I procuratori distrettuali di Catanzaro e Reggio Calabria all’Unical per un seminario con gli studenti sottolineano l’importanza della manifestazione contro l’escalation criminale: «È un cambio di passo per dire basta all’indifferenza che ha sempre aiutato le mafie. Saranno i calabresi a liberarsi dalla ’ndrangheta, noi daremo una mano»
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«In relazione alle intimidazioni non posso dire nulla per ovvie ragioni, ma la risposta fondamentale l’ha data la gente di Vibo. Rispetto a dieci anni fa anche il solo scendere in piazza era inimmaginabile». Il procuratore di Catanzaro Salvatore Curcio restituisce la misura di quanto la manifestazione che ha portato centinaia di persone nell’area industriale di Vibo Valentia – con partenza dalla sede del network LaC – sia in qualche misura storica. In tanti hanno risposto alla chiamata del vescovo di Mileto-Tropea Attilio Nostro: amministratori, imprenditori, cittadini. Una città si è schierata contro le mani criminali che cercando di spaventarla e, negli ultimi giorni, hanno alzato il tiro. La valutazione del magistrato – nel seminario “Giustizia e responsabilità: lo Stato contro le mafie”, promosso nell’ambito del XV ciclo seminariale di Pedagogia dell’Antimafia all’Unical – è significativa: dall’inimmaginabile al possibile passano dieci anni e una Calabria che appare finalmente diversa.
«La società calabrese, rispetto per esempio ai siciliani, ha registrato una bassa e tardiva reattività sociale – spiega Curcio –. È anche vero che quello che è successo in Sicilia è scaturito da barbarie inenarrabili. In Italia non è successo niente di diverso negli anni 70, 80 e 90 rispetto a quello che ci scandalizza magari in Colombia. La manifestazione di ieri è importante perché segna un cambio di passo, dimostra come si stia cercando di abbandonare quella che Giuseppe Borrelli (il procuratore della Dda di Reggio Calabria, anche lui presente all’Unical, ndr) evidenziava essere una cultura perdente, quella dell’oramai: per sconfiggerla dobbiamo abbattere l’indifferenza di fondo che ci ha contraddistinto fino all’altro ieri. Questo cambiamento c’è e lo stiamo registrando, ora sta a noi apparati investigativi dare una risposta. Come diceva il Beato Livatino: “Alla fine della nostra vita ci verrà chiesto se siamo stati credibili”». «E noi – sottolinea il procuratore – saremo credibili, le risposte dello Stato ci saranno e saranno ferme per contribuire al cambio passo che segnerà una rinascita, una coscienza sociale capace di tramutare l’indignazione in denuncia».
A tono con il cambio di passo evocato da Curcio anche la giornata dell’Università della Calabria. Lo dice Giuseppe Borrelli, che guida una delle Procure più esposte d’Italia contro la ’ndrangheta: «Già stamattina vediamo una partecipazione giovanile che non è scontata. Probabilmente anche solo un anno fa non ci sarebbero stati questi giovani, i ragazzi sarebbero stati invitati per plotoni o sarebbero arrivati qui con l’aria dei condannati guardando continuamente l’orologio. Oggi invece si coglie un interesse nuovo rispetto alle tematiche della legalità e credo che sia un interesse consapevole. Manca ancora una teorizzazione, ma ci accorgiamo nel nostro subconscio come il Sud stia cambiando e crescendo».
Il discorso non riguarda soltanto la lotta alle mafie ma si apre anche ad altri aspetti: «Il Sud ha delle potenzialità culturali che ci mettono nella condizione di poter competere al meglio verso le sfide dei prossimi anni. Per favorire questo sviluppo, però, è necessario porre un freno all’illegalità e alla criminalità organizzata. È un freno per esempio pensare che non ci possa essere ascensione sociale senza scendere a patti; è un freno iniziare una attività imprenditoriale sapendo di dover fare i conti con altre tasse che non siano quelle statali».
Borrelli illustra il motivo per cui ha deciso di tornare in Calabria dopo la prima esperienza da procuratore aggiunto a Catanzaro: «Io volevo far parte di questa rivoluzione del territorio: questo risposi a chi mi chiese come sarei tornato, cioè con la passione con la quale ho sempre svolto la mia attività. Non sarà la magistratura a liberare la Calabria dalla criminalità organizzata, saranno i cittadini. Noi daremo solo una mano».
Di repressione parla Salvatore Curcio: «Non basta, lo sapeva anche Giovanni Falcone. Di altra linfa deve nutrirsi il sistema di contrasto alle mafie, innanzitutto del senso di responsabilità di tutti noi. Non basta mettere una maglia di Libera e sfilare in corteo per essere antimafia, bisogna lavorare sui valori di solidarietà e condivisione piuttosto latenti in questa società. Questa consapevolezza fa sì che il fenomeno si analizzi da un punto di vista antropologico per fare una risposta complessiva». L’analisi entra nel vivo: «È vero che la ’Ndrangheta si autofinanzia con il narcotraffico, con ricavi che nel 2007 vennero stimati in 44 miliardi di euro, ma si alimenta soprattutto con la nostra indifferenza, con le nostre equivocità e con il nostro voler contrabbandare diritti riconosciuti poi come favori. Dobbiamo innanzitutto sradicare questa cultura mafiosa e combattere il senso di indifferenza. Oggi non è più tempo per le fughe immobili, oggi dobbiamo fare la nostra parte: quante volte avete ascoltato il famoso commento “ma finché si ammazzano fra di loro, che ci interessa?”. Ecco, questa è la negazione dell’impegno sociale. Non possiamo voltarci dall’altra parte ed essere indifferenti solo perché quell’episodio non ci riguarda. Questo è uno dei tanti regali che i calabresi hanno fatto alla ’Ndrangheta, ovvero pensare di poter confinare il fenomeno chiamandosi fuori da una partita che deve vederci protagonisti e giocatori attivi».
Borrelli parte da una certezza: «Lo Stato è presente in Calabria, ma non solo nelle funzioni giuridiche: è presente nelle università, è presente nei lavori di chi ognuno col suo cerca di assicurare ai cittadini i propri diritti». Ma anche in questo caso apre la prospettiva: «Questa è la consapevolezza che riguarda lo Stato, c’è un altro livello che riguarda noi stessi: possiamo incidere nel cambiamento collettivo delle cose? Certo che sì. La rassegnazione è un sentimento inutile. La generazione dei ragazzi che sono qui in platea è stata sfortunata, perché ha perso la possibilità di formarsi nei ponti intermedi sempre presenti in società, come sindacati, chiesa o partiti politici, che man mano son venuti meno e sostituiti dai social, ma questo non deve giustificare una rassegnazione».
«Noi – continua Borrelli – abbiamo vissuto nelle scorse settimane un episodio che in questo Paese è stato storico, ovverosia il referendum sulla giustizia: i giovani sono scesi in campo a difendere la nostra costituzione, a difendere dei principi sacrosanti come l’indipendenza della magistratura, e hanno vinto. Il voto giovanile ha determinato l’esito referendario. Bisogna uscire da uno stato del “non si può fare niente” e passare a uno stato della giustizia, dell’uguaglianza, della legalità. Tutto questo è possibile ed è stato dimostrato che è possibile». Proprio come è possibile ribellarsi alla protervia delle intimidazioni mafiose in una bella notte di primavera.





