Il collaboratore di giustizia chiarisce: «Venivano divise solo le estorsioni e vigeva la regola che il rifornimento degli stupefacenti non poteva avvenire fuori dal nostro territorio»
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L'aula della Corte d'Assise di Cosenza
Il collaboratore di giustizia Ivan Barone torna sui temi investigativi del processo Reset e lo fa nel corso dell’udienza di Recovery, svoltasi nell’aula della Corte d’Assise di Cosenza, davanti al collegio presieduto da Paola Lucente (giudici a latere Bilotta e Squillaci).
La storia del collaboratore
Barone, noto pregiudicato cosentino, ha commesso reati di vario tipo: dalla rapina alle estorsioni, fino alla droga. Durante la sua ascesa criminale, ha dichiarato di essersi mosso nell’ambito del gruppo “Rango-zingari”, poi confluito nella presunta confederazione mafiosa cosentina, “lavorando” in stretta sinergia con il clan degli italiani, capeggiato – secondo l’impostazione accusatoria – dal boss di Cosenza Francesco Patitucci.
Dal 13 dicembre 2019 al 31 agosto 2022 Barone ha riferito di aver “retto” il clan degli “zingari” di Cosenza, riconducibile in quel periodo alla famiglia Abbruzzese “Banana”, legata – a livello di sangue (e non solo) – agli “zingari” di Lauropoli. La “reggenza” della cosca “rom” l’avrebbe condivisa con un altro collaboratore di giustizia, Gianluca Maestri. Quest’ultimo, come dichiarato al magistrato Alessandro Riello nel procedimento “Athena”, avrebbe avuto fitti colloqui e incontri con gli Abbruzzese di “Timpone Rosso”. Barone, dunque, ha sostenuto di avere piena conoscenza di quel momento storico.
Le dichiarazioni e le “correzioni” rispetto a Reset
A Reset, dopo un’udienza segnata da tensioni legate anche alle discussioni tra avvocatura e magistratura sul luogo di celebrazione (in quella fase nell’aula bunker di Castrovillari), Barone aveva parlato di estorsioni e traffico di droga. Nel primo caso aveva specificato che i proventi venivano divisi a metà e confluivano nella “bacinella comune”.
Nel processo Recovery, però, Barone ha modificato alcune dinamiche, aggiungendone altre. In prima battuta ha parlato di tre gruppi legati al narcotraffico: italiani, “zingari” e Chirillo-Perna. Nel gruppo degli italiani, secondo il racconto, sarebbero da conteggiare diversi sottogruppi, tra cui quello riconducibile a Gianfranco Sganga. In seconda battuta ha spiegato che i proventi illeciti della droga non venivano divisi, ma che vigeva la regola secondo cui la droga doveva essere comprata a Cosenza.
Su questo punto, altri collaboratori nel processo Reset avevano riferito una ricostruzione diversa: i “soldi sporchi” sarebbero confluiti nella “bacinella” utilizzata per sostenere le spese legali dei detenuti e garantire uno “stipendio” alle famiglie dei carcerati. In quel periodo, inoltre, la “bacinella” della droga del clan degli “zingari” sarebbe stata detenuta da Gianluca Maestri.
Barone ha poi parlato di alcuni imputati, fornendo valutazioni e indicazioni su singole posizioni: «Ariello? Un pusher, con il quale sono cresciuto nel quartiere di via Popilia», oppure «Fantasia non aveva buoni rapporti con Sganga e non mi risulta facesse parte dell’associazione», fino al riferimento a Cassano e Cosenza come «stessa famiglia anche dal punto di vista criminale», illustrando ciò che sosterrebbe di sapere rispetto a reati legati alla vendita di stupefacenti. Su Patitucci ha detto di non aver avuto rapporti diretti.
I controesami e la decisione del collegio
Nei controesami, gli avvocati hanno incalzato il collaboratore per verificarne l’attendibilità rispetto a quanto dichiarato nei 180 giorni della collaborazione, ricordando l’obbligo per chi “salta il fosso” di riferire tutto ciò che sa su condotte delittuose proprie o altrui. Il collegio giudicante, intervenendo su una questione difensiva, ha dichiarato utilizzabili le dichiarazioni del pentito.
La prossima udienza è fissata per il 20 aprile, quando verrà sentito il collaboratore di giustizia Luciano Impieri.


