giovedì,Maggio 30 2024

Cosenza, quella presenza anomala sulla scena del delitto Ruffolo

Il 23 settembre 2011 in via degli Stadi c'era anche l'allora minorenne Danilo Turboli che oggi da pentito di 'ndrangheta potrebbe raccontare verità inedite su quell'agguato

Cosenza, quella presenza anomala sulla scena del delitto Ruffolo

C’era anche lui tra la piccola folla di curiosi che il 23 settembre del 2011 osserva da vicino l’Alfa Romeo Giulietta di Giuseppe Ruffolo crivellata dai proiettili. Il proprietario del veicolo giace ormai privo di vita in ospedale e Danilo Turboli è lì, sulla scena del crimine di via degli Stadi. All’epoca il futuro pentito della ‘ndrangheta cosentina è ancora minorenne, ma la sua presenza non passa inosservata agli occhi degli agenti che ne danno conto in un rapporto di polizia. Sembrava un documento ormai superato e senza alcun pregio investigativo, ma undici anni dopo assume un valore diverso.

Turboli passava di lì per caso o c’è qualche  ragione che quel giorno lo porta a Città 2000, nei pressi del sottopassaggio, il luogo dell’agguato a Ruffolo? A questo punto sarà lui stesso a chiarirlo dato che, com’è noto, da alcune settimane,  collabora con la giustizia. Il sospetto che l’ormai ventottenne Turboli abbia informazioni di prima mano su quel delitto non rappresenta un novità. A suggerirlo, in passato, era stato un altro pentito, Giuseppe Zaffonte, sostenendo di aver saputo proprio da lui alcuni retroscena dell’attentato a Ruffolo.

La vicenda, com’è noto, si è conclusa con la condanna non ancora definitiva di Massimiliano D’Elia come esecutore materiale, ma inizialmente fra gli indagati figuravano anche Roberto Porcaro in qualità di mandante e Antonio Illuminato nelle vesti di fiancheggiatore. Le loro posizioni sono state poi archiviate, ma tanto basta agli occhi degli investigatori per fare dell’affaire Ruffolo un caso risolto solo per metà. E considerato che la parabola criminale di Turboli si è dispiegata proprio al fianco di Porcaro, è chiaro come la Dda si attenda da lui conferme o smentite definitive al riguardo.

Non a caso, il movente di quell’omicidio non è stato ancora del tutto chiarito e rimane sospeso fra rancori personali che avrebbero mosso D’Elia, killer solitario in sella a un motorino, e altre che invece fanno di lui uno strumento in mano alla criminalità organizzata. La vittima, infatti, era sospettata di aver messo su un giro personale di usura, e tale attività avrebbe dato fastidio ai clan al punto tale da portare alla sua eliminazione. Il processo innescato da quegli eventi non ha diradato le ombre che ancora avvolgono questo tema, vedremo se il contributo di Turboli sarà utile a spazzarle via del tutto.

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