Le dichiarazioni dei collaboratori valutate prima singolarmente e poi nel loro reciproco riscontro, le ammissioni rese nel processo da Armando Abbruzzese e la ricostruzione delle diverse fasi dell’omicidio. È su questi elementi che il gup di Catanzaro Gilda Danila Romano ha fondato le condanne di Armando Abbruzzese, Rocco Azzaro e Ciro Nigro per l’omicidio di Massimo Speranza, detto “il Brasiliano”, avvenuto l’11 settembre 2001.

Il processo è stato definito con rito abbreviato. Armando Abbruzzese è stato condannato a 20 anni di reclusione, Azzaro a 30 anni, mentre a Nigro sono stati inflitti cinque anni a titolo di aumento rispetto a una precedente condanna, dopo il riconoscimento della continuazione con un altro omicidio.

Il punto centrale della motivazione è stato rappresentato dal metodo utilizzato per valutare le dichiarazioni dei collaboratori. Il giudice ha applicato i criteri indicati dalla giurisprudenza per le chiamate in correità: credibilità del dichiarante, attendibilità intrinseca del racconto e presenza di riscontri esterni. Particolare rilievo è stato attribuito alle dichiarazioni di Pasquale Perciaccante e dello stesso Ciro Nigro, considerate attendibili perché riferite a momenti differenti ma complementari della vicenda.

Armando Abbruzzese e le ammissioni nel processo

Per Armando Abbruzzese, detto “Andrea”, il quadro probatorio ritenuto decisivo parte dalla fase precedente all’omicidio.

Perciaccante ha riferito di avere assistito personalmente al momento in cui Speranza arrivò a Lauropoli. Secondo il suo racconto, il giovane era accompagnato fino alla prima tappa del percorso che lo avrebbe poi condotto verso il luogo dell’omicidio. In quella fase Perciaccante “piazza” direttamente Armando Abbruzzese.

Il collaboratore ha poi raccontato di avere appreso proprio da Armando, il giorno successivo, quanto sarebbe avvenuto dopo: il passaggio dal bar di Apollinara, l’incontro con Ciro Nigro, il successivo trasferimento e infine l’uccisione.

Questa parte del racconto di Perciaccante era una dichiarazione de relato, perché relativa a fatti ai quali non aveva assistito personalmente. Per il giudice, tuttavia, ha assunto particolare rilievo il fatto che la sua fonte fosse lo stesso Armando Abbruzzese, il quale durante il processo «ha ammesso le sue responsabilità».

La motivazione ha definito infatti Abbruzzese «reo confesso quanto alla responsabilità che gli viene addebitata». A ciò si aggiunge il racconto diretto di Nigro, che ha collocato Armando nella seconda parte del tragitto insieme alla vittima e successivamente sul luogo dell’omicidio.

Il gup ha valorizzato le ammissioni dell’imputato anche nella determinazione della pena. Partendo dall’ergastolo previsto per il fatto aggravato dal contesto mafioso, il giudice ha riconosciuto ad Armando Abbruzzese le attenuanti generiche proprio in considerazione del comportamento processuale e dell’ammissione delle proprie responsabilità. Con le attenuanti la pena è stata determinata in 30 anni e, applicata la riduzione prevista dal rito abbreviato, è scesa a 20 anni.

Rocco Azzaro, i riscontri ritenuti «autonomi e reciproci»

Per Rocco Azzaro il passaggio determinante della motivazione ha riguardato la convergenza tra le dichiarazioni di Perciaccante e quelle di Nigro.

Il giudice ha scritto che sulla sua posizione esistono «riscontri autonomi e altresì reciproci», perché i due collaboratori hanno raccontato circostanze conosciute direttamente, pur avendo preso parte a momenti differenti dell’azione.

Perciaccante ha posizionato Azzaro nella fase preparatoria e tra coloro che avrebbero dovuto partecipare alla seconda parte della “staffetta” organizzata per portare Speranza fino al luogo scelto per l’omicidio. Lo stesso collaboratore ha riferito inoltre di essere tornato nell’area nei giorni successivi insieme ad Armando Abbruzzese e di avere ricevuto, in presenza di Azzaro, indicazioni sul punto nel quale il corpo sarebbe stato occultato. Secondo la sentenza, Azzaro avrebbe confermato quanto riferito in quella circostanza.

Il secondo riscontro è arrivato da Nigro, che inserisce direttamente Azzaro insieme a Eduardo Pepe nella parte finale dell’azione. A causa di un ritardo nell’arrivo della vittima al bar di Apollinara, Azzaro e Pepe si sarebbero avviati prima verso la destinazione finale, mentre Nigro avrebbe successivamente trasportato Speranza e Armando Abbruzzese.

Nigro “colloca” poi Azzaro nella casa in cui sarebbe avvenuto l’omicidio e nelle attività immediatamente successive: pulizia delle tracce, sistemazione del corpo e successivo trasporto verso la buca predisposta nelle vicinanze.

Per il gup, dunque, i racconti dei due collaboratori non sono stati una semplice duplicazione della stessa informazione, ma hanno descritto segmenti diversi della stessa azione confermandosi nei punti ritenuti essenziali. Su questa base Azzaro è stato condannato a 30 anni di reclusione, dopo la riduzione per il rito abbreviato.

Ciro Nigro, una chiamata diretta ritenuta «chiara e lineare»

Ancora diversa è la posizione di Ciro Nigro. La sua dichiarazione è stata considerata dal giudice una chiamata diretta perché Nigro ha riferito fatti ai quali, secondo il suo stesso racconto, aveva personalmente partecipato.

Nigro ha dichiarato di essere stato contattato il giorno dell’omicidio da Eduardo Pepe per un’azione contro un giovane che non conosceva. Il suo compito sarebbe stato quello di recuperarlo ad Apollinara e accompagnarlo verso la destinazione stabilita.

La motivazione ha sottolineato la quantità dei particolari forniti: l’arrivo della vittima accompagnata da Armando Abbruzzese, il ritardo, la divisione del gruppo, il viaggio verso l’abitazione, l’ingresso nella casa, il colpo esploso alla testa da Pepe, il recupero dei bossoli, la pulizia delle tracce, il corpo sistemato in un involucro e infine il trasporto nella buca.

Per il giudice si tratta di una chiamata «diretta, chiara e lineare», riscontrata negli elementi essenziali dalle dichiarazioni di Perciaccante.

Le divergenze che non hanno incrinato l’impianto probatorio

La sentenza ha affrontato anche due apparenti contraddizioni: il tipo di pistola utilizzata e l'esatta sequenza dello sparo. Perciaccante aveva parlato di una calibro 38, mentre Nigro di una calibro 7,65; differenti anche alcuni particolari sul momento nel quale Pepe avrebbe aperto il fuoco.

Il gup ha ritenuto queste discrasie non decisive. Nigro era presente alla fase esecutiva, mentre Perciaccante aveva appreso quei particolari successivamente da altri. Le differenze, quindi, non avrebbero interessato il «nucleo essenziale» dei racconti, coincidente sull'uccisione, sul ruolo dei partecipanti e sulle fasi fondamentali dell'azione.

Analogo ragionamento è stato seguito sulla localizzazione dell'abitazione e sull'incertezza mostrata da Nigro durante un sopralluogo svolto oltre vent'anni dopo. Il tempo trascorso e la trasformazione dei luoghi sono stati ritenuti elementi sufficienti a spiegare le difficoltà senza compromettere l'attendibilità complessiva del racconto.

La conclusione del gup è che Perciaccante e Nigro abbiano fornito dichiarazioni dotate di attendibilità «intrinseca ed estrinseca», capaci di riscontrarsi reciprocamente sulle parti decisive dell'omicidio.

Per Nigro questa valutazione ha inciso anche sulla pena. Il giudice gli ha riconosciuto nella massima estensione l'attenuante speciale prevista per la collaborazione con la giustizia, oltre alle attenuanti generiche. È stata inoltre riconosciuta la continuazione con il precedente omicidio di Salvatore Di Cicco, commesso dieci giorni prima e già giudicato con sentenza irrevocabile. Per il delitto Speranza è stato quindi disposto un aumento di cinque anni rispetto alla pena già inflitta.

Armando Abbruzzese è difeso dagli avvocati Cesare Badolato e Filippo Cinnante, Rocco Azzaro dagli avvocati Enzo Belvedere e Francesco Paolo Oranges, mentre Ciro Nigro è assistito dagli avvocati Annalisa Pisano e Simone Preite.