venerdì,Febbraio 3 2023

Il pentito Francesco Noblea: «Nel 2017 mi fu commissionato un duplice omicidio»

Il collaboratore di giustizia parla del piano per eliminare Antonio Abruzzese alias "Strusciatappine". Ecco cosa dice l'ex uomo di fiducia di "Micetto" Abbruzzese

Il pentito Francesco Noblea: «Nel 2017 mi fu commissionato un duplice omicidio»

Quando il giovane collaboratore di giustizia Mattia Pulicanò, iniziava a riempire i primi verbali illustrativi con la Dda di Catanzaro, l’operazione “Nuova Famiglia” era ancora in cantiere. Ma quelle dichiarazioni raccontavano anche di alcune dinamiche criminali che a distanza di quasi dieci anni ritroviamo nella maxi indagine antimafia contro la ‘ndrangheta cosentina, che ha portato a 202 misure cautelari, di cui solo 27 sono state riformate (alcune in parte) dal tribunale del Riesame di Catanzaro. Ma cosa diceva Pulicanò quasi dieci anni fa? Che l’allora capo del clan degli “zingari“, Maurizio Rango, voleva eliminare Antonio Abruzzese, alias “Strusciatappine”, per contrasti nella gestione del traffico di stupefacenti. Sono passati anni, ma a sentire un altro collaboratore di giustizia, le cose non sono cambiate.

La vita criminale di Francesco Noblea

Chi è Francesco Noblea? Si tratta di un collaboratore di giustizia, originario di Cosenza, condannato a dieci anni di carcere nel processo “Job Center“, l’inchiesta della Squadra Mobile di Cosenza, coordinata dall’ufficio di procura di Catanzaro, contro l’associazione a delinquere dedita al narcotraffico ideata, organizzata e attuata da Celestino Abbruzzese, alias “Micetto”, e da sua moglie Anna Palmieri, coadiuvati da Marco Paura e altri soggetti, tutti ritenuti responsabili fino al terzo grado di giudizio, avendo agito in qualità di “pusher”. E Noblea era uno di questi.

La figura di “Strusciatappine”

Prima di arrivare alle propalazioni rivelatorie di Francesco Noblea su un duplice omicidio che avrebbe dovuto commettere nel 2017, è necessario evidenziare la figura di Antonio Abruzzese, alias “Strusciatappine”, ritenuto il capo del gruppo criminale che una volta era definito quello delle “baracche“, vista la base operativa situata in via Reggio Calabria a Cosenza.

Strusciatappine” infatti è stato uno dei primi affiliati del clan degli “zingari” di Cosenza. Di lui ne aveva parlato a suo tempo anche il collaboratore di giustizia Francesco Bevilacqua, alias “Franchino ‘i Mafarda”, l’uomo che mise insieme il commando di fuoco che uccise agli inizi del 2000, Benito Aldo Chiodo e Francesco Tucci, in via Popilia a Cosenza. I giudici di secondo grado, nel giudizio svoltosi dinanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, gli hanno confermato la pena dell’ergastolo, avendo partecipato al duplice delitto di stampo mafioso.

Leggi anche ⬇️

Il Riesame, tratteggiando la sua figura, mette in risalto le parole di Francesco Noblea che nel 2018, poco prima della sentenza definitiva della Cassazione del processo “Job Center“, aveva “saltato il fosso”, raccontando fatti e dinamiche criminali ai magistrati antimafia del capoluogo di regione. 

«Nel verbale di interrogatorio reso nel marzo 2018, Francesco Noblea concorreva a descrivere la collocazione di Abruzzese nell’organigramma associativo. Non può tacersi, al riguardo, del contrasto – storico – tra il gruppo capeggiato dal ricorrente e quello dei “Banana“, di cui faceva parte il dichiarante», ovvero Noblea, scaturito «dalla concorrente gestione del traffico di droga tesa, per entrambi i gruppi, al raggiungimento del monopolio nel settore. In simile contesto, infatti, si iscrive pure il tentato omicidio del fratello dell’indagato, tale Rocco Abbruzzese detto “Pancione“», il cui episodio è contenuto nel processo “Testa di Serpente“, per il quale è imputato Marco Abbruzzese, alias “Lo Struzzo”.

Il racconto di Francesco Noblea

«Confermo l’astio nato tra la famiglia Abbruzzese dei “Banana” e Tonino Abruzzese detto “Strusciatappine”, che perdura da 5 o 6 anni, dovuto al fatto che “Strusciatappine“, con la collaborazione del nipote Saverio acquistava al di fuori dei canali stabiliti dei “Banana”, l’eroina a Napoli a 19 euro al grammo anziché 32 a Cassano dagli Abbruzzese stessi. Al culmine del contrasto fra i due gruppi, Marco Abbruzzese dei “Banana” ha esploso alle spalle dei colpi d’arma da fuoco all’indirizzo di un parente di Tonino, detto il “pancione“, ferendolo alla spalla».

Leggi anche ⬇️

«La famiglia Abbruzzese, in particolare Claudio, tramite Nicola Bevilacqua, che era uscito in permesso dal carcere, poco prima della mia collaborazione, mi commissionò l’omicidio di Tonino Abruzzese, alias “Strusciatappine”, e di suo nipote Saverio, che avrei dovuto commettere al termine dell’uscita dal carcere nel mese di ottobre 2017; non saprei dire di preciso il motivo, ma credo a seguito dei dissapori tra le due famiglie», una chiosa che andrebbe in contrasto con quanto dichiarato prima.

“Micetto” e la metropolitana leggera

Ai giudici del Tdl di Catanzaro, le ulteriori dichiarazioni dei pentiti, sul primo piano omicidiario contro “Strusciatappine”, servono a delineare la figura criminale di Abruzzese, evidenziando i rapporti tra “cugini”. A tal proposito, “Micetto“, fa il nome di “Strusciatappine“, anche per la “mazzetta mafiosa” circa i lavori della metropolitana leggera Cosenza-Rende-Unical. «So che Sganga – aveva detto “Micetto” – fa le estorsioni perché quando si parlava della metropolitana, chi faceva i lavori doveva dare 3 milioni di euro di cui: un milione per Sganga, uno per Porcaro e uno per gli “zingari“; per “zingari” intendo i miei fratelli, i Banana, più una parte doveva andare ad Antonio Abruzzese alias “Strusciatappine”».

Il kalashnikov consegnato a Luciano Impieri

Luciano Impieri, che quando era nella ‘ndrangheta veniva soprannominato il “piccolo Patitucci“, per la sua capacità di concludere le estorsioni, invece allarga il campo: «La famiglia Abbruzzese di Cosenza è diventata potente dall’anno 2006-2007. Il potere della famiglia deriva anche dal supporto fornito dalla famiglia omonima stanziata su Cassano Ionio. C’è sempre stato un rapporto di mutua assistenza tra le due famiglie Abbruzzese di Cassano Ionio e Cosenza. Ho già riferito che, tra il 2013 e il 2014, Luigi Abbruzzese figlio di Dentuzzo ha fatto recapitare a Maurizio Rango, non so per il tramite di chi e con quali modalità, un fucile kalashinkov con silenziatore a Maurizio Rango, il quale lo avrebbe dovuto utilizzare per l’omicidio già programmato di Antonio Abruzzese “Strusciatappine”. Questo fucile kalashnikov Rango me lo ha consegnato e io l’ho custodito in casa mia per due giorni, dopo l’ho ridato a Rango e non so che fine abbia fatto».