L’audizione del comandante del Ros Vincenzo Molinese in Commissione antimafia svela il volto moderno della mafia calabrese: una holding criminale capace di trattare con i cartelli colombiani, colonizzare l’Australia e utilizzare complessi sistemi di compensazione finanziaria
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Non è più da tempo una questione di faide locali o di controllo di piccoli paesi arroccati sulle montagne dell’Aspromonte. Quella che emerge dall’audizione del generale Vincenzo Molinese, Comandante del Raggruppamento Operativo Speciale (Ros) dei Carabinieri, è la fotografia di una multinazionale del crimine che ha fatto del narcotraffico il suo "moltiplicatore di reddito" preferito. La ‘ndrangheta oggi non solo domina il mercato nazionale, ma recita un ruolo da protagonista assoluta nello scacchiere mondiale della cocaina.
Gli "ambasciatori" del malaffare
Il cuore del potere calabrese risiede nella sua capacità di proiezione internazionale. Secondo il generale Molinese, l'organizzazione ha saputo "gemmare" se stessa oltre i confini, inviando veri e propri broker che agiscono come ambasciatori della madrepatria in Sudamerica. Nomi come Roberto Pannunzi, Rocco Morabito e Vincenzo Pasquino non sono semplici trafficanti, ma figure capaci di interfacciarsi direttamente con i vertici dei cartelli produttori.
Questi soggetti, spesso operativi in stato di latitanza, garantiscono canali stabili di approvvigionamento. Un dettaglio inquietante rivelato da Molinese riguarda la pretesa di esclusività: già all’inizio degli anni 2000, esponenti della ‘ndrangheta chiesero ai paramilitari colombiani delle Auc (Autodefensas Unidas de Colombia) di disporre dell'intera produzione di cocaina destinata al mercato europeo. Sebbene l'accordo di esclusiva non andò in porto, la proposta testimonia una "propensione imprenditoriale" senza pari.
L’asse con il Clan del Golfo e il Pcc brasiliano
Le indagini più recenti, culminate nella maxi-operazione "Eureka", hanno documentato saldi legami tra le cosche della fascia jonico-reggina e organizzazioni paramilitari come il Clan del Golfo in Colombia. Ma la ‘ndrangheta non si ferma qui: è riuscita a infiltrarsi nei gangli logistici del Brasile attraverso il Pcc (Primeiro Comando da Capital).
Il Pcc, nato nelle carceri di San Paolo, controlla oggi i porti strategici da cui partono i carichi diretti in Europa. In Argentina, la ‘ndrangheta ha persino creato una struttura formale riconosciuta dal "Crimine di Polsi", con riunioni annuali per la concessione delle "doti" mafiose. È un sistema tentacolare che copre Colombia, Brasile, Ecuador, Uruguay e Cile, posizionando emissari in ogni punto nevralgico della filiera.
La guerra dei porti e il metodo "rip-off"
Il trasporto della droga avviene prevalentemente via mare, sfruttando le rotte commerciali legali. Il metodo prediletto è il cosiddetto "rip-off": borse o zaini pieni di cocaina vengono nascosti in container di ignari mittenti grazie alla complicità di operatori portuali corrotti.
Il porto di Gioia Tauro rimane un hub fondamentale, dove squadre di "esfiltratori" contigue alle cosche lavorano su turni per recuperare i carichi. Tuttavia, la strategia della ‘ndrangheta è flessibile: quando i controlli aumentano, l’organizzazione sposta i traffici verso i porti del Nord Europa, come Rotterdam e Anversa, spesso avvalendosi della collaborazione strutturale con la criminalità albanese.
Oltre gli oceani: il caso Australia
La fame di profitto spinge le ‘ndrine verso mercati lontani e incredibilmente redditizi. In Australia, un chilo di cocaina può essere pagato fino a 130mila euro, contro i 35mila euro del mercato italiano. Sfruttando presenze radicate da decenni, la ‘ndrangheta ha creato canali diretti dalla Colombia verso il continente australiano, dimostrando una capacità di "valicare gli oceani" che poche altre organizzazioni al mondo possiedono.
La nuova frontiera: cocaina liquida e "Hawala" cinese
Il comandante del Ros evidenzia anche un’allarmante evoluzione tecnologica. Per sfuggire agli scanner, la cocaina viene ora trasportata in forma liquida, impregnata in tessuti, carbone o polpa di frutta. Per estrarla, la ‘ndrangheta si avvale di chimici professionisti sudamericani; laboratori clandestini di questo tipo sono stati recentemente smantellati in Toscana, Calabria e Umbria.
Sul fronte finanziario, il riciclaggio segue percorsi invisibili. I pagamenti ai cartelli sudamericani avvengono sempre più spesso attraverso circuiti di compensazione clandestina, simili al modello hawala, gestiti da organizzazioni cinesi. In un solo anno, sono stati tracciati movimenti per oltre 22 milioni di euro tra l’Italia e le città colombiane, garantendo ai narcotrafficanti rapidità e anonimato.
La Strategia del Ros: Colpire il Capitale
Di fronte a questa minaccia globale, la risposta dello Stato si sta evolvendo. Il generale Molinese è stato chiaro: la strategia non può limitarsi al solo sequestro dello stupefacente. Il Ros punta alla "disarticolazione dell'organizzazione criminale" e all’attacco sistematico ai capitali illeciti. Con l’istituzione del Quarto Reparto Investigativo, dedicato esclusivamente ai crimini economico-finanziari, l’Arma mira a privare le mafie delle risorse necessarie per inquinare l’economia legale e sostenere le proprie attività belliche e processuali.
La sfida, però, resta immane. La ‘ndrangheta ha dimostrato una capacità di adattamento "resiliente", mutando rotte, alleanze e tecnologie per aggirare le indagini. Come sottolineato in chiusura dell'audizione, il contrasto a questo "fenomeno mondiale" richiede non solo tecnologia, ma una cooperazione internazionale che parli la stessa lingua del crimine: quella dei fatti e dei rapporti personali tra polizie di tutto il mondo.




