domenica,Novembre 28 2021

Laqueo, prestiti usurai e assunzioni “mafiose”: udienza scoppiettante a Cosenza

A "Laqueo" vanno di scena il collaboratore di giustizia, Roberto Calabrese Violetta e un noto imprenditore dell'area urbana di Cosenza.

Laqueo, prestiti usurai e assunzioni “mafiose”: udienza scoppiettante a Cosenza

Nuova udienza del processo “Laqueo”, l’inchiesta della Dda di Catanzaro sui presunti casi di usura ed estorsione aggravati dal metodo mafioso. Nel corso della seduta odierna, la pubblica accusa (rappresentata dal sostituto procuratore Corrado Cubbellotti) ha sentito tre testimoni della sua lista testi: il collaboratore di giustizia, Roberto Violetta Calabrese, e due imprenditori edili operanti nell’area urbana di Cosenza, di cui uno residente a Mangone che ha riferito su due persone che gli avrebbero prestato soldi a tassi usurai.

Il quarto testimone, invece, l’imprenditore Domenico Barile, sarà ascoltato a febbraio 2022, in quanto il tribunale collegiale di Cosenza ha accolto l’istanza della difesa di Luisiano Castiglia. L’avvocato Pasquale Marzocchi, infatti, ha chiesto di escuterlo quale imputato di reato-connesso, visto che presso il tribunale di Bari è pendente un procedimento penale con Castiglia persona offesa e Barile in qualità di imputato.

Le amicizie del pentito

Entrando nel vivo del dibattimento, il pentito Calabrese Violetta ha ripercorso i suoi trascorsi criminali, quando era dedito a fare usura, avendo amicizie anche nel mondo della ‘ndrangheta cosentina: Michele Bruni, il papà “Franco Bella bella” e Francesco Patitucci. Poi “dal 2004 inizia il mio rapporto con Luisiano Castiglia, che faceva parte del gruppo storico di Franchino Perna. Castiglia faceva usura e mi diceva: se vengono da te me lo presenti, se vengono da me ti chiedo se vuoi partecipare. I soldi li mettevamo insieme e ognuno si guardava il proprio investimento”.

Modesto assolto due volte: Calabrese Violetta smentito dalla giustizia

Secondo Calabrese Violetta, nella “bacinella c’erano anche i soldi di Francesco Modesto, genero di Luisiano Castiglia, che sapeva delle finalità illecite”. Ad onor del vero, la giustizia calabrese, nei due gradi di giudizio, ha detto ben altro. L’attuale allenatore del Crotone, infatti, è stato assolto due volte dall’accusa di aver partecipato alle presunte usure mafiose. Sia il gup distrettuale di Catanzaro che la Corte d’Appello, lo hanno dichiarato innocente. Ciò significa che le propalazioni del collaboratore non sono state ritenute credibili ai fini della presunta colpevolezza dell’ex esterno sinistro di Crotone, Reggina e Cosenza.

I rapporti con Castiglia e la presunta usura a Barile

Il pm Cubbellotti, successivamente, ha sviscerato i fatti legati alla presunta usura commessa da Luisiano Castiglia nei confronti di Barile, ex presidente della Fondazione Field. “Barile aveva diversi alberghi tra Cosenza e Rende. Lo conoscevo bene, ma non ho mai avuto la volontà di fare qualcosa con lui. Castiglia, invece, un giorno, mentre facevamo un giro in macchina, mi disse che Barile gli aveva chiesto un prestito di 100mila euro. A distanza di mesi da questa circostanza, Castiglia mi disse che doveva partire e mi chiese di prendere due assegni da Barile. Andai ma lui non c’era, poi lo vidi qualche giorno dopo e mi rivelò di averli dati a Luca, il figlio di Luisiano. Non ho partecipato all’usura, che credo si aggirasse intorno all’8 per cento mensile rispetto a una cifra complessiva di circa 50mila euro”. A garanzia dell’importo prestato a titolo usuraio, Castiglia, a dire di Calabrese Violetta, avrebbe avuto in cambio due assegni della banca popolare di Crotone. Infine, il pentito ha aggiunto che “Barile ha sempre pagato i suoi debiti”.

“Voleva impossessarsi dei beni di mio padre”

Nel controesame, l’avvocato Marzocchi ha posto alcune domande circa il rapporto avuto da Calabrese Violetta con il suo assistito. Il collaboratore, inoltre, ha spiegato anche il motivo che lo ha spinto a parlare con i magistrati antimafia. “Castiglia si voleva impossessare anche del mio 40%, fece sparare ad una saracinesca di una attività di mio fratello e mio padre. Lui voleva che i beni di mio padre andassero a lui”. La storia accennata dal testimone riguarda uno stabile che sarebbe stato di proprietà di Santino Falbo, su cui si sarebbero avventati sia il pentito che l’imputato, prelevando inizialmente una parte di quote societarie. Infine, ha ammesso di essere stato denunciato da Modesto a seguito delle dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria.

Cannella, il Cosenza calcio e l’assunzione “mafiosa”

Il secondo testimone sentito è Franco Cannella, ex presidente del Cosenza calcio, nel periodo in cui il club rossoblù era gestito pure da Santino Falbo, Antonio Algieri e Pellicori. “Ero socio nel 2004 con Algieri, Falbo e Algieri. Il motivo? Ci avevano promesso di realizzare la cittadella dello Sport, avremmo eseguito i lavori. Chi me lo disse? Tursi Prato”. Calabrese Violetta, però, aveva specificato che il gruppo dei soci fu chiamato a Palazzo dei Bruzi dal sindaco dell’epoca “Eva Catizone e da Nicola Adamo”.

La parte più interessante della sua testimonianza arriva quando il pm introduce il capo d’imputazione relativo a Gianfranco Bevilacqua, difeso dall’avvocato Roberto Le Pera. L’accusa, durante l’esame, chiede come abbia conosciuto l’imputato, accusato di aver fatto pressioni per essere assunto in uno dei cantieri di Cannella. “Lo conobbi tramite Santino Falbo e si presentò come guardiano dei luoghi in cui avevo il materiale edile. Mi disse che se ci fosse stato lui, nessuno avrebbe toccato niente. All’epoca percepiva 900 euro al mese ed era assunto. Lo pagavo in contanti ogni mese, poi sono subentrate difficoltà economiche e si sono accumulati debiti anche nei suoi confronti. Spesso, infatti, gli davo materiale per coprire le somme, ma la sua assunzione per me è stato un atto di costrizione. Mi ero informato su chi fosse, quindi sapevo che apparteneva agli zingari. Questa cosa me l’avevano detta un barbiere e un barista”.

L’auto venduta e l’intermediazione per la gru

Cannella, tuttavia, subisce un furto nel cantiere di Rose. Così si interrompe il rapporto di lavoro, ma l’imprenditore svela che Bevilacqua non ha mai forzato per rimanere lì, nonostante un debito di 30mila euro nei suoi confronti, pagato anche grazie a una nuova assunzione nel 2010, fatta emergere dall’avvocato Le Pera, che fruttò all’imputato una cifra superiore a 10mila euro. “Quando portavo i soldi dello stipendio, la sua famiglia mi offriva anche il caffè, un caffè che pagavo caro però”.

E’ in questo momento che l’udienza diventa scoppiettante con il presidente del collegio giudicante, Carmen Ciarcia (giudici a latere, Stefania Antico e Iole Vigna) che in più di un’occasione richiama il testimone ad attenersi alla risposte, senza fare commenti fuori luogo nei confronti del difensore di Bevilacqua, che cercava di far venire alla luce che il rapporto di lavoro tra i due non si limitasse solo nel fare il guardiano, ma anche a prelevare il ferro vecchio in alcuni cantieri dell’area urbana.

Così spunta fuori un documento di trasporto che attestava le ulteriori “mansioni” di Bevilacqua, assunto dalla società intestata al fratello del testimone e a sua moglie. Questo per dimostrare – secondo la difesa – che Cannella non aveva timore di Bevilacqua e, a tal proposito, sono state provate due circostanze. La prima? L’acquisto di un’auto, venduta dall’imputato al testimone e, la seconda, nel 2014, quando Bevilacqua fa da intermediario per la cessione di una delle gru di Cannella. “Ci dividemmo la somma al 50%, visto che lui aveva fatto da tramite” ha concluso il teste.

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