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Ritorna il congresso della Società internazionale di bioetica cristiana. In quel convegno previsto per il 20 e il 21 ottobre interverranno come nella precedente edizione alcuni dei massimi esperti internazionali di bioetica, a prescindere dalle loro personalissime adesioni di fede.
Sono rimasto molto meravigliato quando ho trovato il loro invito sul mio account di posta presso l’università Magna Graecia, a Catanzaro. Meraviglia accresciuta dall’accettazione e dall’interesse per il mio itinerario di ricerca. La tesi del mio lavoro è spinosa quanto semplice: in un tempo di crescenti divisioni (geopolitiche, politiche, digitali, nei gusti, nel reddito, nelle aspettative di vita) la bioetica non può restare il cassetto ermeticamente chiuso in cui ciascuno mette tutto quel che vuole senza dividerlo con gli altri.
La condivisione serve perché, pandemia docet, la vita ci chiede sempre più spesso di condividere anche la sofferenza per trovare una reale via d’uscita individuale e collettiva. Rispettosa di libertà determinativa e dignità soggettiva. Nel mio itinerario si incrociano l’ebraismo progressivo che difende la causa palestinese, i confuciani che vogliono allentare la censura nelle repubbliche popolari asiatiche, i movimenti di base che in Europa e in Italia fanno realmente sociale e non cattedrali marce di buone intenzioni. Ci sono poi due aspetti di assoluto rilievo nella questione.
Innanzitutto la parte dei lavori che si svolge in presenza ha sede in St. Louis, che è probabilmente la città americana più colpita dalle diseguaglianze e dall’estrema polarizzazione dei rapporti economici.
Lì, la strada del dialogo con le minoranze e tra le minoranze è la più concreta risposta alla frammentazione civile, all’intolleranza razziale e a una criminalità che si combatte con la cooperazione e l’inserimento lavorativo. Non certo coi maxi blitz e la tolleranza zero.
In secondo luogo, la Società internazionale di bioeticisti cristiani, pur rappresentando un mondo sfaccettato che proprio negli Stati Uniti conosce episodi e conflitti talora strumentali, incoraggia nel proprio stesso statuto la partecipazione seminariale di non credenti, diversamente credenti o di cristiani che tuttavia nell’impostazione sociale divergano da essa.
Certo, è un banco di prova non indifferente: il dibattito non sarà addomesticato, non sarà tra persone che sanno di pensarla allo stesso modo su tutto (tutt’altro, basti pensare, negli Stati Uniti, a temi come biotecnologie, brevetti, aborto, sistema di cura). Proprio per questo sarà bello essere lì ed esserci con l’apporto scientifico che proprio (e non persino!) dall’Italia e dal Sud sappiamo dare a un dibattito che accomunerà questa e le prossime generazioni. Ci guardano le spalle non il dollaro, il petrodollaro, il rublo, la razionalità dirigista o l’autarchia suprematista, ma Lombardi Satriani e Pasquale Rossi.