Gianpietro Magliari è un giovane professionista calabrese che ha deciso di investire in agricoltura seguendo la propria famiglia. Inoltre è interessato al mondo delle imprese agricole dal punto di vista professionale. Con lui parliamo della crisi dell’agricoltura in seguito al vertiginoso aumento dei prezzi.

«Io ho deciso di investire in questo settore come giovane professionista agrotecnico, e come famiglia di agricoltori che coltivano patate in Sila dagli anni 70, credo fermamente che l’agricoltura insieme al turismo siano il volano della nostra economia Calabrese. Io ho studiato mi sono laureato sempre con il pensiero fisso che dovevo fare qualcosa per la nostra agricoltura, infatti ad onore di questo a oggi sommando i mie profili sono seguito da oltre a 40.000 agricoltori in tutta Italia nei mie profili parlo di innovazione sotto ogni aspetto in agricoltura, faccio formazione nei corsi IAP (Imprenditore agricolo professionista), parlo di bandi in agricoltura e di come affrontarli, perché oggi ahimè l’agricoltore si sente solo abbandonato al proprio destino e io nel mio piccolo cerco di stargli accanto».

Quanto sta pesando il caro prezzi? Quanto costa agli agricoltori calabresi?

Dobbiamo esseri sinceri: la formazione, l’innovazione e tutto ciò che dico possono fare poco contro le guerre che stanno facendo aumentare i prezzi del gasolio, dei fertilizzanti alle stelle. Agli agricoltori sta costando in alcuni casi fino al doppio rispetto a 7-8 mesi fa, il gasolio agricolo supera 1,70 a litro, significa che un trattore che usciva dall’azienda pochi mesi fa con il pieno ti costava 200/250 euro oggi ti costa 350/400 euro al giorno. Con il cambiamento climatico siamo arrivati a 12-14 giri di acqua rispetto ai 3-5 giri di 10 anni fa con il costo del gasolio triplicato e per non parlare degli altri costi fertilizzanti, ricambi, imballaggi, trasporti oggi un camion per fare arrivare una pedana dalla Sila a Milano ti costa 15-20 centesimi a kg qualche anno fa costava 6-10 centesimi a kg.

La protesta degli agricoltori sta diventando sempre più forte. Si rischia un blocco generalizzato. Io nel 2024 ho partecipato alle manifestazioni di tutta Italia e non credo più che una manifestazione possa cambiare le cose. È brutto da dire ma la penso cosi, attenzione non sto dicendo che non sia giusto manifestare ma non è il modo concreto per cambiare le cose, anche perché la partecipazione è bassa da parte di tutti gli attori della filiera, poiché gli imprenditori che io sento da tutta Italia mi dicono: “Mentre io manifesto gli altri vengono sotto casa a rubarmi il lavoro”. Le aziende devono comunque andare avanti, ci sono impegni finanziari, contrattuali e da mantenere, la Gdo (Grande distribuzione) se non consegni oggi ti dice domani te li tieni nel campo i tuoi prodotti, se non vendo non incasso e gli assegni vanno in protesto, se non pago i contributi, sono irregolare con il Durc nella Gdo non entro e nemmeno in alcuni mercati rionali del Nord. Qualcuno potrebbe pensare che chiudere significhi mettersi alle spalle i problemi: ma se chiudi da indebitato e domani vai a lavorare in un’azienda lo Stato o la banca ti pignorano lo stipendio.

Servono provvedimenti e misure di sostegno che gli agricoltori giudicano indispensabili. Cosa si chiede concretamente al Governo e alla Regione?

Al di là delle manifestazioni, gli agricoltori oggi chiedono più tutela contro la concorrenza sleale dei paesi extraeuropei, più controlli sulla filiera, maggiori aiuti per gli agricoltori attivi che vivono di solo agricoltura, rimborso diretto sui conti correnti dell’aumento sproporzionato dei costi del gasolio, finanziamenti agevolati a tasso zero per ristrutturazione del debito e per affrontare la crisi di liquidità con garanzia al 100% da parte dello stato, taglio dei contributi previdenziali dei dipendenti e degli Imprenditori agricoli del 100% da almeno gli ultimi 6 mesi fino a tutto il 2027. Se io oggi semino raccoglierò nel 2027 con i costi di oggi.

Perché l’aumento dei costi comporta tra le tante cose anche il taglio di liquidità.


Uno dei problemi più gravi è il divario tra quanto costa produrre e quanto viene pagato il prodotto agricolo. Sta capitando di vendere sottocosto?, quindi praticamente in perdita? Come si può sopravvivere in queste condizioni?

Oggi vediamo il grano a 20 centesimi e la pasta a 2 euro a kg, vendiamo le patate a 0,55-0,60 e il consumatore le paga a 1,50-1,80 a kg. Tutto si triplica, la speculazione fa da padrona: oggi la Gdo sa che lei ha il potere in mano, decide lei chi deve vivere e chi deve morire. Ormai il 90% delle famiglie fa la spesa alla Gdo dove trova, la carne, il pesce, la frutta, le scarpe, le pentole e i calzini all’interno della stessa struttura. La massaia va lì perché gli è arrivato il messaggio su whatsapp che oggi se spende 1 euro avrà due punti per accumularli per prendere la pentola a Natale, pentola che fra l’altro gli ha strapagato 10 volte. Loro lavorano ormai sulla psicologia umana e indirettamente l’agricoltore e la cooperativa prima di entrare a fornire il prodotto oltre alle certificazioni obbligatorie per legge gli deve fornire pure le analisi del sangue dell’agricoltore in campo.

Oggi al supermercato su 10 consumatori 3 guardano l’etichetta e 7 guardano il prezzo e quanti punti gli fa quel prodotto perché quello che si mangia a tavola in quei 4 muri tristi di un appartamento al quarto piano non si vede, ma la macchina parcheggiata sotto casa con un leasing da 700 euro al mese con uno stipendio da 1200 euro si vede.


Cosa puoi dire a un giovane che pensa di investire in agricoltura?

Oggi l’unico modo per investire in agricoltura è diversificare e innovarsi sia nella produzione e sia nelle commercializzazione. È impossibile pensare di strutturare un’azienda con la monocoltura e con metodi di coltivazioni obsoleti, i nostri suoli sono poco fertili, il clima è cambiato: o cambiamo metodo o si muore, le aziende oggi devono fare rete tra di loro, devono investire nel digitale, nella formazione, nella raccolta dati per efficientare le strategie in campo e nel bilancio, e non importa avere 1 o 100 ettari: l’importante è strutturarsi e creare filiere che diano valore a quello che facciamo. L’altra cosa importante che dico ai giovani: non aprite l’azienda perché c’è il bando o perché ve lo chiede vostro padre, il primo passo che si fa non è cercare il bando ma affrontare il ricambio generazionale in famiglia, non è possibile fare un’azienda nuova e ragionare con la testa dei genitori. Se l’azienda del padre ha un problema non lo risolvi aprendo una nuova partita iva ma va risolto alla radice e analizzando il problema senza puntare il dito ma facendo un’autocritica.

Nella nostra azienda vendiamo online un 10 % a consumatori finali e un 90% a rivenditori che ci trovano tramite i nostri social o sito web.

Oggi molti giovani agricoltori si presentano al mio studio in tutta Italia per fare una consulenza e tre su cinque pensano che il ricambio generazionale sia solo acquistare il trattore nuovo 4.0: attenzione, ci sta pure ma il trattore è un mezzo, non è statua da giardino.

Un’altra attenzione che si deve considerare è che oggi se fai un investimento lo devi proporzionare al millesimo alla tua azienda, non puoi più rischiare.


C’è ancora un futuro possibile per l’agricoltura tenendo conto dell’emergenza climatica e ora della grave crisi economica legata alle vicende internazionali?

Io credo profondamente che il futuro ci sia per la nostra agricoltura ma dobbiamo affrontarlo con consapevolezza che non solo il clima è cambiato ma anche il modo di fare impresa, dobbiamo puntare sulla qualità, sulla tutele delle filiera e anche sul fatto che non bisogna sempre delegare agli altri. Dobbiamo iniziare a essere parte attiva di questa società, anche tramite la rappresentanza politica, sindacale e ogni altra forma.

Per la questione internazionale legata alle guerre non possiamo fare nulla purtroppo, l’unica certezza è che oggi con il made in Italy non possiamo stare sulla tavola di tutti perché la qualità costa e non possiamo svenderla.