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Cosa vogliamo dal sindaco di Cosenza

Sei punti, sei richieste al futuro sindaco di Cosenza. Sei elementi che sono riflessioni di cittadinanza, il punto di vista di chi ama la sua terra e la sua gente.

Succede ogni volta e ogni volta appariamo stupircene: quando si vota, impazzano i candidati per la poltrona di sindaco e ancora di più è frenetica la caccia allo scranno di consigliere. Ci piace, in fondo. Prima di andare nell’urna ci divertiamo a vedere gli improponibili, eterni aficionados della carica o virgulti rampanti o catapultati. L’attimo dopo la conta dei risultati ci diverte dar fondo alla sempiterna classifica dei “trombati eccellenti” (e anche quando usiamo espressioni così colorite sono talvolta eufemismi rispetto a quanto davvero pensiamo).

Chi scrive non ha mai rinunciato e non lo farà nemmeno stavolta a farsi una sua idea, ad avere una propria preferenza, ma la scelta individuale è davvero secondaria rispetto a limiti e dinamiche che si vedono oggi nella città. In modo quasi schematico, ci azzardiamo a dare una lista di poche priorità (sei, non di più, ma serissime). Non si tratta peraltro di quel genere letterario delle ampollose “lettere aperte ai candidati”, ché vero titolo ha scriverne ne ha innanzitutto chi soffre i problemi o ha le competenze, gli unici galloni che servono. Sono piuttosto riflessioni di cittadinanza, il punto di vista di chi ama la sua terra e la sua gente. Chi vince dovrà farsene carico, chi vuole voti e consensi dovrà trovar di metterle nella sua agenda. Enumeriamo: 

  • 1) non serve un sindaco di quartiere, abbiamo bisogno di un sindaco TRA i quartieri. Negli ultimi vent’anni sindaci e aspiranti tali si sono spesso innamorati dei quartieri lo spazio di un minuto: hanno fatto la ola alle mille ferite del centro storico, sbarazzandosene l’attimo dopo. O hanno inseguito la gentrificazione urbanistica un tanto al chilo, creando nicchie e vetrine senza un respiro collettivo. Se ci si passa la semplificazione, vorremmo un sindaco che sappia se manca l’acqua ai Lotti o se il traffico è bloccato a Viale Magna Graecia o a Pasquale Rossi. Vogliamo sappia non dove avvengono i crolli, ma dove va fatta la manutenzione o la segnaletica per non far crollare nulla; 
  • 2) deve esserci un sindaco che non si abbarbichi tronfio a piazza dei Bruzi, ma che sappia essere parte anche dei temi politici che tutelano l’immagine di una città e il suo vissuto sul piano nazionale. Un sindaco che possa essere ascoltato sempre: non la pacca sulle spalle dopo una calamità naturale o la foto ricordo dopo un invito in Ministero. Serve coordinazione permanente. È uno dei dossier più tipici della storia amministrativa calabrese (e forse meridionale tutta): di quanto arriva dei finanziamenti statali troppo si sperde; di quanto si potrebbe concorrere sul piano europeo nemmeno si sa, si sa e non si partecipa, si sa ma non si sa partecipare; 
  • 3) il sindaco e soprattutto l’aspirante sindaco nella nostra fenomenologia sono sovente impegnati in defatiganti tavole rotonde che frequentano con saltuaria benevolenza, fumose riunioni alluvionali dove le sigle associative sono a momenti più delle persone in carne ed ossa. Ecco, la partecipazione dei cittadini al procedimento non è una chiacchierata al bar, un comizio al megafono o una promessa strappata davanti a una telecamera: quando va fatta, la prevedono gli istituti e le norme; 
  • 4) troppe barriere architettoniche nella nostra città. Troppe davvero e si suda sangue a farlo sentire, a trasformarlo in un tema politico. Abbiamo una concezione un po’ orrifica e aberrante della diversa abilità, come se guardasse il freak, lo storpio particolare, ad effetto. Beh, se lo pensiamo siamo a esser gentili dei lazzaroni. Le barriere architettoniche comprimono gli spazi vitali di migliaia tra anziani, malati, persone a ridotta mobilità e minori. Eppure vivono, esistono e finanche molti votano. Non meritano una città che dia anche loro uno straccio di decoro e dignità?
  • 5) serve un sindaco che premi le intelligenze e le qualità del territorio. Il precariato diffuso sui beni culturali, sulle scienze sociali, sulla cura alla persona, sulle specializzazioni accademiche e non accademiche è la fotografia di almeno due generazioni sequestrate. Forse una buona realtà comunale dovrebbe un po’ adoperarsi a “liberare gli ostaggi”; 
  • 6) la sfida del futuro, della qualità della vita come condizione e come stile, è anche quella di mettere in soffitta (o sarebbe meglio dire: al macero!) i panni dell’insulto, della protervia, della denigrazione e della violenza verbale. Per carità, pochi forse sono abilitati a rilasciare master in ecumenismo o garantismo, ma sembra fondamentale che si parli e possa parlare con serenità. Che ci sia una città che affronta con concretezza e con cooperazione i suoi problemi di sicurezza, senza le cacce alle streghe contro le solite, prevedibili, categorie, senza i toni irrealistici sui giornali, senza promettere vendette e vetriolo, ma più onestamente soluzioni di inclusione sociale. Le cose fatte bene contano più di sfratti, ruspe, blitz, intemerate e scomuniche. 

Servirebbe un sindaco insomma che riesca a valorizzare ciò che iniquità e diseguaglianze fanno morire sotto cenere: dalla condizione di genere nei contesti domestici e lavorativi a un minimo sindacale di salvaguardia paesaggistica, ambientale, artistica, passando per la necessità che Cosenza sappia raccogliere il filo di tutte le esperienze e migrazioni che legano alla sua storia sociale, alla sua geografia mediterranea, al suo futuro possibile. Ne abbiamo candidati così? Chi c’è batta un colpo. 

Domenico Bilotti

Domenico Bilotti, docente di "Diritto delle Religioni" e "Storia delle religioni" presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro. Ha svolto attività di ricerca e di studio in atenei americani ed europei. Ha pubblicato volumi e saggi in materia di laicità dello Stato, tutela dei diritti umani, garantismo penale e diritto di famiglia.

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