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Da Pelè a #la9diGigi: il Cosenza ritiri la maglia di Marulla. Vota il sondaggio

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Con le casacche personalizzate in Lega Pro chiediamo alla società di regalare per sempre al Tamburino di Stilo quello che è sempre stato il suo numero.

Dobbiamo tornare indietro nel tempo fino al 1958. 58 anni a ritroso per iniziare a capire la nostra storia. E’ quello infatti l’anno in cui il numero di maglia assume un’importanza particolare. E’ l’anno dei Mondiali in Svezia. E’ l’anno in cui, un giovanissimo brasiliano strabilia il mondo. Edson Arantes do Nascimiento, meglio conosciuto come Pelè, non ha ancora compiuto 18 anni quando trascina il suo Brasile alla vittoria di quel Mondiale. Il suo numero 10 diventa il simbolo della fantasia e del talento. Cambia tutto. Ed è rivoluzione. Prima infatti quasi nessuno fa caso ai numeri di maglia che vengono introdotti solo nel anni venti in Inghilterra. All’inizio del secolo e, ancora prima Oltremanica: semplicemente non ci sono. La loro funzione primaria è solo quella di riconoscere ed identificare meglio i calciatori in campo. In Italia arrivano soltanto nel 1939. Ci vuole Pelè, come dicevamo, per trasformare quei pezzi di stoffa cuciti sulla schiena in vera e propria magia. Da lì in poi l’1 ed il 12 sono i portieri. Il 2 è il terzino destro, il 3 il terzino sinistro, il 4 diventa l’ormai estinto centromediano metodista, il  5 lo stopper ed il 6 il libero, il 7 e l’11 sono rispettivamente ala destra ed ala sinistra, l’8 è la mezzala di centrocampo, il 9 è dell’attaccante e del 10 abbiamo già detto. Con gli anni, sono pochissime le eccezioni. Una su tutte è il 14 di Johan Cruyff. Troppo poco convenzionale l’olandese per i numeri classici. Ecco, forse proprio il “Profeta del gol”, è stato il primo calciatore ad essere associato automaticamente ad un numero. Se sei negli anni 70, parli di calcio e dici 14 non puoi far altro che pensare a lui. E’ stato un precursore anche in questo. I nomi sulle maglie vengono invece introdotti dopo. In Italia, ad esempio, ci vuole il 1995 e la novità viene estesa anche alla Serie B. Il Cosenza ha già da anni il suo numero 9. Si chiama Gigi Marulla ed è il simbolo dei Lupi. Il binomio tra il Tamburino di Stilo ed il Cosenza è lo stesso identico di quello tra il numero 14 e Cruyff. Se dici Cosenza pensi a Marulla, se dici Marulla pensi al Cosenza. Poche volte una squadra si è identificata in un calciatore come in questo caso. Il tifoso rossoblù lo ama dal primo all’ultimo momento. Lo amerà per sempre. In una città che non vuole re, Marulla è addirittura imperatore. Lo diventa il 26 giugno del 1991 allo Stadio Adriatico di Pescara. Il suo gol nei supplementari contro la Salernitana, regala la salvezza al Cosenza e rende Marulla immortale. Con il lupi alla fine saranno 330 presenze e 91 gol segnati. L’ultimo dei quali, forse, nel giorno più amaro lo fa a Padova. Prova a regalare la salvezza ai suoi, ma non può nulla contro qualche “bella statuina” che indossa ignobilmente la sua stessa maglia condannando il Cosenza alla retrocessione.  Il giorno del Centenario, due anni e mezzo fa, quei 91 gol diventano 100 grazie ai 9 rigori che Marulla trasforma sotto la Sud. Poi il destino beffardo ed atroce, lo scorso 19 luglio, trasforma la storia in leggenda. Marulla, a soli 52 anni, saluta e se ne va. Cosenza piange il suo eroe. Il calcio da queste parti non sarà mai più lo stesso. Questa città ha l’obbligo di onorare Marulla nel migliore dei modi. Dopo lo stadio (formalmente ancora San Vito, ma ormai universalmente Stadio Marulla), adesso #la9diGigi dev’essere un imperativo per tutti. A partire dal presidente Guarascio, fino ad arrivare all’ultimo dei tifosi. Così come la 10 di Maradona a Napoli, la 4 di Zanetti all’Inter o la 3 e la 6 di Maldini e Baresi al Milan, con l’introduzione della numerazione fissa in Lega Pro, anche a Cosenza, nessun altro calciatore può e deve più indossare #la9diGigi. Il regolamento direbbe di no, ma ci sarebbe un modo per aggirarlo. Glielo si deve al calciatore, glielo si deve all’uomo. (Alessandro Storino)

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