Durante la campagna elettorale le aree interne della Calabria sono state raccontate come una delle emergenze da affrontare con maggiore decisione. Spopolamento, servizi sanitari lontani, scuole fragili, collegamenti difficili, strade dissestate, giovani costretti a partire. A distanza di circa un anno, la domanda è inevitabile: quanto di quelle promesse è diventato realtà?

La risposta, guardando gli atti e non gli slogan, è meno semplice di quanto possa apparire.

La Regione ha stanziato risorse, approvato strategie, portato avanti accordi e avviato programmi specifici. Ma è altrettanto vero che, per molte delle misure più importanti, siamo ancora nella fase che precede l’impatto concreto sui territori.

Ed è proprio questa distanza tra soldi programmati e cambiamenti percepibili nella vita quotidiana a rappresentare oggi il punto più delicato.

Una Calabria che è interna quasi per definizione

I numeri aiutano a capire la dimensione del problema. Secondo i dati della Strategia nazionale per le aree interne, 326 comuni calabresi su 404 rientrano nella classificazione delle aree interne. Vi risiede oltre un milione di persone, più della metà della popolazione regionale.

Non stiamo parlando, dunque, di una periferia residuale della Calabria. Stiamo parlando della maggior parte del suo territorio.

E la tendenza demografica resta pesante. Nel documento tecnico del Piano regionale dei trasporti aggiornato nel 2026 si legge che, nelle aree comprese nella SNAI, tra il 2014 e il 2027 la riduzione della popolazione ha superato il 9%, con un saldo negativo nel 95% dei comuni interessati. Tra le cause vengono indicate esplicitamente le carenze nei servizi di mobilità, istruzione e sanità, la debolezza del tessuto economico e i ritardi infrastrutturali.

È su questa fotografia che si sono innestate le promesse della nuova legislatura.

Ventotto milioni annunciati, 36 milioni oggi sul tavolo

Nelle linee programmatiche presentate dalla Giunta regionale nel novembre 2025 erano indicati 28 milioni di euro di risorse regionali destinati alle tre nuove aree interne del ciclo 2021-2027: Alto Ionio Cosentino, Versante Tirrenico-Aspromonte e Alto Tirreno Cosentino-Pollino.

Nel frattempo il quadro finanziario si è definito.

Per Alto Ionio Cosentino e Versante Tirrenico-Aspromonte sono stati messi a disposizione 12 milioni ciascuno: 4 milioni di risorse nazionali e 8 milioni di cofinanziamento regionale. Per l’Alto Tirreno Cosentino-Pollino, non ammesso al cofinanziamento nazionale, la Regione ha deciso di coprire direttamente l’intera dotazione di 12 milioni di euro.

Il totale arriva così a 36 milioni.

È un investimento rilevante. Ma bisogna distinguere il finanziamento dalla realizzazione.

Le strategie di Alto Ionio Cosentino e Versante Tirrenico-Aspromonte sono state approvate dalla Cabina di regia nazionale soltanto il 14 aprile 2026. La stessa Regione, annunciando il risultato, lo definiva «il primo traguardo verso le successive fasi di implementazione».

Poi, il 21 luglio, la Giunta ha approvato gli schemi degli Accordi di programma quadro per le tre nuove aree, passaggio che precede l’avvio operativo degli interventi.

Tradotto: i soldi ci sono, la programmazione è avanzata, ma molti progetti devono ancora trasformarsi in cantieri, servizi o nuove opportunità concrete.

Turismo, filiere locali e digitale. Ma il vero test sono i servizi

Le nuove strategie puntano su turismo sostenibile, valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale, filiere produttive locali, artigianato e transizione digitale. Ma la SNAI nasce soprattutto per ridurre la distanza tra chi vive nei centri interni e chi abita vicino ai grandi poli dei servizi.

Sanità, scuola e mobilità restano dunque il vero metro di giudizio. La Regione stessa indica tra gli obiettivi per il 2026-2028 l’accelerazione della spesa delle vecchie aree interne, l’avvio delle nuove strategie e l’adeguamento e la messa in sicurezza della viabilità.

Ed è qui che il giudizio deve necessariamente restare sospeso.

Un abitante dell’Alto Ionio non misura l’efficacia di una strategia dal numero di delibere approvate. La misura da quanto tempo impiega per raggiungere un ospedale, dalla possibilità di avere una scuola funzionante nel proprio territorio, dalla qualità delle strade, dalla copertura digitale e dalla presenza di servizi pubblici.

Su questo terreno, a meno di un anno dall’avvio della nuova legislatura, la trasformazione è ancora in gran parte da costruire.

I 155 comuni montani: qui i soldi hanno cominciato a muoversi

C’è però una misura più avanzata.

Il bando “Sviluppo delle montagne calabresi”, finanziato attraverso il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane, ha ammesso 155 comuni, tutti finanziati, per una dotazione complessiva superiore a 15 milioni di euro. Ogni amministrazione può ricevere fino a 100mila euro.

Gli interventi sono molto concreti: piazzole per l’elisoccorso, manutenzione delle strade comunali, riqualificazione dei centri storici, piccoli invasi, aree picnic, campeggi e rifugi turistici.

La misura, va precisato, era stata avviata nella precedente legislatura. Ma nell’ultimo anno è entrata nella fase effettiva di erogazione: tra aprile e luglio 2026 risultano numerosi decreti di liquidazione degli acconti ai comuni beneficiari, tra cui Cropalati, Mottafollone, Nocara, Grimaldi, Gerocarne e Lago.

Qui, dunque, la distanza tra annuncio e realizzazione comincia effettivamente a ridursi.

Resta però da verificare comune per comune quanti interventi siano già partiti e quanti siano ancora nella fase amministrativa.

“Ripopola Calabria”, la scommessa contro lo spopolamento

La misura politicamente più riconoscibile dell’ultimo anno è probabilmente “Ripopola Calabria”, partita il 30 aprile.

L’idea è utilizzare immobili pubblici inutilizzati nei piccoli centri per attrarre nuovi abitanti disposti a trasferire la propria residenza in Calabria per almeno dieci anni. Nella prima fase i Comuni sono stati chiamati a segnalare gli edifici disponibili e idonei a essere trasformati in abitazioni.

È un progetto interessante perché prova ad affrontare direttamente il problema dello spopolamento, ma anche qui siamo ancora nella fase pilota.

Non ci sono ancora numeri significativi di nuovi residenti trasferiti nei borghi grazie alla misura. Per valutarne realmente l’efficacia servirà capire quanti immobili verranno recuperati, in quali comuni, con quali tempi e soprattutto quante famiglie sceglieranno davvero di stabilirsi nei paesi coinvolti.

Perché una casa a disposizione può essere un incentivo. Ma difficilmente basta, da sola, se mancano lavoro, trasporti, sanità, scuola e connessione digitale.

Le vecchie aree e il problema dei tempi

C’è poi un aspetto meno visibile ma decisivo: la Calabria sta ancora lavorando anche sulle quattro aree della programmazione 2014-2020 – Reventino-Savuto, Grecanica, Sila-Presila e Versante Ionico-Serre.

Il fatto che nel Piano della performance 2026-2028 la Regione indichi ancora come obiettivo l’«accelerazione della spesa» delle strategie del vecchio ciclo racconta da solo una parte del problema: i tempi della programmazione delle aree interne sono molto lunghi.

Ed è forse questa la criticità più grande.

Quando un territorio perde giovani, attività economiche e servizi ogni anno, una politica che impiega cinque o dieci anni per produrre effetti rischia di arrivare mentre il paese che voleva salvare è già diventato più piccolo.

Allora, cosa è stato fatto davvero?

Un bilancio onesto, dopo il primo anno, porta a una conclusione intermedia. Le risorse sono state stanziate. Le tre nuove strategie SNAI hanno una copertura complessiva di 36 milioni. Gli Accordi di programma quadro sono arrivati alla fase di approvazione. Sono stati finanziati 155 comuni montani con oltre 15 milioni e sono iniziate le liquidazioni. È partita anche una misura specifica contro lo spopolamento come Ripopola Calabria.

Ma è ancora presto per parlare di una svolta nelle aree interne.

La maggior parte delle grandi strategie è appena entrata nella fase operativa. Ripopola Calabria deve ancora produrre nuovi residenti. Gli interventi SNAI devono tradursi materialmente in servizi e infrastrutture. E i dati demografici continuano a descrivere territori che perdono popolazione.

Il punto, insomma, non è più chiedersi se la Regione abbia programmato risorse. Le risorse ci sono. La domanda da porre da adesso in poi è molto più concreta: quanto tempo servirà perché un cittadino di un paese interno possa accorgersi che qualcosa è realmente cambiato?