Roggiano, ecco perché il gruppo Presta è un'associazione di narcos
Roggiano, ecco perché il gruppo Presta è un'associazione di narcos
Roggiano, ecco perché il gruppo Presta è un'associazione di narcos
Roggiano, ecco perché il gruppo Presta è un'associazione di narcos
Roggiano, ecco perché il gruppo Presta è un'associazione di narcos
Tre capi, quattro organizzatori e trentaquattro associati. È questa la struttura del gruppo Presta delineata dai giudici del Tribunale di Cosenza che, il 20 dicembre del 2023, hanno condannato quarantuno persone per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Tre mesi dopo, di quella sentenza, emessa nell’ambito del processo “Valle dell’Esaro”, sono state rese note le motivazioni.
Partiamo dai capi, che le indagini della Squadra mobile prima e l’istruttoria in aula in seguito, hanno inquadrato in Antonio Presta, in suo figlio Giuseppe e in Francesco Ciliberti. Nessun dubbio, a giudizio del Tribunale, sul fatto che le loro condotte fossero «espressione di potere gestionale e decisionale». Erano loro, infatti, a decidere di volta in volta quanta droga acquistare e quando immetterla sul mercato. E non solo. Il terzetto, infatti, individuava «le fonti di approvvigionamento», gestiva le risorse economiche «che confluivano nella bacinella del gruppo». E ancora distribuivano «compiti e stipendi» agli associati, risolvevano problemi di carattere organizzativo, anche «attinenti ai rapporti con altri gruppi criminali».
Lo avrebbero fatto anche in virtù della loro affinità con il boss ergastolano Franco Presta, convitato di pietra dell’inchiesta. Ciliberti, infatti, è suo genero. Riguardo al “cugino” Antonio Presta, invece, i giudici citano un’intercettazione risalente al febbraio del 2017 e che, a loro avviso, ne «lumeggia» la personalità: «Se adesso la Procura fa il coso, mi arrestano… io mi butto latitante, eh… e poco me ne frego!».
Un gradino più in giù figurano Roberto Presta, Mario Sollazzo, Armando Antonucci e Cristian Ferraro. L’idea del collegio giudicante è che fossero anche loro a gestire il gruppo, ma «in modo non del tutto autonomo». Detto ciò, nel verdetto di primo grado si dà per certo che il compito di Antonucci fosse quello di “tagliare” la cocaina e che gli altri, invece, si occupassero provvedere alle forniture e curare il rapporto con i singoli spacciatori.
Proprio a quest’ultimi i giudici riservano un paragrafo per motivare la scelta di ritenerli alla stregua di veri e propri associati del gruppo. Hanno acquistato droga «in modo continuativo e per un notevole lasso di tempo» e, al tempo stesso, erano consapevoli «dell’esistenza di un’organizzazione su cui contare in caso di necessità». Il fatto poi che comprassero lo stupefacente «a un prezzo più basso di quelli praticati ai consumatori finali» è il terzo indizio che ha spinto il Tribunale a non considerarli come pusher autonomi, bensì «organici» all’associazione. Riguardo ai reati fine, ovvero i singoli episodi di spaccio, nella sentenza sono riportate diverse intercettazioni eseguite dalla Mobile in fase d’indagine. Dialoghi ritenuti già espliciti dai giudicanti, ma che durante il processo sono stati resi ancora più intellegibili dalle dichiarazioni di Roberto Presta, il fratello di Antonio, che dalla fine del 2020 collabora con la giustizia.
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