stessi. 

Cosa diversa, invece, per i suoi rapporti con le cosche reggine. Ma questa è un’altra storia che tratteremo nei prossimi giorni. (Antonio Alizzi)

Related posts

error: Contenuto Protetto Da Copyright Cosenzachannel.it