Dai dati su economia e sanità emerge una regione che ha migliorato alcuni indicatori amministrativi, ma continua a scontare ritardi strutturali su redditi, occupazione, spopolamento e qualità dei servizi. Il vero banco di prova resta trasformare la ripresa in sviluppo
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Roberto Occhiuto
Se un governo regionale deve essere giudicato dai risultati, allora il tempo delle promesse è finito. Dopo quasi cinque anni alla guida della Calabria, Roberto Occhiuto consegna ai cittadini una regione che, pur avendo compiuto alcuni passi in avanti sul piano amministrativo, continua a occupare gli ultimi posti nelle classifiche che misurano la qualità della vita, la forza dell’economia e la capacità dello Stato di garantire diritti fondamentali. È questa la contraddizione che emerge con chiarezza dalle più recenti analisi economiche e sanitarie.
Per comprendere la portata di questa riflessione occorre liberarsi da due letture opposte e ugualmente riduttive. La prima sostiene che in Calabria non sia cambiato nulla. La seconda racconta una regione ormai avviata verso una stagione di definitivo riscatto. I dati disponibili non confermano integralmente né l’una né l’altra narrazione. Raccontano, piuttosto, una Calabria sospesa tra segnali di miglioramento e un ritardo strutturale che continua a condizionarne il futuro.
L’analisi di Confcommercio consegna un quadro severo. La Calabria viene indicata come la regione con la crescita economica più bassa del Paese, insieme alla Basilicata. I consumi delle famiglie restano sostanzialmente fermi, i redditi continuano a essere tra i più bassi d’Italia, lo spopolamento sottrae capitale umano e produttivo e il rischio di povertà rimane tra i più elevati dell’Unione europea. Non si tratta soltanto di statistiche: sono indicatori che descrivono la capacità di un territorio di trattenere giovani, attrarre investimenti, creare occupazione stabile e generare benessere diffuso.
Sul fronte sanitario il quadro è più articolato. I nuovi Livelli Essenziali di Assistenza certificano un recupero significativo rispetto agli anni precedenti. In quattro anni la Calabria ha guadagnato quasi sessanta punti, segno che sul piano amministrativo qualcosa è stato rimesso in ordine. Sarebbe intellettualmente scorretto negarlo. Ma gli stessi dati ricordano anche che la regione resta ultima nella graduatoria nazionale e che l’assistenza territoriale continua a rappresentare il principale punto di debolezza. In altre parole, il sistema sanitario non è più quello del collasso amministrativo, ma non è ancora quello della piena garanzia del diritto alla salute.
È qui che si concentra il nodo politico della legislatura.
Dopo quasi cinque anni di governo, il giudizio non può più essere formulato esclusivamente sulla base delle intenzioni o delle difficoltà ereditate. Ogni amministrazione regionale riceve una situazione complessa; ciò che distingue un governo dall’altro è la capacità di modificare gli indicatori strutturali della società che amministra.
Ed è proprio su questo terreno che si apre la riflessione.
Perché una regione che registra progressi amministrativi continua a occupare gli ultimi posti nelle classifiche economiche e sociali? Perché il miglioramento certificato di alcuni indicatori non riesce ancora a tradursi in una crescita dei redditi, dei consumi, della produttività e della fiducia dei cittadini? Perché migliaia di giovani continuano a lasciare la Calabria, mentre la mobilità sanitaria resta un fenomeno così rilevante?
Sono domande che non appartengono alla propaganda, ma all’analisi.
Le grandi trasformazioni richiedono tempo, soprattutto in una regione che per decenni ha accumulato ritardi infrastrutturali, fragilità istituzionali e un lungo commissariamento della sanità. Tuttavia, cinque anni rappresentano un arco temporale sufficiente perché i cittadini possano iniziare a valutare non soltanto il percorso, ma anche la direzione e l’efficacia delle politiche adottate.
La Calabria di oggi appare così attraversata da una doppia realtà. Da una parte un’amministrazione che rivendica risultati concreti sul riordino dei conti, sulla gestione della sanità, sugli investimenti infrastrutturali e sulla capacità di attrarre risorse nazionali ed europee. Dall’altra, una regione che continua a confrontarsi con salari bassi, consumi stagnanti, povertà diffusa, emigrazione e un divario che, rispetto alle aree più sviluppate del Paese, rimane ancora molto ampio.
Il vero interrogativo, allora, non è stabilire se il governo Occhiuto abbia ottenuto qualche risultato. Alcuni dati dimostrano che risultati, in determinati ambiti, esistono. La questione decisiva è un’altra: sono sufficienti a cambiare il destino della Calabria?
Perché la storia delle regioni non viene scritta dalle conferenze stampa né dalle polemiche quotidiane. Viene scritta dagli indicatori che, anno dopo anno, misurano la qualità della vita delle persone.
Ed è proprio su quegli indicatori che, oggi, la Calabria continua a essere chiamata alla prova più difficile: trasformare i segnali di ripresa amministrativa in uno sviluppo economico e sociale capace di interrompere, finalmente, la lunga stagione degli ultimi posti.



