Nuova udienza, oggi, nell’aula nove del Tribunale di Cosenza per il processo “Acheruntia”, celebrato davanti al collegio giudicante. Il procedimento nasce dall’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro su una presunta associazione a delinquere finalizzata alla commissione di diversi reati, originariamente contestati anche con l’aggravante del metodo mafioso.

Il processo si è sviluppato in due distinti filoni: uno è pendente da anni davanti ai giudici d’appello, mentre l’altro deve ancora essere definito in primo grado a Cosenza. Nel corso del lungo dibattimento la composizione del collegio giudicante è cambiata diverse volte.

L’udienza è stata dedicata alla prosecuzione delle discussioni difensive. Sono intervenuti, tra gli altri, gli avvocati Pierluigi Pugliese, Gianpiero Calabrese, Giuseppe Stabile, Luigi Ripoli e Vincenzo Guglielmo Belvedere.

La richiesta di assoluzione per Luigi Maiorano

L’avvocato Pierluigi Pugliese ha chiesto l’assoluzione con formula piena di Luigi Maiorano, già sindaco di Acri, imputato per una contestazione di concussione ai danni di una dirigente del Comune.

L’accusa riguarda una vicenda relativa al taglio di un bosco. Secondo la ricostruzione difensiva, Maiorano non avrebbe esercitato violenza, pressione o prepotenza nei confronti della dirigente comunale. Per il legale, dunque, non sarebbero emersi gli elementi necessari per sostenere la responsabilità penale dell’ex primo cittadino.

La richiesta della difesa si aggiunge a quella già formulata dalla stessa Dda di Catanzaro. Al termine della requisitoria, il pubblico ministero antimafia Filomena Aliberti aveva infatti sollecitato l’assoluzione sia di Luigi Maiorano sia dell’ex assessore regionale all’Agricoltura Michele Trematerra.

Il ridimensionamento dell’impianto accusatorio

L’inchiesta “Acheruntia” era stata avviata per verificare la presunta presenza ad Acri di un’articolazione collegata alla cosca Lanzino di Cosenza. Secondo l’originaria ipotesi investigativa, il gruppo avrebbe esercitato la propria influenza anche sulle attività economiche, amministrative e politiche del territorio.

L’operazione risale al luglio del 2015 e coinvolse amministratori, esponenti politici e persone indicate dagli inquirenti come vicine alla criminalità organizzata. Le contestazioni comprendevano, a vario titolo, ipotesi associative, estorsioni, concussione, corruzione elettorale, usura e altri reati.

Nel corso del dibattimento, tuttavia, l’aggravante mafiosa è venuta meno per una parte rilevante delle contestazioni. Il mutamento del perimetro giuridico del processo ha inciso anche sulle conclusioni formulate dalla Procura distrettuale.

Le richieste avanzate dalla Dda

La pena più alta è stata chiesta per Adolfo D’Ambrosio, nei confronti del quale la Dda ha invocato 21 anni e quattro mesi di reclusione. Per il capo associativo, invece, è stata sollecitata una sentenza di non doversi procedere in applicazione del principio del ne bis in idem, in relazione alla precedente condanna definitiva nel processo “Vulpes”.

La Procura ha inoltre chiesto 13 anni e quattro mesi per Andrea Cello, sei anni e otto mesi per Alfredo Bruno, cinque anni e quattro mesi per Domenico Cappello e due anni per Gemma Martorino.

Le richieste di assoluzione hanno riguardato Giuliano Bevilacqua, Gianpaolo Ferraro, Angelo Gencarelli, Salvatore Gencarelli, Massimo Greco, Enzo La Greca, Luigi Maiorano, Giuseppe Perri e Michele Trematerra.

Per specifici capi d’imputazione, la Dda ha invece chiesto sentenze di non doversi procedere nei confronti di Elio Abbruzzese, Francesco Abbruzzese, Luigi Belsito, Giuseppe Burlato, Franco Caruso, Adolfo D’Ambrosio, Claudio Dolce, Gianpaolo Ferraro, Angelo Gencarelli, Massimo Greco, Giuseppe Perri e Antonio Rosa.

Il processo proseguirà con le restanti discussioni difensive prima della decisione del Tribunale.