C’era un vento ostinato che soffiava quasi sempre tra i cubi di cemento dell’Unical. Un vento che spettinava i pensieri e gonfiava i cappotti di quel cenacolo ambulante che, per anni, ha trasformato il ponte Bucci in una banchina di porto affacciata sull’infinito. Nuccio Ordine camminava lì, al centro, spesso con il passo di chi non ha fretta perché sa che la meta è il percorso stesso. Accanto a lui, un giorno, potevi scorgere il profilo tagliente di Massimo Cacciari, un altro la mole enciclopedica di Umberto Eco o lo sguardo curioso di George Steiner. Non erano visite di cortesia. Erano incursioni della bellezza in un avamposto di Calabria che Nuccio Ordine, in qualche modo, aveva deciso di eleggere a ombelico del mondo.

Lo vedo ancora, con quel sorriso che pareva una sfida gentile al cinismo dei tempi. Era l'uomo dei classici portati sotto braccio come munizioni. Nuccio Ordine non insegnava soltanto letteratura, ma la brandiva contro la barbarie del profitto. Mentre una certa accademia si piegava, con la schiena curva e l’anima grigia, ai dettami dei crediti formativi e delle competenze professionalizzanti, lui erigeva barricate fatte di versi e utopie. Sosteneva, con la pervicacia dei folli o dei santi, che nulla è più necessario di ciò che non serve a niente. Un paradosso che bruciava sulla pelle di un sistema scolastico ridotto a un immenso ufficio di collocamento per disoccupati con la cravatta.

Il suo capolavoro, quel piccolo libro diventato un urlo planetario, non era un saggio. Era un manifesto di resistenza civile. “L'utilità dell'inutile”. Tre parole che suonano come uno schiaffo sul volto di chi vorrebbe misurare la conoscenza con il bilancino del farmacista. Nuccio sapeva che un verso di Shakespeare o un dialogo di Platone non ti riempiono la pancia, ma ti impediscono di diventare un animale addomesticato. La sua voce, sonora di passione, risuonava nelle aule affollate dell’Unical, probabilmente, con la stessa autorevolezza con cui incantava la Sorbona o i giurati di Oviedo. Non c’era differenza per lui. La cultura è un bene comune o non è. Punto.

Poi c’era Giordano Bruno. Il Nolano era il suo demone, il suo specchio. Ordine ha passato una vita intera a rovistare tra le ceneri di Campo de’ Fiori per recuperare la scintilla di quel pensiero eretico. Non era sterile filologia. Era un corpo a corpo con l’idea che la verità non sia mai un possesso, ma una caccia. Bruno bruciava nel fuoco dell’Inquisizione. mentre Nuccio Ordine ardeva nel fuoco di un’ansia divulgativa che non ammetteva pigrizia. Lo seguiva tra le pieghe dei testi, tra le ombre dei palazzi rinascimentali, portandolo a passeggio per le strade di Cosenza come se il filosofo fosse appena sceso dal pullman degli studenti.

Era un intellettuale carnale. Niente torri d'avorio. La sua casa era una biblioteca che pareva un organismo vivente, dove i libri si riproducevano per gemmazione, occupando ogni centimetro di spazio e di respiro. Eppure, in quel caos ordinato, lui trovava sempre il filo della matassa. Un collezionista di umanità, prima ancora che di prime edizioni. Quando parlava della scuola-azienda, la sua critica diventava un fendente. Detestava l'idea che gli studenti fossero clienti da soddisfare e i professori erogatori di servizi. Per Nuccio, l'aula era uno spazio sacro. Un luogo di contagio. Si entrava per imparare a dubitare, si usciva con la voglia di ribaltare il mondo.

La sua eredità non è fatta di busti di marmo o di noiose commemorazioni istituzionali. È un'eredità inquieta. Ci ha lasciato il peso di una responsabilità enorme: quella di continuare a nutrire i “fiori del non utile” in un giardino che sta diventando un deserto di asfalto e algoritmi. La sua scomparsa, quel vuoto improvviso lasciato nel giugno del 2023, ha il sapore amaro di una biblioteca che brucia nel silenzio. Ma resta la lezione del ponte. Quella struttura sospesa che unisce i saperi, che non teme il vento e che accoglie chiunque abbia il coraggio di camminare senza una mappa predefinita.

Nuccio Ordine ha dimostrato che si può essere globali partendo dalla periferia, che si può essere moderni restando fedeli agli antichi e che si può vincere una battaglia anche se il nemico sembra avere tutte le ragioni del mercato dalla sua parte. È stato un partigiano dello spirito. Un uomo che, probabilmente, se l’ho conosciuto un poco, ha preferito la polvere dei libri all'oro dei consulenti. Forse, la prossima volta che attraverseremo un corridoio universitario o che sfoglieremo un classico, dovremmo farlo con un pizzico di quella sua irriverente gioia.

Il segreto, in fondo, era tutto lì, cioè capire che l’unico modo per restare umani è proteggere ciò che il mondo chiama spreco. E chissà se ora, su qualche altro ponte invisibile, non stia spiegando a Giordano Bruno che, dopotutto, ne è valsa la pena. Anche solo per il gusto di vedere l'infinito oltre la nebbia. Venerdì 15 maggio, il Rotary di Rende gli dedicherà una Giornata con la presentazione di borse di studio in sua memoria che si svolgerà nell’Aula Caldora dalle ore 10:30.

*Documentarista Unical