La Cassazione ha respinto il ricorso di Pasquale Forastefano, indagato per tentata estorsione aggravata con modalità e finalità mafiose, confermando – sul piano della legittimità – l’ordinanza del Tribunale del riesame di Catanzaro che aveva lasciato in piedi la custodia cautelare in carcere.

Secondo quanto ricostruito nei provvedimenti di merito, l’indagine riguarda il tentativo di imporre una “messa a posto” a un imprenditore impegnato in un cantiere di lavori pubblici nel Comune di Spezzano Albanese. Il tentativo, collocato al 3 settembre 2019, sarebbe avvenuto – per l’accusa – attraverso una richiesta di denaro “a titolo di protezione” per il cantiere, evocando la presenza e il ruolo del presunto gruppo mafioso Presta sul territorio e la necessità di “sostenere” le spese dei familiari detenuti. Nel contestato concorso figurano anche Nicola Abbruzzese e Francesco Faillace.

Il quadro indiziario, come riportato in sentenza, si fonda su due pilastri: le immagini dei sistemi di videosorveglianza di un’azienda, luogo in cui sarebbe avvenuto l’incontro con la persona offesa, e le dichiarazioni dell’imprenditore, che – anche a distanza di tempo e dopo la visione dei filmati – ha confermato di essere stato destinatario delle richieste di pagamento. Le immagini avrebbero documentato tre incontri; nell’ultimo, del 3 settembre 2019, la vittima ha riferito che gli indagati le avrebbero chiesto di “mettersi in regola” con la famiglia Presta e di corrispondere somme per il sostentamento dei detenuti, in linea con l’imputazione provvisoria. Ulteriori elementi di riscontro vengono indicati nelle intercettazioni, negli accertamenti presso il Comune di Spezzano e nella circostanza, ritenuta confermativa, che in quella località operi effettivamente un gruppo mafioso riferibile alla famiglia Presta.

Sul fronte delle esigenze cautelari, il Tribunale del riesame aveva valorizzato il pericolo di reiterazione, richiamando sia la natura del reato sia il profilo soggettivo dell’indagato, con riferimento a un ruolo apicale nel contesto associativo contestato, ritenendo che lo stato di detenzione per altra causa non fosse sufficiente, da solo, a far venir meno il periculum. Quanto alla scelta della misura, oltre alla presunzione prevista per alcune fattispecie, i giudici avevano richiamato le modalità dell’azione come indicatori di una pericolosità collegata allo stabile inserimento in dinamiche di criminalità organizzata.

Davanti alla Suprema Corte, la difesa ha puntato su un solo profilo: la presunta carenza di attualità delle esigenze cautelari, insistendo sul decorso del tempo e soprattutto sul fatto che Forastefano risulti già detenuto dal 16 febbraio 2021 anche in regime 41-bis, sostenendo che l’ordinanza impugnata non avrebbe risposto adeguatamente alle allegazioni difensive depositate in sede di riesame. Il Procuratore generale ha chiesto l’inammissibilità, ma la Corte, nel merito, ha comunque ritenuto il motivo non fondato e ha rigettato il ricorso.

Il passaggio centrale della decisione sta nel richiamo a un principio considerato “prevalente e consolidato”: la detenzione per altra causa non esclude automaticamente le esigenze cautelari, in particolare il rischio di reiterazione, perché l’ordinamento non prevede condizioni detentive “assolutamente ostative” alla possibilità di riacquistare, anche per periodi brevi, la libertà. In questa cornice, la Cassazione evidenzia anche che l’orientamento “minoritario” – secondo cui la preesistente detenzione potrebbe neutralizzare il pericolo quando sia esclusa, anche in astratto e nel breve, la possibilità di misure alternative – presuppone un onere di allegazione specifico (titolo di carcerazione e residuo pena). Nel caso concreto, la Corte rileva che Forastefano non ha allegato di essere detenuto in esecuzione di una sentenza definitiva, ma risulta colpito da altro titolo cautelare, elemento che rende non spendibile, in questi termini, quella linea interpretativa.

Il procedimento penale a cui si fa riferimento è quello relativo all’operazione denominata “Last Bird”, un’indagine della Dda di Catanzaro contro i clan operanti nella Sibaritide. Degli imputati coinvolti alcuni hanno scelto il rito abbreviato, come nel caso di Pasquale Forastefano, Marco Abbruzzese, alias “Palummo”, Finizia Pepe e Nicola Abbruzzese, alias “Semiasse”. L’udienza preliminare si terrà nella prossima settimana.