La nuova scossa al largo di Amantea riaccende l’attenzione su una regione segnata nei secoli dai movimenti tellurici. Il racconto sui più distruttivi, arrivando fino la tragedia di Messina e Reggio
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La Calabria ha tremato di nuovo e con essa i calabresi. La scossa registrata nella notte al largo della costa cosentina, con epicentro in mare nei pressi di Amantea, ha riportato l’attenzione sulla storia sismica di una regione segnata nei secoli da alcuni dei terremoti più distruttivi avvenuti in Italia.
Tra i più devastanti di età moderna vi è senza dubbio quello del 1638. Tra il 27 e il 28 marzo la Calabria centro-settentrionale fu colpita da forti scosse che provocarono vaste distruzioni. L’8 giugno un nuovo terremoto interessò soprattutto il Crotonese e l’area silana. Secondo le ricostruzioni storiche, l’intera sequenza provocò circa 30mila vittime, anche se alcune fonti coeve riportano numeri inferiori.
Nel 1659 un altro terremoto colpì l’istmo di Calabria, l’area compresa tra il golfo di Sant’Eufemia e quello di Squillace. La scossa del 5 novembre causò gravi danni nel Vibonese, nel Lametino e nel Catanzarese. Le vittime accertate furono 2.035. Il sisma interessò comunità già fragili dal punto di vista urbanistico ed economico, con effetti rilevanti sull’organizzazione dei centri colpiti.
Ma il terremoto più noto della storia calabrese resta quello del 1783. Lo sciame sismico iniziò il 5 febbraio e proseguì per diverse settimane, con di cinque forti scosse fino a marzo. Fu colpita soprattutto la Calabria meridionale: piana di Gioia Tauro, Aspromonte, Reggino, Vibonese e Catanzarese. Il bilancio superò le 30mila vittime, e secondo alcune fonti toccò i 50mila. Oltre alla distruzione degli abitati, il sisma modificò anche il territorio, provocando frane, sbarramenti naturali, laghi temporanei e liquefazione della terra. Dopo quella catastrofe furono avviate anche nuove riflessioni sulle tecniche costruttive antisismiche e interi paesi vennero ricostruiti da zero, secondo norme stringenti che però non evitarono altre catadtrofi.
Nell’Ottocento si registrarono infatti altri eventi significativi. L’8 marzo 1832 un forte terremoto colpì il Crotonese, con epicentro nell’area di Cutro. Le vittime furono 234.
Il 25 aprile 1836 un nuovo sisma si abbatté sul medio Ionio cosentino, in particolare l’area di Crosia e Rossano, causando 239 morti.
Il Novecento si aprì con una nuova serie di eventi distruttivi: l’8 settembre 1905 ancora la Calabria tirrenica centrale, tra il Vibonese e il Lametino. Le vittime furono 557. Due anni dopo, il 23 ottobre 1907, il sisma di Ferruzzano colpì l’Aspromonte ionico.
Ma la data in grassetto sui libri di storia è il 28 dicembre 1908, giorno i cui si verificò il terremoto più devastante della storia italiana contemporanea. La scossa 7.1, seguita da un maremoto, colpì Messina e Reggio Calabria: il bilancio complessivo fu compreso tra 60 e 120mila vittime. Reggio Calabria subì distruzioni gravissime, così come numerosi centri dell’area dello Stretto.
In tempi più recenti, va ricordata la data del 26 ottobre 2012, quando una forte scossa di magnitudo 5.0 con profondità a 6,3 km colpì Mormanno e i comuni vicini, provocando danni a edifici e strade, e il ferimento di alcune persone per la caduta di calcinacci. L'unica vittima, indiretta, fu un anziano di 84 anni, deceduto a Scalea in seguito a un infarto dovuto allo spavento. Fortunatamente numeri lontanissimi dall’ecatombe di più di un secolo prima.




