Cosa c'è di più triste di un bar di paese vuoto? Un luogo in cui dovrebbero intrecciarsi le vite dei più anziani, che si ritrovano per giocare a carte e “farsi il piccolino di vino”, e quelle dei più giovani, che invece si danno appuntamento per aperitivo o una partita a biliardino. È l'infanzia che chi scrive ha avuto la fortuna di vivere.

Nel mondo post-Covid, attraversato da guerre, crisi energetiche e chatbot che stanno cambiando le nostre abitudini sociali, anche i bar di paese – infatti – rischiano di scomparire, stretti tra l'aumento dei costi e un'economia locale già fragile, su cui adesso pesa anche il caro carburanti. Eppure, questi presìdi di vita quotidiana continuano a essere vitali, laddove resistono. Soprattutto nei piccoli centri, dove ogni saracinesca abbassata porta via con sé un pezzo di comunità.

Come dimostra un'indagine di Confesercenti, la provincia di Cosenza registra la contrazione più consistente in Calabria: i bar sono passati da 2.086 a 1.809, con una perdita di 277 attività, pari al 13,3%.

Una diminuzione che si intreccia con l'inesorabile spopolamento, con una pressione fiscale sempre più pesante e con le difficoltà delle politiche di integrazione. Queste ultime non dipendono soltanto dalla volontà degli enti territoriali, ma anche da un quadro normativo che, con il decreto-legge 36/2025, convertito nella legge 74/2025, ha modificato le regole per il riconoscimento della cittadinanza italiana agli oriundi, rendendo più difficile per molti discendenti di emigrati stabilirsi nei territori d'origine delle proprie famiglie.

Ne abbiamo parlato con due sindaci di altrettanti piccoli comuni della provincia cosentina: Enzo Scanga, primo cittadino di Lago, e Alfonso Benevento, sindaco di Bocchigliero. Due realtà diverse, accomunate dalla necessità di mantenere vive le attività commerciali e contrastare lo spopolamento.

Lago, bilancio positivo tra mille difficoltà

A Lago il numero dei bar è rimasto invariato negli ultimi anni, ma il dato, da solo, non racconta tutte le difficoltà di un piccolo comune. «Se partiamo dal 2019 – , spiega il sindaco Enzo Scanga – sul territorio erano presenti otto bar e otto sono rimasti. Parliamo di bar veri e propri, escludendo pizzerie, pub e altre attività. Alcuni sono rimasti chiusi per un breve periodo, ma hanno trovato subito un nuovo acquirente e oggi sono nuovamente aperti».

Il primo cittadino individua anche alcuni strumenti che hanno contribuito a sostenere il tessuto economico locale: «Lago si trova, per certi aspetti, in controtendenza perché il Comune ha ottenuto due finanziamenti ministeriali: il bando Comuni marginali e il bando Abita borghi. Con queste misure abbiamo finanziato otto nuove aperture, mentre altre quattro sono in fase di finanziamento attraverso il primo bando. A queste si aggiungono altre tre attività previste con Abita borghi. Complessivamente parliamo di 15 nuove iniziative imprenditoriali, otto già aperte e sette che dovrebbero partire».

Non si tratta soltanto di bar, ma di attività capaci di diversificare l'economia del paese: «Hanno aperto due B&B, un'attività artigianale, un autolavaggio, un'impresa nel settore pubblicitario e altre iniziative. Anche alcune attività già presenti hanno investito e si sono ampliate. È il segno che c'è chi crede nella nostra comunità e decide di scommetterci, pur sapendo che le difficoltà non mancano».

Tra queste, secondo Scanga, pesano i costi di gestione e la ridotta capacità di spesa delle famiglie: «Le difficoltà sono tante e non dobbiamo nasconderle. Le sovrattasse che le attività devono sostenere, unite al fatto che molte persone hanno pochi soldi da destinare alle uscite con la famiglia o con gli amici, incidono su tutto il sistema: bar, ristoranti, pizzerie e piccola imprenditoria. Con il caro carburanti la situazione è diventata ancora più complicata. I piccoli comuni pagano queste difficoltà più degli altri, perché rischiano di rimanere ai margini».

Nella lettura del sindaco, un contributo importante può arrivare anche dalla presenza di nuovi residenti e dall'integrazione. Scanga cita l'esempio di un bar del centro, rilevato da imprenditori brasiliani, e ricorda il ruolo avuto negli anni dalle persone arrivate in paese dal Sud America: «Qualche anno fa abbiamo registrato circa 300-400 cittadinanze. Molti ragazzi venivano e rimanevano uno, due o tre mesi, il tempo necessario per completare le pratiche, per poi andare via. Il problema è che non si riusciva a trattenerli in un contesto nel quale avrebbero potuto vivere e lavorare».

Da qui la proposta di intervenire sulle regole per favorire una permanenza più lunga nei borghi: «Insieme ad altri sindaci ho lanciato una proposta per far ripopolare questi territori e permettere alle persone di vivere nei piccoli comuni, lavorare nei bar, nelle pizzerie e nelle altre attività commerciali. L'ho definita un antidoto, perché non è la soluzione definitiva al problema, ma può contribuire a contrastarlo. A questo bisogna aggiungere il sostegno a chi investe e apre nuove attività».

Bocchigliero, dai cinque bar in piazza agli sgravi fiscali per resistere

A Bocchigliero la contrazione è più evidente se si guarda alla storia del paese. Il sindaco Alfonso Benevento parte da un ricordo che restituisce la dimensione del cambiamento: «Quasi trent'anni fa, in piazza del Popolo, una delle principali piazze di Bocchigliero, c'erano cinque bar concentrati in uno spazio di circa 500 metri quadrati. Oggi la situazione è profondamente cambiata e il numero delle attività si è ridotto. La contrazione c'è stata anche da noi».

Il problema, secondo il primo cittadino, è legato soprattutto alla diminuzione della popolazione e alla stagionalità dei consumi: «I bar lavorano con le persone. Se diminuiscono gli abitanti, diminuiscono anche i clienti ed è chiaro che, soprattutto nei mesi invernali, gli incassi e gli utili si riducono. In estate, invece, con il turismo di ritorno, le attività riescono a lavorare meglio e a coprire almeno una parte delle spese sostenute durante l'anno».

In un comune che conta poco più di mille abitanti, mantenere aperto un esercizio commerciale è una sfida quotidiana. Per questo l'amministrazione ha cercato di intervenire sul fronte dei costi, introducendo agevolazioni fiscali per le attività presenti sul territorio: «Abbiamo applicato delle riduzioni in base alla tipologia di attività, con sgravi che arrivano dal 50 al 60%. Per alcune imprese si è passati da importi di circa settemila o ottomila euro a una spesa di circa duemila euro; in altri casi, da duemila a mille euro. Abbiamo cercato di calibrare le agevolazioni per dare un sostegno concreto a chi continua a lavorare».

Per Benevento, tuttavia, gli interventi comunali non sono sufficienti se non vengono accompagnati da misure più ampie: «Nei comuni svantaggiati come il nostro, e in generale nelle aree interne, servirebbe una maggiore defiscalizzazione. Altrimenti diventa complicato resistere, soprattutto quando le attività devono fare i conti con una popolazione ridotta e con costi che continuano a pesare sui bilanci».

Il sindaco guarda comunque con fiducia alle possibilità offerte dall'integrazione, considerata una risorsa per le comunità che perdono abitanti. «Credo che politiche di accoglienza mirate possano contribuire a migliorare la situazione. Chi arriva in realtà come la nostra trova un ambiente familiare e può diventare parte della comunità. Noi grazie allo Sprar siamo riusciti ad accogliere 25 nuclei familiari e alcune di questa persone lavorano anche nei bar. Noi aiutiamo loro e loro aiutano noi a sopperire a carenze che altrimenti sarebbe difficile colmare».

La prospettiva, conclude Benevento, resta legata alla capacità di mettere insieme iniziative locali e sostegno sovracomunale: «Sono fiducioso, ma abbiamo bisogno di un supporto che vada oltre il singolo Comune. Da soli non possiamo intervenire su tutte le situazioni. Per mantenere vive le nostre comunità servono strumenti che aiutino le attività a resistere e che rendano questi territori nuovamente attrattivi».