La premier: «Riforma di buonsenso, non di parte» e promette un tavolo post-voto su norme attuative. Boccia (Pd) denuncia «due magistrature» e «sette articoli modificati». Conte (M5S): «Stravolge l’equilibrio dei poteri»
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Il referendum sulla riforma della giustizia entra nel vivo e il confronto politico si fa frontale. Da un lato Giorgia Meloni rivendica la riforma come «non di destra né di sinistra» ma «di semplice e puro buonsenso», sostenendo che alcuni punti – dalla separazione delle carriere al sorteggio per il Csm – siano stati proposti in passato anche da chi oggi li contesta «con l’obiettivo di attaccare politicamente il governo». La premier, in un’intervista al Dubbio, insiste: «È una riforma giusta» che riguarda «libertà e diritti» e respinge l’accusa di “punizione” verso i magistrati definendola «strumentale». In caso di conferma referendaria, promette anche un passaggio operativo immediato: «nei giorni successivi» intende far partire a Palazzo Chigi un tavolo con magistrati e avvocatura per raccogliere proposte sulle norme di attuazione, considerate «importanti quanto la riforma».
Sul fronte opposto, il Pd rilancia il No. Nelle Tribune Rai, il capogruppo al Senato Francesco Boccia condanna gli episodi di protesta degenerata, ricordando che «immagini offensive» come la foto bruciata di Meloni e Nordio «danneggino qualsiasi causa» e «non appartengono al confronto civile». Nel merito, però, la critica è durissima: «Il percorso è nato con un errore di metodo», sostiene, accusando il ministro Nordio di aver blindato il testo in Parlamento. Per Boccia, la riforma «non separa le carriere» ma «separa le magistrature» creando «due magistrature distinte»; inoltre «si modificano sette articoli della Costituzione» e il disegno va letto insieme al premierato, perché – a suo giudizio – entrambe le riforme «mettono le mani sui poteri del Presidente della Repubblica».
Anche il Movimento 5 Stelle punta su un No netto. In un’intervista a L’Unione Sarda, Giuseppe Conte parla di un «disegno di stravolgimento della giustizia» e sostiene che la riforma sia «preordinata a stravolgere l’attuale assetto democratico dei poteri» definito dai Costituenti. Conte riconosce un risvolto politico: una vittoria del No non porterebbe Meloni a lasciare Palazzo Chigi, ma sarebbe «un colpo durissimo» alla credibilità del governo.

