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      Home page>Cronaca>Sergio Cosmai, l'omicidi...

      Sergio Cosmai, l'omicidio più "eccellente" di Cosenza compie 40 anni

      Attraverso testimonianze e atti processuali ripercorriamo la triste storia del direttore del carcere ucciso dalla 'ndrangheta il 12 marzo del 1985
      Marco Cribari
      9 luglio 202511:58
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      Sergio Cosmai, l'omicidio più "eccellente" di Cosenza compie 40 anni

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      Sergio Cosmai, l'omicidio più "eccellente" di Cosenza compie 40 anni

      Chi era Sergio Cosmai? E perché fu ucciso? Quarant’anni dopo, ripercorriamo la triste vicenda che lo riguarda attraverso la cronaca di quei giorni, le sentenze e i profili dei suoi carnefici, protagonisti oscuri del delitto più “eccellente” avvenuto nella città di Cosenza.  

      L’omicidio – Due sicari con la parrucca

      Il 12 marzo del 1985, il trentaseienne Sergio Cosmai percorre alla guida della sua Fiat 500 una strada di periferia che collega la città di Cosenza con la vicina Rende. È un vialone lungo e diritto, in una zona oggi ad alta densità abitativa ma che allora è di aperta campagna, sporcata qui e là dal cemento di qualche palazzo. Ignora che, un giorno, proprio quella strada porterà il suo nome.  Sta andando a prendere la sua figlioletta all’asilo per riportarla a casa. Lo fa ogni giorno, dopo aver staccato dal lavoro. Da circa due anni e mezzo è alla guida della casa circondariale di Cosenza, ma in quel periodo gli tocca dirigere anche il carcere di Vibo Valentia, città nella quale si reca per tre volte a settimana. Cascasse il mondo, però, non si sottrae mai a quell’incombenza familiare. Lo sanno tutti, anche i suoi assassini che da settimane lo pedinano, studiandone le abitudini. E quel giorno decidono di entrare in azione. 

      All’improvviso una Colt verde taglia la strada alla 500 di Cosmai. A bordo c’è una coppia di sicari del clan Perna-Pranno, Dario Notargiacomo e Stefano Bartolomeo. Indossano barbe posticce e parrucche acquistate a Roma, in un negozio di Porta Maggiore che vende articoli per il teatro.  Scendono dall’abitacolo e cominciano a fare fuoco con una pistola e un fucile a canne mozze. Il direttore è ferito, ma ha il tempo di reagire: innesta la retromarcia e tenta di la fuga, ma il killer continua a sparare senza tregua. E non appena la 500 arresta la marcia, il commando si dà alla fuga. Nicola Notargiacomo, il fratello di Dario, li recupererà qualche km più avanti a bordo di un’auto pulita. Cosmai non è ancora morto, ma all’arrivo dei soccorritori le sue condizioni sono più che critiche. Per salvargli la vita, si tenta il trasferimento disperato in una clinica pugliese, lì dove purtroppo il suo cuore cesserà di battere.

      Sergio Cosmai mentre passa in rassegna i suoi uomini nella casa circondariale di via Popilia

      Gli investigatori dell’epoca non hanno neppure il tempo di ragionare sul possibile movente che, già poche ore dopo, un testimone offre loro su un piatto d’argento i responsabili dell’omicidio. I Notargiacomo e Bartolomeo, dunque finiscono in carcere, mentre il fratello di quest’ultimo, Giuseppe Bartolomeo, parimenti coinvolto con il ruolo di “staffetta”, riesce a evitare l’arresto. All’epoca, il Codice prevede che il processo non si celebri nel Tribunale più vicino al luogo in cui è stato commesso il crimine, ma in quello dove è deceduta la vittima. E così, nel 1987 il dibattimento si farà nella città di Trani. (clicca avanti per continuare)    

      I processi – Gli assassini la fanno franca

      Il processo è squisitamente indiziario e arriva in un’epoca in cui non esistono leggi sui collaboratori di giustizia. Al primo round, la Corte d’assise di Trani si pronuncia a favore dell’ergastolo, in virtù di una serie di indizi che sembrano combaciare alla perfezione. Dopo aver ucciso Cosmai, infatti, Stefano e Dario abbandonano la Colt verde in un cortile di Commenda. Qui, però, sono avvistati da alcuni inquilini del palazzo, tra cui un ragazzino di dodici anni. Quest’ultimo, nota anche l’arrivo del terzo complice (Nicola) a bordo di una Fiat 127 bianca e im seguito riferirà tutto alla polizia, indicando la foto di Stefano Bartolomeo come uno dei due uomini scesi dalla Colt.

      Lo riconosce in mezzo alle segnaletiche di altri 194 pregiudicati. «È lui» dice senza alcuna esitazione e a quell’indicazione segue un riflesso condizionato: gli agenti si fiondano immediatamente fuori dalla stanza per andare ad arrestare il loro primo sospettato. Grave errore, se ne accorgeranno in seguito. Le successive indagini consentono di accertare che, quel 12 marzo, Bartolomeo ha incontrato i suoi amici Dario e Nicola. E che quest’ultimo possiede una Fiat uguale a quella descritta dal giovane testimone. Nessuno dei tre, inoltre, presenta un alibi in grado di posizionarli lontani dalla scena del crimine nel pomeriggio incriminato, e questi indizi messi a sistema convince la Corte d’assise di Trani a punirli con il carcere a vita. Per prendere quella decisione, i giudici impiegano solo cinquanta minuti.

      Stefano Bartolomeo pedinato dai carabinieri nel 1989

      In Appello, però, le prove sono riviste sotto una luce diversa. La testimonianza del bambino? Insufficiente, proprio in virtù della sua tenera età. Da evidenziare poi, che al primo riconoscimento fotografico (che per la foga e l’emozione del momento non viene neanche verbalizzato) ne segue un altro in cui le certezze cominciano a non essere più tali. Stefano Bartolomeo, infatti, non è più l’uomo della Colt, bensì uno che «gli somiglia». Addirittura, durante il dibattimento, il ragazzino fa dietrofront. Lo fa per paura, forse è stato anche minacciato, ma arriva a dire di essersi inventato tutto per «eccesso di protagonismo». Dettagli sui quali i giudici di Trani sorvolano, ma che per quelli di Bari diventano determinanti. 

      Sintomatico poi il coinvolgimento dei due Notargiacomo. Nessuno li vede personalmente, ma sono amici di Bartolomeo che, invece, è stato “riconosciuto” dal testimone. Per loro stessa ammissione, inoltre, i tre si sono incontrati il 12 marzo 1985, giorno dell’omicidio, e, in più, Nicola ha la 127 bianca che tutti cercano. E non solo. Se non fosse la cronaca di una tragedia, l’ultima prova raccolta all’epoca contro i due fratelli, farebbe un po’ sorridere: il ritrovamento nella loro abitazione di alcune riviste specializzate in tema di armi. Il risultato è tutti assolti «per insufficienza di prove». (clicca avanti per continuare)

      Il movente – Un uomo onesto, un uomo probo

      Quando muore Cosmai, sua moglie Tiziana Palazzo è all’ottavo mese di gravidanza. Poco più tardi darà alla luce il piccolo Sergio, chiamato così in onore di un padre che non fa in tempo a conoscere, ucciso trenta giorni prima della sua venuta al mondo. Ma chi era Sergio Cosmai? Originario di Bisceglie, in Puglia, arriva a Cosenza il 30 agosto del 1982 da giovane funzionario dello Stato con diverse esperienze già maturate sul campo. Gli esordi lo vedono vicedirettore delle carceri di Trani e Lecce, poi in Calabria a dirigere prima Locri e poi Crotone. Due posti caldi dove, però, Cosmai non avrà mai problemi. Anzi, quando abbandona il Reggino, arriva anche a piangere. «Perché lì aveva costruito rapporti veri» ricorderà in seguito la sua vedova durante un processo.

      Le rogne si manifestano con il suo arrivo nella città dei Bruzi. Il “benvenuto” glielo danno a venti giorni dall’insediamento, con una sparatoria tra detenuti divenuta celebre per la presenza del futuro latitante Edgardo Greco. Quella volta, Tiziana Palazzo assiste alla scena perché il suo alloggio affaccia proprio sul muro di cinta della prigione. All’epoca, nella casa circondariale entrano armi e i detenuti non tengono in alcun conto l’autorità delle guardie penitenziarie che, a volte, sono prese finanche a schiaffi.

      I coniugi Cosmai in uno scatto spensierato

      Nulla di strano dato che, in precedenza, nel vecchio carcere di Colle Triglio accadeva persino di peggio. I boss e i loro affiliati comunicavano con l’esterno tramite le finestre e da lì qualcuno si spingeva anche a ordinare delitti se non, addirittura a restarne vittima, come nel caso degli sfortunati Mario Lanzino e Carlo Mazzei. Insomma, una situazione che in quei giorni suggerisce a funzionari di mezz’Italia di rifiutare la destinazione cosentina poiché ritenuta «impossibile da gestire».

      Tuttavia, dopo due anni e mezzo di permanenza in città, Cosmai è sereno. A ricordarlo, è sempre la Palazzo: «Aveva chiesto il trasferimento a Taranto. Diceva che ormai a Cosenza la situazione era sotto controllo e che il carcere andava avanti da solo». L’ordine lo ha ristabilito applicando regole severe, disapprovate però dal magistrato di sorveglianza, il giudice Saltalamacchia, con cui gli scontri sono frequenti. L’episodio famigerato della rivolta in carcere, nell’agosto ’83, gli vale un’inchiesta da parte della Procura, ma nessuno immagina che sarà anche il movente del suo omicidio. Quel giorno, i detenuti si rifiutano di rientrare in cella, chiedendo un’ora d’aria in più rispetto al consentito. Gli uomini di Cosmai ci vanno giù duro con i manganelli e qualcuno mette in circolo la voce che alla spedizione antisommossa abbia preso parte anche lui, il direttore. Secondo i pentiti, è allora che matura il proposito di vendetta da parte dei killer. (clicca avanti per continuare)  

      Dario Notargiacomo – La banalità del male

      «Niente di personale contro di lui. Anche perché di botte in carcere, io non ne ho mai preso». Dario Notargiacomo riassumerà così la sua partecipazione all’omicidio Cosmai: con una formula banale. Proprio come il male.  Lui e suo fratello Nicola possono definirsi a tutti gli effetti, dei sopravvissuti. C’è stato un momento, infatti, in cui tutti sembravano interessati a fare loro la pelle: Cosentini, Corleonesi, perfino la Banda della Magliana. Eppure trenta e passa anni dopo Dario è ancora qui. «Non andare mai agli appuntamenti», è anche questo il segreto della sua longevità.

      Dal 1994 i due fratelli collaborano con la giustizia, una scelta che ha fatto evitare loro la sorte occorsa invece ai Bartolomeo, inghiottiti dalla lupara bianca tre anni prima. E così, nelle rinnovate vesti di pentiti di ‘ndrangheta, i Notargiacomo hanno ammesso che sì, a uccidere il direttore del carcere erano stati proprio loro insieme agli amici Stefano e Giuseppe. La legge proibisce di processare due volte una persona per lo stesso reato, quindi tocca prenderne atto: l’hanno fatta franca.

      Dario Notargiacomo (a sinistra) e suo fratello Nicola ai tempi della loro ascesa criminale

      A partire dal 2006, però, le loro confessioni consentono di portare alla sbarra il mandante di quel delitto, il boss Franco Perna, l’uomo al quale più di ogni altro non andava giù il rigore legalitario che Cosmai aveva imposto all’interno del carcere. «Voleva partecipare lui stesso all’azione, ma poi ebbe problemi con la giustizia e così ci mandò a dire: “Dove c’è gusto non c’è perdenza”. Un modo per comunicarci che l’operazione doveva andare avanti lo stesso» dichiarerà Dario Notargiacomo durante il processo culminato poi nella condanna di Perna all’ergastolo. Un verdetto che a differenza di quelli precedenti non è più mutato.

      Da ragazzo faceva il ballerino di danza classica, lui e suo fratello Nicola erano studenti – anche brillanti – del liceo classico Telesio. Cresciuti in una famiglia normale, priva di retaggi criminali, cosa li ha portati a trasformarsi in mafiosi? «Il fascino dell’uomo dell’ambiente, all’epoca era una moda» suggerirà suo fratello Nicola. Più intimista, invece, la versione data da Dario all’atto del suo pentimento: «Dicono spesso che ho buttato via la mia intelligenza. Il fatto è che nella mia vita gli scrupoli hanno sempre pesato sulle scelte criminali. Forse è per questo che mi sono perso». Parole che suonano bene anche come personale epitaffio. (clicca avanti per continuare)

      Epilogo – Non lo uccise il «dovere», ma la mafia

      Sono passati quarant’anni dalla morte di Sergio Cosmai. Tanto tempo, che dovrebbe fare della vicenda un caso ormai storicizzato. Eppure non è così. Non solo perché alla condanna del mandante dell’omicidio si è giunti solo in epoca più recente. Tra le ferite aperte, infatti, spicca l’offesa arrecata alla sua famiglia da parte di uno Stato che, per anni, ha considerato il direttore del carcere di Cosenza solo alla stregua di «vittima del dovere» piuttosto che della mafia. E a ciò si aggiunge il processo pugliese conclusosi in gloria per gli esecutori materiali del delitto.

      In quel caso i giudici sbagliarono in buona fede oppure no? No, secondo Mario Pranno che, ai tempi della sua collaborazione meteorica, insinua che il suo clan avesse versato ottanta milioni di lire per aggiustare quel processo. A chi? L’ex boss di San Vito non lo ha mai precisato. Oltre a lui, un altro collaboratore di giustizia, Franco Garofalo, paventa una situazione analoga, ma sempre in modo vago. E invece di fugare i dubbi, finisce per alimentarli. Anche perché, una volta usciti dal carcere, Bartolomeo e i Notargiacomo danno il via a una sanguinosa faida interna al loro gruppo proprio perché lamentano di non aver ricevuto assistenza dalla “casa madre” durante la detenzione.

      L’unica certezza, ma col senno di poi, è che si trattò di un errore giudiziario. Va da sé che se il verdetto finale fosse stato di condanna, Stefano Bartolomeo sarebbe in carcere ma ancora vivo e non inghiottito, chissà dove, dal gorgo della lupara bianca. A Cosenza non ci sarebbe stata una seconda guerra di mafia e i Notargiacomo non avrebbero mai collaborato con la giustizia. Forse non si sarebbe mai aperta la stagione dei maxiprocessi, chissà.

      Il tutto a ulteriore conferma di come certe tragedie siano in grado di determinare più di altre il corso degli eventi. E più in generale la Storia. Ucronie a parte, però, solo una cosa sarebbe rimasta immutata: niente e nessuno avrebbe potuto riportare in vita Sergio Cosmai. Uomo dello Stato e funzionario integerrimo. Vittima della ’ndrangheta.

      Una manifestazione del presidio dell’associazione “Libera” di Bisceglie intitolato a Cosmai
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      Diversi accessi al Pronto soccorso con sintomi compatibili con una tossinfezione alimentare. Il sindaco Cosimo De Tommaso ha disposto il blocco cautelativo dei molluschi in un esercizio commerciale. Al via le verifiche dell’autorità sanitaria
      Francesca Lagatta
      San Lucido, sospetto focolaio di intossicazione alimentare: stop cautelativo alla vendita di cozze\n
      L’analisi

      Ornella Forastefano, tre Comuni e tre parole diverse davanti alla tragedia: il caso della comunicazione istituzionale

      Cassano parla di femminicidio, Amendolara precisa la residenza, Trebisacce sceglie il cordoglio. Tre comunicati sulla stessa vicenda mostrano approcci differenti tra prudenza giudiziaria, memoria e responsabilità pubblica
      Alessandro Gaudio
      Ornella Forastefano, tre Comuni e tre parole diverse davanti alla tragedia: il caso della comunicazione istituzionale\n
      IL SOPRALLUOGO

      Sappe, Capece visita il carcere di Paola: «Gravi criticità. Delusi dal Provveditorato, servono risposte concrete»

      Il leader del primo sindacato della Polizia penitenziaria della casa circondariale tirrenica,  in una nota parla di gravi carenze del personale, che starebbero generando forti malesseri, con pesanti ricadute sull’organizzazione dei servizi. Poi rivolge un accorato appello al Ministero della Giustizia
      Francesca Lagatta
      Sappe, Capece visita il carcere di Paola:\u00A0«Gravi\u00A0criticità. Delusi dal Provveditorato, servono risposte concrete»\n
      La decisione

      Omicidio nella Sibaritide, la salma di Ornella Forestefano trasferita a Catanzaro per l’autopsia

      La donna è deceduta nella notte dopo essere arrivata in gravi condizioni all’ospedale di Trebisacce. La Procura di Castrovillari ha disposto il trasferimento del corpo alla Dulbecco. Fermato il compagno, interrogato dagli inquirenti
      Luana Costa
      Omicidio nella Sibaritide, la salma di Ornella Forestefano\u00A0trasferita a Catanzaro per l’autopsia\n
      La tragedia

      Ornella Forastefano, il bar gestito insieme ai figli e la relazione con Metvelaj: ancora dubbi sul movente dell’omicidio

      La donna è imparentata con il presunto reggente del clan della Sibaritide ma la circostanza non sarebbe legata ai fatti. Il suo compagno Metvelaj avrebbe invece precedenti per reati in materia di stupefacenti
      Redazione Cronaca
      Ornella Forastefano, il bar gestito insieme ai figli e la relazione con Metvelaj: ancora dubbi sul movente dell’omicidio\n
      Il profilo

      Elvis Metvelaj, chi è l’uomo fermato per l’omicidio di Ornella Forastefano

      Nato in Albania nel 1984 e residente da anni in Calabria, frequentava da qualche tempo la quarantaseienne. Restano da chiarire luogo, movente e dinamica del delitt
      Antonio Alizzi
      Elvis Metvelaj, chi è l’uomo fermato per l’omicidio di Ornella Forastefano\n
      Inchiesta aperta

      Tragedia di Vibo Marina, si indaga per omicidio nautico. Stasera Crosia ricorda Domenico Campana

      La Procura di Vibo Valentia ha aperto un fasciolo sulla morte del giovane vittima della collisione tra due imbarcazioni. Sequestrati i natanti, la Capitaneria ricostruisce la dinamica dell’incidente
      Matteo Lauria
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      Isolamento

      Longobucco, disagi per telefono e tv dopo l’incendio: danneggiata la linea che alimenta i ripetitori

      L’amministrazione comunale fa sapere che i tecnici potranno intervenire soltanto dopo che l’area interessata dal rogo sarà messa in sicurezza
      Redazione
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      Volo salvavita

      Neonata di 8 giorni in pericolo di vita trasportata con un volo d’urgenza dalla Calabria a Genova a Ferragosto

      La piccola era ricoverata nell’Azienda Dulbecco di Catanzaro: è stata trasferita al Gaslini per le cure grazie all’attività dell’Aeronautica militare

      Redazione
      Neonata di 8 giorni in pericolo di vita trasportata con un volo d’urgenza dalla Calabria a Genova a Ferragosto
      La svolta

      Femminicidio di Amendolara, individuato e fermato il compagno della vittima

      L’uomo è stato rintracciato a Bari, dove probabilmente era in attesa di imbarcarsi per l’Albania
      Matteo Lauria
      Femminicidio di Amendolara, individuato e fermato il compagno della vittima\n
      Voto sotto minaccia

      Amantea, la Cassazione annulla le assoluzioni di La Rupa e Socievole per tentata estorsione

      Nuovo processo d’appello sull’accusa legata alle elezioni del 2017. Definitiva, invece, la prescrizione della turbativa elettorale
      Antonio Alizzi
      Amantea, la Cassazione annulla le assoluzioni di La Rupa e Socievole per tentata estorsione\n
      Le motivazioni

      Estorsione con metodo mafioso a Bisignano, la Cassazione conferma il carcere per Naccarato

      Decisivo il ritrovamento di 500 euro provenienti dalla consegna controllata. La decisione riguarda soltanto la fase cautelare
      Antonio Alizzi
      Estorsione con metodo mafioso a Bisignano, la Cassazione conferma il carcere per Naccarato\n
      Mistero nella notte

      Trebisacce, donna trovata morta davanti al Pronto Soccorso: si tratta di Ornella Forastefano. Ipotesi femminicidio

      I carabinieri di Cassano all’Ionio sono sulle tracce di un albanese la cui posizione dovrà essere chiarita nell’ambito degli accertamenti. L’uomo aveva una relazione con la vittima: abitavano ad Amendolara
      Matteo Lauria
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      Paura in montagna

      Ferragosto drammatico a Martirano Lombardo, uomo avvolto dalle fiamme durante una grigliata

      Paura a Parco Bombarda: un quarantenne è rimasto gravemente ferito dopo un incendio su un autocarro. Decisivo l’intervento di un’infermiera del 118 fuori servizio, presente casualmente sul posto.
      Redazione Cronaca
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      Focus

      Sibaritide, l'escalation della paura: lo Stato rafforzi la sua presenza sul territorio

      Dal dramma di Amendolara ai roghi e alle intimidazioni: cresce la richiesta di sicurezza e di una presenza più visibile dello Stato
      Matteo Lauria
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      Impatto devastante

      Tragedia a Vibo Marina, scontro tra un gommone e una barca nel porto: muore un giovane, altri due feriti

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      incidente mortale

      Tragedia sull’Appia, muore a 34 anni la reggina Anna D’Angelillo: era medico infettivologo

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