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FRONTIERA | Traballa l’accusa di associazione mafiosa per l’imprenditore Barbieri

FRONTIERA | Traballa l’accusa di associazione mafiosa per l’imprenditore Barbieri

La Corte di Cassazione annulla con rinvio l’ordinanza del tribunale del Riesame di Catanzaro che aveva confermato la custodia in carcere per l’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri, arrestato dalla Dda di Catanzaro nell’ambito della seconda inchiesta contro il clan Muto di Cetraro. E le motivazioni degli ermellini sono molto importanti. 

Barbieri, difeso dagli avvocati Nicola Rendace e Giulia Bongiorno, era stato arrestato nel gennaio scorso quando le due procure distrettuale antimafia calabresi, Reggio Calabria e Catanzaro, lo avevano inquadrato come soggetto appartenente alle cosche Piromalli di Gioia Tauro e Muto di Cetraro. In entrambe le ordinanze di custodia cautelare veniva portato come prestanome o finanziatore dei clan in relazione ai grandi appalti pubblici. Rapporti – secondo chi indaga – accertati nel corso di incontri e intercettazioni telefoniche e ambientali che avrebbero dimostrato la sua partecipazione nei due sodalizi criminali.

Secondo la Cassazione le motivazioni contenute nel provvedimento del Riesame di Catanzaro presentano lacune che in realtà porrebbero Barbieri in una posizione diversa rispetto al ruolo descritto nei faldoni dell’inchiesta “Frontiera”. E i ricorsi presentati, e accolti, dagli avvocati Rendace e Bongiorno riguardano sia il 416 bis sia la reale natura dei rapporti tra Barbieri e la cosca Muto: da presunto finanziatore a mera vittima.

SCRIVE LA CASSAZIONE. Il primo passaggio si riferisce alla presunta estorsione del clan Lanzino per piazza Bilotti. V’è da dire che i due indagati, Mario Piromallo e Giuseppe Caputo, non hanno avuto alcuna richiesta di rinvio a giudizio e la loro posizione è stata stralciata per mancanza di prove.

«Barbieri» è «un imprenditore che era stato sottoposto a richieste estorsive sia da parte degli uomini del clan di Cosenza, non meglio identificato sia da parte dello stesso clan Muto, del quale pure è accusato di essere uno dei partecipi. Le prime richieste, provenienti dai cosentini, sono certamente di carattere estorsivo, perché volte ad evitare “problemi” al cantiere di via Bilotti in Cosenza, le seconde, provenienti da Luigi Muto (figlio del capo clan Franco ed a sua volta dirigente del sodalizio) sono di incerto titolo, non essendo chiaro se costituissero il contributo del Barbieri al clan o il corrispettivo versato al medesimo per il suo intervento presso i cosentini o fossero derivate da pretese anch’esse di carattere estorsivo. E su tali richieste l’ordinanza impugnata tace non consentendo così di chiarire quale connotazione avessero i rapporti economici certamente intercorrenti, con l’intermediazione di Massimo Longo (uomo di fiducia del Barbieri) fra i Muto ed il Barbieri stesso».

E proprio sui rapporti tra Muto e Barbieri la Cassazione ha forti dubbi, quando analizza le motivazioni derivate dalla richiesta fatta dall’imprenditore romano e da Massimo Longo a Giorgio Morabito di intercedere con i cosentini e solo successivamente di interessare della vicenda anche il boss di Cetraro.

«Non appare affatto chiaro quale fosse il rapporto fra Barbieri e il clan Muto» mette nero su bianco la quinta sezione penale. «Se Barbieri fosse inserito nella cosca Piromalli e, solo grazie a tale sua appartenenza, avesse ottenuto un trattamento di favore anche dai Muto; se fosse colluso con il clan Muto e versasse al medesimo del denaro in cambio di illeciti vantaggi (non costituti solo dalla “protezione” del cantiere di via Bilotti che costituiva il corrispettivo del “pizzo”) da identificarsi con maggiore accuratezza, posto che, ad esempio, non erano stati evidenziati elementi da cui dovesse trarsi la convinzione e la prova che le imprese del Barbieri si fossero aggiudicate gli appalti che avevano vinto grazie ai “buoni uffici” del sodalizio criminoso dei Muto».

Infine, la Cassazione ricorda che «nei territori di forte insediamento mafioso, la situazione degli imprenditori» è complessa. Sarebbe necessario dunque porre «particolare attenzione alle emergenze raccolte nel corso delle indagini per comprendere se i contatti eventualmente tenuti da costoro con gli uomini dei clan siano significativi di un loro pieno inserimento in quei sodalizi, o dimostrino, invece, una loro prossimità al crimine organizzato con il conseguimento di reciproci vantaggi, o siano rivelatrici del fatto che siano solo vittime di richieste estorsive». Nel caso di specie, concludono gli ermellini, non si capisce «a quale titolo di reato debba ascriversi al Barbieri la complessiva condotta» che oggi lo pone al centro della maxi inchiesta contro due potenti locali di ‘ndrangheta. (Antonio Alizzi)

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